Rafsanjani eletto capo dell'Assemblea degli Esperti. In Iran scricchiola il potere di Ahmadinejad
Akbar Hashemi Rafsanjani è stato
eletto ieri a capo dell'Assemblea degli Esperti, l'unico organismo
della vita politica e religiosa iraniana a poter decidere le sorti
della Guida Suprema. Rafsanjani, ex presidente conservatore moderato,
ha sconfitto i candidati vicini all'attuale presidente Ahmadinejad.
Un duro colpo ad Ahmadinejad.
L'Assemblea degli Esperti ha il compito di monitorare l'attività
della Guida Suprema, in questo momento l'ayatollah Ali Khamenei, e
anche di nominarne il successore in caso di decesso o impedimento.
Rafsanjani, 73 anni, non ha mai raggiunto il grado di ayatollah, ma
da 30 anni è una figura chiave della scena politica iraniana.
Convinto sostenitore della liberalizzazione economica e del dialogo
internazionale, ha sempre ventilato un alleggerimento
dell'applicazione della legge coranica nel paese. Un uomo insomma
molto lontano da Ahmadinejad.
“E' una notizia importante.
Rafsanjani è contro le pene corporali e a favore di un
riavvicinamento all'Occidente, Stati Uniti compresi, fino al punto di
lasciar perdere il programma nucleare”, commenta Farain Sabahi,
docente di Storia dell’Iran contemporaneo all’Università
di Ginevra, autrice di una molto apprezzata Storia dell’Iran e
collaboratrice della
Stampa. “La sua è
una vittoria importante, anche perché ha sconfitto Ahmad
Jannati, capo del Consiglio dei Guardiani, un uomo molto potente, e
l'ayatollah Mesbah – Yazdi, il mentore di Ahmadinejad”.
La presidenza dell'Assemblea degli
Esperti è una posizione chiave, come commenta anche Bijan
Zarmandili, scrittore iraniano e storico collaboratore delle testate
del Gruppo editoriale L'Espresso, secondo
cui “la vittoria di Rafsanjani è un segnale della sua
ascesa in questo momento”.
Ma quanto questa vittoria può
essere interpretata come il tramonto dell'era Ahmadinejad? “La
complessità del potere in Iran non permette di considerare
questo come un segnale definitivo della conclusione della stagione di
Ahmadinejad. Si apre una nuova fase, particolarmente acuta, dello
scontro tra le differenti fazioni e delle differenti anime della
Repubblica Islamica – commenta Zarmandili - E c'è anche un
altro elemento importante: Rafsanjani arriva a uno dei posti chiave
del potere in Iran, mentre il generale Jaafari, un nemico dei
moderati e dei riformisti, giunge al comando dei Pasdaran, le milizia
religiose che restano un elemento chiave della vita iraniana,
militare, politica ed economica. Una pressione dei militari nella
vita politica che era stata inaugurata proprio dall'ascesa di
Ahmadinejad”.
Giochi di potere. Alta tensione
dunque, anche perché la dottoressa Sabahi ricorda come la
vittoria di Rafsanjani è almeno la seconda contro il presidente
Ahmadinejad. “Una data significativa è il 3 dicembre 2006,
quando la
Majles (il parlamento iraniano)
ha votato l'impeachment del presidente Ahmadinejad, fissando il voto
per il 15 marzo 2008, invece che alla scadenza naturale del mandato
nell'agosto 2009”, ricorda la docente iraniana. Rafsanjani quindi,
sconfitto a sorpresa alle presidenziali di tre anni fa da
Ahmadinejad, ha lentamente recuperato posizioni. Secondo l'entourage
di Ahmadinejad, questo avviene per la campagna stampa denigratoria
della quale è vittima l'attuale presidente, ma Zarmandili non
è d'accordo. “Mi sento di escludere questa eventualità.
Ci sono dei segnali di cambiamento, nella geografia politica e
sociale in Iran, ma non vedo una regia occulta – commenta lo
scrittore - La rivolta per il razionamento della benzina dei mesi
scorsi è venuta dopo quella degli impiegati e degli operai del
settore dei trasporti a Teheran. La capitale iraniana è una
città di 12-13 milioni di persone e il settore dei trasporti è
un settore chiave, e le lotte per un miglioramento salariale sono
state seguite, per la prima volta, dalla nascita di sindacati
autonomi. Prima ancora c'era stata la mobilitazione degli insegnanti
e altre ancora”. Un malumore quindi che nasce dallo sconforto di un
paese impoverito, è che vede nascere nuove alleanze. “C'è
una novità: alla presenza storica di un'opposizione della
società civile, fatta di giornalisti, studenti e
intellettuali, si sta saldando un'opposizione della società
reale, fatta di impiegati e operai. Tutti soggetti che fino ad adesso
erano fuori dal dibattito politico”; conclude Zarmandili, “direi
quindi che più che di un complotto o una regia occulta,
bisognerebbe parlare del fallimento di una politica economica. In
campagna elettorale, Ahmadinejad aveva fatto tante promesse, tre le
quali quella di redistribuire gli introiti del petrolio, ma non è
andata così. La gente è delusa, e scende in piazza”.
Christian Elia