Se la corruzione e la mancanza di una gestione appropriata rallentano i lavori
del

governo, le ONG iraniane e internazionali hanno fatto miracoli. La ricostruzione
degli edifici è pagata e gestita da ONG iraniane e organizzazioni culturali che
hanno raccolto ingenti somme di denaro da cittadini coinvolti.
La mia ONG, SIB,
ha terminato di recente la costruzione di una scuola per bambini che hanno perso
i genitori, un dormitorio e un centro nel quale si insegnano artigianato, cucito
e informatica. Il centro fornisce il materiale per le attività e permette agli
studenti di vendere ciò che producono come fonte di guadagno. SIB, una ONG con
base a Tehran, fondata da privati e gestita da volontari dalla capitale, ha assunto
uno staff di dieci abitanti di Bam per portare avanti il centro e insegnare ai
bambini. Ora sta costruendo un’altra sede che diventerà un centro sociale con
un teatro, spazi per lezioni di musica, e un osservatorio astronomico.L’insegnante
del centro SIB, che vive lì, si chiama Narges ed è una donna di 34 anni, vivace
e divertente. A volte però si lascia prendere dalla depressione e gli occhi le
si riempiono di lacrime. I suoi amici se ne accorgono e subito mettono su musica
allegra e cercano di scherzare per ridarle il buon umore.
Nel tempo che ho passato
con lei, sentivo i suoi occhi bagnati di lacrime che scrutavano il mio volto,
cercando di guardare nella mia anima, forse nella

speranza che io, che porto il suo stesso nome, potessi donarle un po’ di pace.
Forse potevo riportarla indietro alla sua vita precedente - prima di quella notte
nella quale ha dovuto tirar fuori dalle macerie i corpi del suoi tre figli, di
11 anni, 4 anni, e 6 mesi. Ha lottato a mani nude contro la terra che tremava,
perdendo di fronte a Madre Natura che inghiottiva avidamente i suoi tre figli.
Forse potevo ricondurla a un tempo, prima del suo viaggio in quell’ospedale
di
Tehran, dove aveva sperato di salvare suo marito, rimasto gravemente ferito tra
le rovine della loro casa. Aveva viaggiato fino a Tehran, con una gamba rotta
e i denti spezzati, dopo aver sepolto i suoi figli, cercando di salvare il loro
padre, ed era tornata dalla capitale con un altro cadavere tra le braccia.
Questa
giovane madre, bella e distrutta, mi ha chiesto di accompagnare lei e Maliheh
a Behesht Zahra (il cimitero), per prendere parte al lutto per i loro morti. Ogni
giovedì tutti gli abitanti di Bam vanno a Behesht Zahra per pregare per le anime
dei propri cari. Ho accettato con esitazione, sapendo che dovevo aspettarmi il
peggio.
Non ho mai visto un cimitero così pieno. Ogni persona faceva visita ad
almeno sei tombe - muovendosi da tumulo a tumulo. Maliheh mi ha indicato una
fila di sei pietre tombali, “Questa è mia zia, suo marito, e i suoi bambini. Tutti
morti. Non un solo superstite nella sua famiglia.” E poi, con il dito tremante,
mi ha indicato un’altra fila di otto pietre - la famiglia di suo zio.
L’ottanta
per

cento della sua famiglia giace in questo cimitero; e in una cultura nella quale
la cerchia sociale è costituita dalla famiglia, perdere l’ottanta per cento è
sinonimo di immensa solitudine.
Camminando tra le tombe, ho notato che molti dei
morti erano miei coetanei o più giovani. Sopraffatta dalla tragicità di tale scoperta,
combattendo con il mio corpo per trattenere gli improvvisi singhiozzi, o pregato
in silenzio per ciascuno di loro, nella speranza che le loro giovani anime riposino
in pace. Sollevando gli occhi dalle tombe, la mia visione è stata travolta dal
mare di persone che pulivano le tombe dei loro cari e vi mettevano sopra fiori,
cibo, Qur’an’s, e fotografie. Con l’energia che rimaneva nel mio cuore spezzato
e pesante, ho pregato per le anime di Bam, perché trovassero finalmente pace e
tranquillità.
(segue)