stampa
invia
Il finanziamento. La richiesta per ulteriori 50 miliardi, se verrà confermata dai fatti, servirebbe
a coprire le spese per la potenziata presenza Usa nel Paese, che dal febbraio
scorso è stata aumentata di circa 28.000 uomini. Semplice mantenimento dell'operazione
di surge già approvata a inizio anno, insomma: tenere sul terreno 160.000 militari, gran
parte dei quali concentrati a Baghdad, sta costando più del previsto. Ma il significato
politico potrebbe essere più ampio, segnalando che la Casa Bianca non ha paura
di vedersi bloccata da un Congresso in maggioranza ostile. Anche se le conclusioni
del rapporto Petraeus rimangono un segreto, gli analisti ritengono probabile che
il generale traccerà un bilancio tutto sommato positivo della potenziata missione
irachena. Un ragionamento del tipo: i primi risultati si cominciano a vedere,
possiamo ancora vincere ma il nostro lavoro non è finito. Che sarebbe anche il
succo del discorso pronunciato martedì da Bush a Reno, nel Nevada, di fronte a
una platea di veterani: abbiate fiducia, vinceremo.
Gli schieramenti. In realtà, a Washington la questione Iraq divide ormai anche i due partiti al
loro interno. I repubblicani, una volta granitici dietro le decisioni del presidente,
ora esprimono tutti i loro dubbi sulle possibilità di cambiare davvero le cose.
L'ultima “diserzione” è venuta dal senatore John Warner, che ha invitato Bush
a iniziare un ritiro graduale entro la fine di quest'anno; qualche giorno prima,
dopo l'uscita di un rapporto della Cia che riteneva l'esecutivo iracheno “incapace
di governare in modo efficace”. E i democratici, che in primavera hanno dovuto
soccombere al veto di Bush sulle loro richieste di ritiro, sono meno compatti
di qualche mese fa nella loro opposizione al conflitto. I due principali candidati
democratici alle presidenziali, Hillary Clinton e Barack Obama, recentemente hanno
ammesso che l'escalation militare nella capitale ha avuto alcuni effetti positivi.
E per quanto a Washington i democratici che controllano il Congresso premano tuttora
per un graduale ritiro delle truppe americane, sanno anche che negare il finanziamento
richiesto dal commander in chief Bush in tempo di guerra rischierebbe di etichettarli come anti-patriottici.
L'esito più probabile, ritengono gli osservatori, è questo: l'ulteriore finanziamento
di 50 miliardi verrà concesso, e in cambio i democratici emenderanno il testo
prevedendo nuove voci di spesa anche in patria.
Sempre più sfollati. Rimane da stabilire se la surge stia davvero funzionando. Pensato per stabilizzare l'area di Baghdad e di porre
un freno alle violenze settarie, l'aumento delle truppe ha portato a una diminuzione
degli attentati nella capitale. Ma un rapporto della Mezzaluna Rossa, pubblicato
nei giorni scorsi, mostra come il numero degli iracheni che hanno abbandonato
le loro case sia aumentato da 500.000 a 1,1 milioni da quando è iniziata l'escalation.
In particolare, a Baghdad, il numero di sfollati si è moltiplicato per 20. Il
63 percento sostiene di essere scappato perché temeva per la propria vita, il
25 percento spiega di aver fatto i bagagli sotto la minaccia di uomini armati.
E questi sono sono gli sfollati interni: contando anche quelli rifugiatisi all'estero,
si calcola che il totale arrivi a 4 milioni. Fino a qualche mese fa, gli Stati
Uniti non avevano fatto praticamente niente per accogliere parte di di questi
rifugiati. Ora, per mandare a scuola le centinaia di migliaia di bambini iracheni
sparsi tra Siria, Giordania, Egitto e Libano, Washington ha appena deciso di stanziare
30 milioni di dollari. Ossia lo 0,0006 percento di quei 50 miliardi.Alessandro Ursic