La comunità internazionale continua a trattare, mentre a Pristina aumentano i problemi
scritto per noi da
Marjola Rukaj
Le temperature torride sembrano infastidire a dismisura i cittadini di Pristina,
in Kosovo, che camminano affollandosi per le strade grigie in un’atmosfera mista
di casbah ottomana e cemento armato da socialismo reale. Sono soprattuto giovani
che si muovono in gruppi, mentre di rado si vedono anziani con il
plis bianco in testa, o le donne anziane con il foulard bianco legato sotto il mento.
Il dramma della disoccupazione. Il Kosovo è la regione dalla popolazione più giovane in Europa e con il tasso
di natalità più alto in Europa, anche se a sentire la gente a Pristina pare che
dopo il conflitto del 1999, la propensione ad avere famiglie numerose stia notevolmente
calando, pur rimanendo superiore a quella dei paesi vicini.
Pristina sembra una città che si muove lentamente, a ritmi rilassati, come di
solito lo sono le città balcaniche non ancora avvolte dalla frenesia postmoderna.
Ma più che in ogni altra regione balcanica, in Kosovo i ritmi lenti sono dovuti
ai problemi socio-economici che qui sono più gravi che altrove.
“Non c’è lavoro”, si lamenta Berat, che lavora sottopagato in un piccolo albergo
del centro per potersi permettere gli studi in futuro. Ha la tipica aria riservata
e il laconismo delle genti di queste parti, che un noto balcanologo croato attribuiva
alla cultura montanara che predomina tra gli albanesi del Kosovo. Il tasso ufficiale
di disoccupazione è del 45 percento, ma nei media kosovari si legge tutti i giorni
che la situazione è ben più grave, tanto da sfiorare il 60 percento, e riguarda
soprattutto i giovani che si trovano disorientati in un mondo del lavoro poco
variegato. La maggior parte studiano scienze umanistiche, come anche nel passato,
quando il Kosovo si trovava colmo di laureati in ambiti poco reddittizi e totalmente
incompatibili con i bisogni reali dell’area, facendo sì che il crescente tasso
di scolarizzazione non contribuisse a ridurre la disoccupazione nella più povera
regione della Jugoslavia.
Il mito culturale di Tirana. La voglia di studiare è tanta, e in molti si iscrivono a Scienze Politiche o
a Lingue straniere, essendo questi gli ambiti che fanno afferrare meglio la realtà
del Kosovo oggi. Anche se l’università, come in molti paesi in via di sviluppo,
sembra l’unico modo d’accesso a un vivere dignitoso, le università kosovare giacciono
in una situazione allarmante, dove alla mancanza di qualità del passato si è aggiunta
anche la grave corruzione e la mancanza dei controlli accademici che hanno bloccato
la ricerca e l’insegnamento a livelli preoccupanti tanto che spesso le voci più
critiche della realtà kosovara oggi denunciano la scarsa professionalità dei docenti
che arrivano persino a spacciare per proprie opere straniere tradotte in albanese.
Ma spesso si sente dire che le università del Kosovo non sono da sottovalutare,
giacché vi insegnano molti professori di Tirana, che per Pristina rimane un centro
culturale di riferimento indiscutibile. Lo scarso prestigio dell’università di
Pristina ha dato via libera al moltiplicarsi delle università private, che aumentano
di anno in anno, diventando le preferite dei giovani. “Ottengono prestigio assumendo
figure dello spettacolo di Tirana, che pagano 7 volte più di qualsiasi esperto
veramente valido di Pristina”, spiega Migjen Kelmendi, giornalista ed editore
che pubblica il giornale più anticonformista della regione, denunciando il degrado
culturale e la totale dipendenza culturale di Pristina da Tirana.
Uguali, ma diversi. Ma i problemi dell’istruzione in Kosovo hanno radici ben più profonde, che risalgono
ai tempi in cui il regime di Milosevic chiuse le scuole in lingua albanese, comportando
il boicottaggio delle scuole da parte degli studenti albanofoni che solo in un
secondo momento si sono adeguati a un sistema scolastico “fai da te”, finanziato
dai fondi della compatta diaspora kosovara, da cui provenivano i sussidi per i
pochi insegnanti e i libri. Le condizioni di studio non permettevano un normale
svolgimento delle lezioni. “Prima della guerra ci radunavamo in 60 e anche di
più in una stanza di un appartamento privato, e lì studiavamo l’albanese, la letteratura,
e altre materie”, racconta Saidja, una studentessa di inglese, in una delle tante
università private di Pristina. L’interdizione dell’insegnamento in albanese ha
procurato gravi conseguenze sulla preparazione dei giovani in Kosovo, che si trovano
ora ad avere difficoltà nel capire l’albanese standard, quello parlato nell’Albania
meridionale, mentre la versione dell’albanese che si parla in Kosovo è affine
al dialetto dell’Albania settenrionale, ma con forti influenze grammaticali, sintattiche
e fonetiche del serbo-croato. Questa è l’unica versione che i giovani in Kosovo
conscono, limitata però solo alla lingua parlata, dato che questa versione dell’albanese
gheg non è mai stata codificata. Da tempo infatti tra Kosovo e Albania sta prendendo
piede la convinzione - pregiudizio che i kosovari non parlino bene la propria
lingua. “Noi e gli albanesi dell’Albania non ci capiamo – dice Burim Mirena un
giornalista del Rtk (radiotelevisione del Kosovo) – è una delle principali ragioni
per cui la percentuale della gente che vorrebbe la Grande Albania sta calando
di giorno in giorno, fino a diventare il 20 percento e anche 15 percento di recente,
secondo i sondaggi della stampa kosovara”.
Ostaggi del passato. Mentre non si parla più neanche il serbo, dato che le due comunità vivono in
due realtà parallele, senza alcun punto di contatto, in assoluta diffidenza reciproca.
Tra le strade di Pristina non si sente mai parlare in serbo. “Non ci sono più
serbi in Kosovo, sono rimasti solo gli anziani e quelli che non sapevano dove
andare, ma di giovani non ce ne sono più, se ne sono andati tutti via dopo la
guerra”, dicono un gruppo di studenti, mentre uno di loro aggiunge: “Oppure si
sono albanizzati, parlano come noi, stanno con noi e noi non ci accorgiamo che
sono serbi”. Le loro reazioni sono comunque contenute, ma traspare che non hanno
granchè voglia di parlare della composizione etnica del Kosovo.
Il Kosovo, dice Migjen Kelmendi, è “oggi il tempio del nazionalismo albanese”.
Il nazionalismo infatti è percettibile ovunque nella società kosovara, per le
strade dove molti giovani indossano magliette con la bandiera albanese, nei pub
dove con il turbofolk balcanico si intrecciano versi epici che cantano le gesta
dei membri dell’Uck, ed è tipico per i giovani chiamarsi Berat, Saranda o Vlora,
città turistiche albanesi, rispecchiando il culto dell’Albania che per anni ha
alimentato il nazionalismo kosovaro. Mentre anche la produzione letteraria è da
tempo monotematica, e tutta incentrata sulla problematica politica del Kosovo,
sul conflitto del 1999 e la repressione subita prima del conflitto. La biblioteca
comunale di Pristina è dedicata ora ad Adem Jashari, e sulla facciata vi è un
gianganteso poster dell’esponente principale dell’Uck in tenuta da guerra, che
ricorda quanto siano stati macabri gli anni Novanta nei Balcani. Nel museo della
città, le cui opere hanno traslocato a Belgrado, vengono esposti armi e oggetti
personali dei guerrieri dell’Uck, mentre il cicerone si accinge anche a descrivere
le scoperte archeologiche del neolitico nella regione che “non possono che confermare
la presenza albanese nel territorio come popolo autoctono”.
Sui palazzi si vedono le traccie delle tante manifestazioni del movimento di
autodeterminazione, il Vetëvendosja, che i giovani taciturni del Kosovo sembrano appoggiare in linea di principio.
Mentre sono convinti che non ci sarà altra soluzione oltre l’indipendenza, si
sente spesso dire che “l’America è la più forte”, ma che ci stanno mettendo troppo
tempo. Così il Kosovo oggi è una regione abitata soprattutto da giovani, disoccupati,
disorientati e stanchi , he aspettano impazienti l’indipendenza della propria
terra, rimanendo intanto imprigionati nel passato recente dei Balcani.