04/09/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Numero 15. Dal 1° agosto al 31 agosto 2007
Ad agosto 243 morti alle frontiere dell'Europa. Il mese peggiore di un anno, il 2007, che ha già visto morire 959 migranti, la maggior parte tra Malta e Lampedusa. Nel Canale di Sicilia le vittime dell’ultimo mese sono 161; 29 nel mar Egeo e 13 sulle rotte per le isole Canarie.

Agosto, il mese con più vittime del 2007. Due uomini sono rimasti uccisi, in Turchia, nel camion su cui viaggiavano nascosti verso la Grecia, e la stessa fine ha fatto un giovane investito dal camion sotto cui si era nascosto, nel porto di Algeciras, in Spagna. Morto un ventottenne albanese sui valichi del Carso, mentre tentava di superare la frontiera italiana a piedi. Ma la Fortezza Europa fa vittime anche nell’Oceano Indiano, dove, per raggiungere l’isola francese di Mayotte, ad agosto sono annegati in 36; otto erano bambini. Almeno 9.756 morti dal 1988. Intanto ad Agrigento va avanti il processo ai 7 pescatori tunisini finiti in carcere per aver salvato la vita a 44 naufraghi. E nei porti italiani continuano i respingimenti dei richiedenti asilo, mentre nuove testimonianze denunciano abusi della polizia negli aeroporti francesi.
Ufficialmente né l’Italia né Malta hanno mai dichiarato guerra alla Tunisia o alla Libia. Eppure nello stretto di Sicilia in dieci anni sono morte almeno 2.420 persone. Ad Agosto il mare si è ingoiato la vita di almeno 161 giovani uomini e donne. Il 2007 si conferma l’anno più tragico per le rotte siciliane: 491 morti in otto mesi. Erano stati 302 in tutto il 2006. Eppure gli sbarchi sono diminuiti del 30 percento in un anno. Lo dice il Ministero degli interni. Ma allora perché aumentano i morti? I motivi sono quattro. Barche più piccole e meno sicure, niente più scafisti, rotte più lunghe, e mancato soccorso.

Da eroi a criminali. Salvarono la vita a 44 naufraghi, oggi rischiano il carcere. Fossero stati italiani a annegare, i loro soccorritori sarebbero stati ricevuti al Quirinale per una medaglia al valore civile. Ma su quel gommone sedevano indesiderati marocchini, eritrei, sudanesi e somali. Ventinove uomini, 11 donne e due bambini. E per i sette pescatori tunisini che li hanno tratti in salvo, la prospettiva è una forbice che oscilla tra i 4 e i 15 anni di carcere con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non è bastato l’Sos inviato dal comandante Janzeri alle capitanerie di porto tunisine per richiedere un soccorso medico agli uomini presi a bordo dal Morthada e dal Hedi, così si chiamano i due pescherecci ora sotto sequestro. Allo sbarco a Lampedusa è scattato l’arresto e per i sette non resta che sperare in un processo la cui sentenza sembra già scritta, sebbene il Pm abbia chiesto la derubricazione del reato da favoreggiamento doloso e a scopi di lucro a ingresso irregolare nel territorio italiano. In caso di condanna, la difesa si è detta pronta a presentare ricorso fino alla Corte europea. Le associazioni si stanno mobilitando, ma intanto i sette rimangono in carcere. E in mare si è già sparsa la voce. Da tempo i superstiti dei naufragi raccontano l’indifferenza di pescatori e mercantili di fronte alle barche in vetroresina semiaffondate.
 
Respingere invece che accogliere. Trecentosessantadue respingimenti alla frontiera in un mese non fanno notizia. E se 200 di loro sono irakeni e una trentina afgani, ancora meno. Non ne parla nessuno, ma nei porti italiani dell’Adriatico è in corso un attentato al diritto internazionale. I 362 respinti del mese di agosto, nei porti di Bari (190), Brindisi (17), Ancona (153) e Venezia (2), sono soltanto la punta dell’iceberg. Migliaia di respingimenti ogni anno, a fronte di poche decine di richieste d’asilo che riescono ad essere presentate alle frontiere portuali. Vengono da Iraq, Afghanistan e Iran, e si imbarcano in Grecia, a Patrasso e Igoumenitsa, per i porti italiani, sui traghetti dei turisti in vacanza. Ogni giorno la polizia ne trova una decina. Senza nessun documento. Pochi casi Dublino, nessun provvedimento scritto. Nessuna assistenza giuridica. Nemmeno si scende dalla nave. A Bari ogni mattina arrivano tre navi dalla Grecia. E ripartono in serata, con i respinti ancora a bordo. Molti sono addirittura minori. A Pasquetta dal solo porto di Bari furono respinti addirittura in 183, 150 dei quali iracheni. Allora ne seguì una protesta ufficiale del Cir, organizzazione presente nelle frontiere portuali e aeroportuali, e addirittura un’interrogazione parlamentare. Ma i dati di agosto mostrano che non è cambiato niente. I respingimenti collettivi nei porti italiani continuano ad essere la norma. E una volta in Grecia? La Grecia ha firmato un accordo di riammissione con la Turchia già nel 2001, utilizzato anche per l’espulsione dei profughi iracheni. E la Turchia di iracheni ne ha espulsi 135 anche fine luglio, sotto le inutili proteste dell’Acnur. Tragico destino quello dei profughi dell’Iraq dilaniato dalla guerra. Oltre due milioni hanno trovato rifugio in Siria e Giordania. Soltanto il 4% si trovano in Europa. Il Parlamento europeo, in data 15 febbraio 2007, approvava una risoluzione sull’Iraq in cui invitava gli Stati dell’Ue a riconoscere l’asilo agli iracheni e a non espellerli per nessuna ragione. In Italia quella direttiva sembra non essere mai arrivata.

Gabriele Del Grande