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Il vice. “Magari i 140 milioni
di aiuti Usa al nostro paese fossero aiuti produttivi” ha tuonato
Linera, spiegando come invece parte dei fondi stiano finanziando
gruppi d'opposizione “che elaborano critiche e resistenza
ideologica e politica” al governo democraticamente eletto di Evo
Morales. In particolare, gli Usa starebbero organizzando centri di
influenza con ex ministri e ideologi conservatori. “Tutto questo
suona quanto meno sospetto e richiama a riflettere – ha
sottolineato Linera - Che tipo di aiuto è il loro? Stanno
potenziando centri intellettuali conservatori con denaro che arriva
appositamente nel paese”. E, a coloro che tacciano di
antiamericanismo la Bolvia di Morales, il suo vice ha precisato, che
il governo boliviano protesterebbe allo stesso modo con qualsiasi
altro paese che osasse comportarsi così, pagando presunti
centri di difesa della democrazia che altro non sono se non “luoghi
per arruolare ex funzionari” dei passati governi, nostalgici del
potere che fu. “I soldi Usa li accetteremmo a occhi chiusi se
fossero veramente aiuti produttivi”, ha concluso, ma dato che si
tratta di “aiuti politici” sarebbe bene fossero eliminati, in
quanto interferiscono negli affari interni di uno stato sovrano.
Botte e risposte. “Il nostro
lavoro a Washington è servito per chiarire che in Bolivia,
sottomissione e soggezione, caratteristiche in altri momenti della
diplomazia del paese, oggi sono state sradicate”. Non ha usato
mezzi termini nemmeno l'ambasciatore boliviano in Usa, Gustavo
Guzmán, reduce da una riunione dell'intero corpo diplomatico
lunedì a La Paz. Per il giornalista, diplomatico negli Stati
Uniti dall'agosto 2006, fra la Bolivia e la Casa Bianca le relazioni
persistono profonde ed estese, e la comunicazione politica resta
chiara, ma, condita, comunque, da “frizioni naturali”.
Dichiarazione rincarate dal presidente della Repubblica Evo Morales,
che ha annunciato “decisioni radicali” contro determinati
ambasciatori stranieri, che si intromettono nella politica interna,
compiendo vere e proprie “aggressioni”. Senza esplicitamente
citare gli Stati Uniti, Morales ha spiegato che non capisce come
“alcuni ambasciatori si dedichino a far politica e non diplomazia”.
Ha quindi precisato: “Non so fino a quando li sopporteremo...,
prenderemo decisioni radicali contro questi ambasciatori che
provocano apertamente. Non abbiamo nessuna paura”. Ha, poi, fatto
riferimento a una cospirazione interna ed esterna che tramerebbe per
farlo cadere: “Questa non si chiama cooperazione, ma cospirazione”,
ha denunciato, scatenando la reazione di Washington, che ha
assicurato come il suo intervento nel paese andino sia “apolitico”
e “trasparente”.
Scioperi su scioperi.
Intanto,
la Bolivia vive una delle situazioni più delicate da quando
Morales è stato eletto. L'opposizione sta riversando per le
strade una marea di persone in varie aree del paese: scioperi “in
difesa dello Stato di diritto” si sono svolti da ieri a Santa Cruz, a
Tarija, Beni, Pando, Chuquisaca e Cochabamba e in molti casi si sono
verificati violenti scontri con la polizia e atti di vandalismo. Marce
tranquille soltanto nelle città di Sucre e Cobija. Manifestazioni a cui
i
sostenitori del presidente cocalero
risponderanno scendendo in piazza a migliaia. Si calcolano circa
centomila dimostranti, fra contadini e indigeni, intenzionati a
difendere il loro rappresentante, secondo il quale l'opposizione non
ha altro pensiero che spazzar via “questo indio”.Stella Spinelli
Parole chiave: stella spinelli, morales, Usa, bolivia, washington, indios, indigeni, La paz