Più che contro il narcotraffico, il governo afgano combatte per il controllo della produzione
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
Lashkargah, profondo sud dell’Afghanistan, primavera
2007. Le acque del fiume Helmand, che
serpeggia lento e sinuoso attraverso il Dasht-e-Margo, il Deserto della Morte,
danno vita e fertilità a una terra altrimenti arida.

Nell’aria calda e polverosa
della città, il profumo degli alberi di mandarino in fiore si mescola all’odore
acre di carne bruciata dei cadaveri straziati e carbonizzati dall’esplosione
dell’ennesimo uomo-bomba saltato in aria in centro. Nella notte tiepida e
illuminata dalla luna, il dolce canto dei grilli fa da sottofondo
al rumore degli elicotteri da
guerra e dei jet militari che volano senza sosta, carichi di missili e bombe
che sganceranno sui villaggi controllati dai talebani. Missili e bombe che
uccidono centinaia di civili, come testimoniano i feriti che arrivano
nell’ospedale di Emergency a Lashkargah. Ma nessuno lo dice, perché dall’anno
scorso il governo afgano – di concerto con la Nato – ha imposto la censura più
completa su qualsiasi notizia che possa ingenerare sentimenti “contrari alle
forze internazionali presenti nel paese”. Forze che a Lashkargah non si vedono
più: hanno paura. Contrariamente a quanto accadeva fino a pochi mesi fa, oggi
è
impossibile incrociare per le polverose strade della città i Land Rover
dell’esercito britannico – questa è zona loro: se ne stanno chiusi nella loro
base-fortezza, il Prt di Lashkargah. Muoversi in convoglio per il centro
abitato sarebbe un suicidio: la gente qui odia i militari stranieri, e i
talebani ormai sono presenti ovunque e colpiscono ovunque. In giro ci sono solo
soldati e poliziotti afgani armati fino ai denti, oltre ai contadini e ai primi
braccianti stagionali che da tutto il paese stanno affluendo per il raccolto
qui in Helmand, dove si produce la metà di tutto l’oppio afgano. Nei campi
fuori città, i papaveri da oppio sono sfioriti e quasi pronti per essere
incisi. Quest’anno si prevede un raccolto che straccerà ogni record storico. Le
abbondanti piogge primaverili, del tutto eccezionali per questa regione arida,
dovrebbero garantire una produttività mai vista prima, sfondando addirittura il
tetto dei cento chili di oppio per ettaro, il doppio della norma. Questo,
ovviamente, ha fatto scendere di molto il prezzo di mercato del tariak, l’oppio
grezzo, quotato a 80-90 dollari al chilo. Meno degli anni passati – quando
l’oppio rendeva 100-120 dollari al chilo – ma sempre molto più di quanto
renderebbero altre colture come il riso, il grano o il mais, ancora fortemente
deprezzate a causa dell’imbattibile concorrenza delle forniture gratuite del
World Food Programme che negli ultimi anni hanno inondato il mercato afgano.
Per questa gente l’oppio è l’unica possibile fonte di sussistenza. Vista la
mancanza di alternative, senza l’oppio morirebbero di fame. Per questo sono
pronti a difendere i loro campi, anche con le armi, anche a costo della loro
vita. Sono già decine i contadini uccisi quest’anno dalla polizia afgana
impiegata nella campagna antidroga del governo Karzai, sostenuta dai quattrini
della comunità internazionale. Ma anche questi fatti vengono tenuti nascosti,
o
camuffati: i contadini uccisi diventano, da morti, talebani.
Già, la campagna antidroga: un
programma fantasma, che in cinque anni non ha dato nessun risultato. La
produzione dell’oppio in Afghanistan non è mai stata florida come sotto il
governo Karzai. L’anno scorso nel paese c’erano 165 mila ettari di terreno
coltivati a oppio e quest’anno
sfioreranno i 180 mila ettari,
vale a dire il doppio rispetto ai 91 mila ettari coltivati del 1999, l’anno del
record storico sotto il regime talebano, quando vennero prodotte 4.600
tonnellate di oppio. Quest’anno il raccolto previsto è di settemila tonnellate.
Le strade delle città europee sono
inondate di eroina “made in
Afghanistan” molto più oggi (il novantadue percento della produzione mondiale)
di quando a produrla c’erano i mullah con turbante e barba lunga (il quaranta
percento).

Come spiegare un simile
fallimento nel conseguire un obiettivo che fin dall’inizio dal 2001 era stato
presentato come una delle ragioni per cui bisognava abbattere il regime
talebano? Un obiettivo tanto più importante in quanto – lo sapevano tutti – il
rifiorire dell’oppio sarebbe stato usato dai talebani per finanziare la loro
riscossa, com’è puntualmente accaduto. La risposta a questa domanda la iniziamo
a trovare alla periferia di Lashkargah, all’ombra di un grande cartellone che
pubblicizza i raid antioppio delle ruspe governative. Qui incontriamo Faizullah
e Nur, due coltivatori amici di amici di amici che hanno acconsentito a
raccontarci cose che non si dovrebbero dire a nessuno, tanto meno a uno
straniero.
“Voi credete che il governo
venga a distruggere i raccolti. Invece viene a rubarli”, afferma il barbuto
afgano lasciandoci a dir poco perplessi. “Vedete quei camion laggiù?”, dice
indicando una lunga fila di mezzi parcheggiati ai margini della città. “Sono
quelli sui quali il governo caricherà i
papaveri tagliati dalle ruspe,
per poi portarli a Kabul dove tutto dovrebbe essere bruciato in grandi falò. Ma
li avete mai visti questi falò?”, domanda Faizullah facendo la faccia di chi la
sa lunga. “Dovrebbero farli davanti alle telecamere, dando alla cosa la massima
pubblicità, non vi pare?
Invece dicono che fanno tutto
di nascosto, per motivi di sicurezza. La verità è che l’oppio viene portato
nelle raffinerie del governo, trasformato in eroina, e poi smerciato
all’estero. Altro che campagna antidroga!”. Interviene il suo amico, Nur, il
quale ci invita a riflettere su un semplice
fatto. “Secondo voi, per quale
ragione il governo decide di ‘distruggere’ i campi di papavero proprio in
coincidenza con il raccolto? Perché aspetta che i papaveri siano pronti? Se lo
scopo fosse veramente quello di distruggere i raccolti, il governo potrebbe
mandare le ruspe prima, quando i papaveri sono ancora bassi. Invece aspetta la
maturazione delle piante, per raccoglierle, non per distruggerle! Vi siete mai
chiesti perché il governo si è sempre opposto all’uso degli aerei per
distruggere i campi con i defoglianti? Credete forse che, come dicono loro,
vogliano tutelare la salute dei contadini? A spararci addosso però non si fanno
problemi!”.

Dopo la chiacchierata con
Faizullah, decidiamo di approfondire l’argomento. Parliamo con altre persone di
Lashkargah, altri coltivatori di papavero. Tutti confermano: il governo di
Kabul finge di lottare contro il narcotraffico, ma in realtà sta semplicemente
cercando di imporre una sorta di “monopolio di Stato” su questo lucroso
business, colpendo solo i produttori di oppio “antigovernativi”, quelli che non
si adeguano o che, peggio, sfidano le autorità. “Chi come me ha un campo di
oppio – spiega Gulam, proprietario di una piccola piantagione appena fuori
città – ha due spese principali, che sostiene in oppio o in denaro: pagare la
manodopera stagionale necessaria per il raccolto lasciando ai braccianti una
parte dell’oppio da essi raccolto, e pagare il governo per mettere al riparo il
campo dalle ruspe e dalle irruzioni della polizia. Chi non paga questa tassa,
o
peggio paga il pizzo ai talebani, rischia che il suo raccolto finisca razziato
dal governo”.
Insomma: il governo di Kabul
si impossessa dell’oppio o “prelevandolo” con questo sistema di tassazione
feudale clandestina, o rubandolo con la forza a coloro che non si adeguano,
agendo dietro la copertura della campagna antidroga.
Che fine faccia l’oppio che
arriva a Kabul a bordo dei camion mostratici da Faizullah ce lo spiega Sayed,
che ha un fratello che lavora per il governo nella capitale. A suo dire, fino
a
un paio di anni fa, quell’oppio veniva trasportato direttamente all’estero,
soprattutto in Iran e Tagikistan, dove c’erano le raffinerie in cui veniva
trasformato in eroina da inviare in Europa. “Poi il governo – spiega Sayed – ha
capito che conveniva costruire raffinerie qui in Afghanistan, così da smerciare
all’estero direttamente il prodotto finito, l’eroina. Con dieci chili di oppio
si fa un chilo di polvere bianca:
un camion carico di eroina ne
vale almeno dieci carichi di oppio. Ovviamente questo lo hanno capito anche i
talebani e i trafficanti a loro collegati, che qui al sud hanno costruito
centinaia di raffinerie. Quelle governative invece stanno tutte nella zona di
Kabul. Mio fratello mi ha detto di
aver visto l’anno scorso un
camion del governo stracolmo di sacchi di farina pachistana: dentro però c’era
un altro tipo di polvere bianca. Tra l’altro – conclude Sayed – gira voce che
molti di questi sacchi vengano rivenduti, o regalati, anche a ufficiali
stranieri, soprattutto statunitensi”.
Al di là delle leggende
urbane, i racconti di queste e di molte altre persone che abbiamo incontrato a
Lashkargah descrivono una situazione completamente diversa, anzi opposta
rispetto a quella che conosciamo noi in Occidente: il governo di Kabul
sostenuto dalle nostre truppe e dai nostri soldi finge di lottare contro la
produzione e il commercio dell’oppio, in realtà ci è invischiato fino al collo.
Il che non dovrebbe stupire più di tanto, se si considera che Walid Karzai,
fratello dell’elegante presidente afgano, è noto per essere il maggiore trafficante
d’oppio della regione di Kandahar. Ciononostante, i dubbi rimangono. Almeno
fino a quando la realtà dei fatti non ci viene platealmente sbattuta in faccia
con un evento che ha dell’incredibile.
Pochi giorni dopo, infatti, i
braccianti stagionali della provincia di Helmand hanno minacciato uno sciopero
per chiedere di essere pagati di più. “Gli anni scorsi i proprietari terrieri
ci pagavano lasciandoci un decimo, un quindicesimo dell’oppio che
raccoglievamo”, raccontava un contadino in quei giorni. “Noi accettavamo
qualsiasi paga perché avevamo bisogno di lavorare. Ma quest’anno sono i
coltivatori ad avere bisogno di noi: il raccolto eccezionale richiede una
quantità eccezionale di manodopera per incidere tutti questi papaveri prima che
il sole li secchi. Inoltre quest’anno – proseguiva il bracciante – lavorare qui
in Helmand è pericoloso perché c’è la guerra, si rischia la vita. Per questo
abbiamo deciso che avevamo il diritto e la forza contrattuale per chiedere di
essere pagati meglio: vogliamo la metà dell’oppio raccolto, sennò andiamo a
lavorare da un’altra parte”. Messi alle strette da questa minaccia, i
coltivatori d’oppio della zona sono subito andati a manifestare sotto il
palazzo del governatore di Helmand, Asadullah Wafa, chiedendo di intervenire in
questa disputa salariale a difesa dei loro profitti. “Abbiamo speso tutti i
nostri soldi per coltivare i campi e ora rischiamo di perdere tutto se il
raccolto si blocca. Il governo deve intervenire, ci deve difendere!”, dicevano
i proprietari terrieri scesi in piazza sotto gli occhi di quella stessa polizia
che, in teoria, dovrebbe distruggere le loro piantagioni. Sono bastate poche
ore di protesta perché il governatore accettasse di intervenire, stabilendo il
“giusto salario” dei raccoglitori nella misura di un quarto del raccolto.
Incredibile: le autorità governative, lungi dal combattere i produttori
d’oppio, ne difendono gli interessi, per un motivo molto semplice: sono soci in
affari. E tali sono considerati dai proprietari delle piantagioni, che infatti
trovano del tutto naturale
rivolgersi al governo per
chiedere il suo aiuto: se salta il raccolto ci perdono entrambi, coltivatori e
governo.
Sotto la tutela
dell’Occidente, Stati Uniti in testa, l’Afghanistan sta diventando il
narco-Stato più potente del pianeta. Il famoso ‘Triangolo d’Oro’ in Indocina è
diventato una bazzecola a confronto. Due realtà lontane, accomunate però da una
caratteristica che fa riflettere: quella di svolgere, o di aver svolto, il
ruolo di roccaforte alleata degli Stati Uniti nelle loro guerre contro “il
male” del momento: il comunismo ieri, il terrorismo oggi. Una volta chiesi a un
esperto straniero di questioni economiche: “Qual è la vera ragione per cui gli
Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan nel 2001? Visto che lì di petrolio non
ce n’è e la famosa faccenda dell’oleodotto della Unocal era marginale e
superata, l’hanno fatto per cosa: per vendicare gli attentati dell’11 settembre
oppure per difendere i loro interessi strategici nella regione, le basi
militari a ridosso della Cina?”.
Lui rispose: “Né l’uno né
l’altro. In Afghanistan non c’è petrolio, ma c’è l’oppio. Nel 2000 i talebani,
per ottenere il riconoscimento della comunità internazionale, avevano smesso di
coltivarlo, destabilizzando e rischiando di mettere in crisi il terzo mercato
più redditizio del pianeta dopo quello del petrolio e delle armi: quello della
droga. Ora tutto è tornato a posto”. All’epoca non lo presi sul serio.