Numero 15. Dal 1° agosto al 31 agosto 2007
Ad agosto 243 morti alle frontiere
dell'Europa. Il mese peggiore di un anno, il 2007, che ha già
visto morire 959 migranti, la maggior parte tra Malta e Lampedusa.
Nel Canale di Sicilia le vittime dell’ultimo mese sono 161; 29 nel
mar Egeo e 13 sulle rotte per le isole Canarie.
Agosto, il mese con più vittime del 2007. Due uomini sono rimasti uccisi, in
Turchia, nel camion su cui viaggiavano nascosti verso la Grecia, e la
stessa fine ha fatto un giovane investito dal camion sotto cui si era
nascosto, nel porto di Algeciras, in Spagna. Morto un ventottenne
albanese sui valichi del Carso, mentre tentava di superare la
frontiera italiana a piedi. Ma la Fortezza Europa fa vittime anche
nell’Oceano Indiano, dove, per raggiungere l’isola francese di
Mayotte, ad agosto sono annegati in 36; otto erano bambini. Almeno
9.756 morti dal 1988. Intanto ad Agrigento va avanti il processo ai 7
pescatori tunisini finiti in carcere per aver salvato la vita a 44
naufraghi. E nei porti italiani continuano i respingimenti dei
richiedenti asilo, mentre nuove testimonianze denunciano abusi della
polizia negli aeroporti francesi.
Ufficialmente né l’Italia né
Malta hanno mai dichiarato guerra alla Tunisia o alla Libia. Eppure
nello stretto di Sicilia in dieci anni sono morte almeno 2.420
persone. Ad Agosto il mare si è ingoiato la vita di almeno 161
giovani uomini e donne. Il 2007 si conferma l’anno più
tragico per le rotte siciliane: 491 morti in otto mesi. Erano stati
302 in tutto il 2006. Eppure gli sbarchi sono diminuiti del 30 percento in un
anno. Lo dice il Ministero degli interni. Ma allora perché
aumentano i morti? I motivi sono quattro. Barche più piccole e
meno sicure, niente più scafisti, rotte più lunghe, e
mancato soccorso.
Da eroi a criminali. Salvarono la vita a 44 naufraghi, oggi
rischiano il carcere. Fossero stati italiani a annegare, i loro
soccorritori sarebbero stati ricevuti al Quirinale per una medaglia
al valore civile. Ma su quel gommone sedevano indesiderati
marocchini, eritrei, sudanesi e somali. Ventinove uomini, 11 donne e
due bambini. E per i sette pescatori tunisini che li hanno tratti in
salvo, la prospettiva è una forbice che oscilla tra i 4 e i 15
anni di carcere con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione
clandestina. Non è bastato l’Sos inviato dal comandante
Janzeri alle capitanerie di porto tunisine per richiedere un soccorso
medico agli uomini presi a bordo dal Morthada e dal Hedi, così
si chiamano i due pescherecci ora sotto sequestro. Allo sbarco a
Lampedusa è scattato l’arresto e per i sette non resta che
sperare in un processo la cui sentenza sembra già scritta,
sebbene il Pm abbia chiesto la derubricazione del reato da
favoreggiamento doloso e a scopi di lucro a ingresso irregolare nel
territorio italiano. In caso di condanna, la difesa si è detta
pronta a presentare ricorso fino alla Corte europea. Le associazioni
si stanno mobilitando, ma intanto i sette rimangono in carcere. E in
mare si è già sparsa la voce. Da tempo i superstiti dei
naufragi raccontano l’indifferenza di pescatori e mercantili di
fronte alle barche in vetroresina semiaffondate.
Respingere invece che accogliere. Trecentosessantadue respingimenti alla
frontiera in un mese non fanno notizia. E se 200 di loro sono irakeni
e una trentina afgani, ancora meno. Non ne parla nessuno, ma nei
porti italiani dell’Adriatico è in corso un attentato al
diritto internazionale. I 362 respinti del mese di agosto, nei porti
di Bari (190), Brindisi (17), Ancona (153) e Venezia (2), sono
soltanto la punta dell’iceberg. Migliaia di respingimenti ogni
anno, a fronte di poche decine di richieste d’asilo che riescono ad
essere presentate alle frontiere portuali. Vengono da Iraq,
Afghanistan e Iran, e si imbarcano in Grecia, a Patrasso e
Igoumenitsa, per i porti italiani, sui traghetti dei turisti in
vacanza. Ogni giorno la polizia ne trova una decina. Senza nessun
documento. Pochi casi Dublino, nessun provvedimento scritto. Nessuna
assistenza giuridica. Nemmeno si scende dalla nave. A Bari ogni
mattina arrivano tre navi dalla Grecia. E ripartono in serata, con i
respinti ancora a bordo. Molti sono addirittura minori. A Pasquetta
dal solo porto di Bari furono respinti addirittura in 183, 150 dei
quali iracheni. Allora ne seguì una protesta ufficiale del
Cir, organizzazione presente nelle frontiere portuali e aeroportuali,
e addirittura un’interrogazione parlamentare. Ma i dati di agosto
mostrano che non è cambiato niente. I respingimenti collettivi
nei porti italiani continuano ad essere la norma. E una volta in
Grecia? La Grecia ha firmato un accordo di riammissione con la
Turchia già nel 2001, utilizzato anche per l’espulsione dei
profughi iracheni. E la Turchia di iracheni ne ha espulsi 135 anche
fine luglio, sotto le inutili proteste dell’Acnur. Tragico destino
quello dei profughi dell’Iraq dilaniato dalla guerra. Oltre due
milioni hanno trovato rifugio in Siria e Giordania. Soltanto il 4% si
trovano in Europa. Il Parlamento europeo, in data 15 febbraio 2007,
approvava una risoluzione sull’Iraq in cui invitava gli Stati
dell’Ue a riconoscere l’asilo agli iracheni e a non espellerli
per nessuna ragione. In Italia quella direttiva sembra non essere mai
arrivata.
Gabriele Del Grande