04/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Alcune delle dichiarazioni delle parti lese raccolte dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati

A. G. Nel cortile di Bolzaneto (...) lo fanno sedere insieme agli altri su un muretto dove lo picchiano con pugni, calci, manganellate e colpi con i caschi. Vede che volutamente lo colpiscono sulle ferite. Ad un certo punto si avvicina un agente della Polizia di Stato molto grande, gli prende improvvisamente la mano, gli allarga le dita con le due mani e tira violentemente le dita divaricandole, così spaccandogli la mano. Sviene dal dolore. A quel punto lo portano in infermeria, lo denudano e o fanno sdraiare su un lettino. Mentre lo trasportano qualcuno gli dice una frase intimidatoria del tipo: «Ti sei fatto male da solo, vero?». In infermeria ci sono medici ed infermieri ma anche agenti in divisa. Qualcuno gli chiede come si è fatto male ma lui, terrorizzato, dice che è caduto dalle scale. Gli cuciono la mano senza anestesia (...).

C. A. Arrivato a Bolzaneto, un poliziotto lo afferra mettendogli una mano sui genitali e una sulla testa; viene quindi condotto nella cella n. 4 subendo percosse al passaggio nel corridoio, lungo il quale viene costretto a tenere la testa bassa, senza poter quindi vedere nessuno in volto. (...) Viene fatto uscire una terza volta dalla cella per essere condotto in infermeria e nell’attesa dell’ingresso viene costretto a cantare «Viva il Duce», sempre a faccia contro il muro.

G. C. Arriva a Bolzaneto e viene insultata nel cortile con l’epiteto «puttana»; viene condotta in una cella sulla destra dove ci sono già due ragazze, una tedesca ed una francese; quest’ultima ha una vistosa medicazione sulla testa; devono stare con la faccia contro il muro anche se sedute. Poco dopo in cella arriva A. A. è molto impaurita, sta male, chiede di andare in bagno e le viene negato, vomita, chiede qualcosa per pulire ma la minacciano dicendole che l’avrebbero costretta a pulire con la lingua. Alla fine A. pulisce con uno straccio. Subiscono insulti a sfondo sessuale: le dicono «Puttana, vieni a farmi un bocchino». Nei trasferimenti viene colpita lungo il corridoio con schiaffi alla nuca, calci e una ginocchiata allo stomaco; nel percorso in corridoio è condotta mani dietro la nuca e costretta a guardare in basso, per cui non ha modo di ripararsi dai colpi.
 
M. D. A Bolzaneto viene collocato in cella con altre persone costretto a rimanere con le mani alzate contro il muro e le gambe divaricate. Un agente con la divisa grigia gli dà uno schiaffone al viso e lo fa cadere a terra. Nel corridoio viene tenuto nella stessa posizione e viene colpito da dietro (...) Facendo riferimento al suo cognome un agente gli dà tre colpi sulla nuca con il manganello. Nel corridoio gli punzecchiano le mani mentre le tiene dietro la schiena con delle chiavi o qualche cosa di simile. In infermeria un agente lo prende per il collo e lo spinge; gli tagliano anche il cappuccio della felpa. Vede un ragazzo che viene costretto a ripetere a voce alta «Viva il Duce» e un ragazzo tedesco, che non riesce nemmeno a reggersi in piedi e quando cade a terra viene preso per la nuca e fatto rialzare.
 
S. D. Appena arrivato un agente gli chiede di dov’è, saputo che è di La Spezia, gli dice che è un suo conterraneo e gli dà due violenti schiaffoni. In cella lo fanno stare in piedi (...). All’interno della cella entrano agenti della Polizia penitenziaria che lo percuotono con pugni e calci dietro la schiena e sulle gambe per farle divaricare di più. Alcune guardie carcerarie hanno guanti neri imbottiti (...). Anche nel corridoio nei tempi di attesa in occasione degli spostamenti deve mantenere la stessa posizione; viene colpito con calci, pugni e anche con manganelli e gli fanno più volte sbattere la testa contro il muro. Viene colpito nuovamente allo stesso modo al ritorno dal fotosegnalamento. Vicino a lui ci sono due ragazzi: uno francese con in capelli tipo rasta, che viene percosso violentemente ed il ragazzo tedesco con cui era giunto, che sta molto male sino a svenire. Lo vede poi portare via. (...) Lo insultano con frasi del tipo «Ecco il popolo di Seattle», «Ecco qua quelli che tirano le molotov», «Fai schifo», etc. In infermeria è insultato sia dalle guardie carcerarie che dai sanitari; in particolare un medico robusto con gli occhiali lo insulta con le seguenti espressioni: «Dove vai concio così, fai schifo» (...).
 
 

Luca Galassi

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