Come doveva finire lo scorso aprile, ma con in mezzo quattro mesi di tensione
per il Paese, Abdullah Gul è stato eletto oggi presidente della Turchia. Il numero
due del partito islamico moderato Akp, che abbandonerà così la carica di ministro
degli esteri, ha ricevuto i voti di 339 deputati dell'Assemblea, in pratica solo
di quelli del suo partito. La sua elezione al terzo scrutinio, quando c'è bisogno
solo di una maggioranza semplice dei parlamentari, era scontata. E' invece difficilmente
prevedibile quello che accadrà ora: l'accoppiata premier-presidente realizzata
dall'Akp, trionfatore delle elezioni del 22 luglio, è esattamente l'epilogo che
l'establishment laico del Paese ha cercato di evitare in tutti i modi. E le forze
armate, custodi del secolarismo, hanno già mostrato di non gradire.
La candidatura. Gul aveva annunciato la sua candidatura due settimane fa. La scelta non era stata
indolore per l'Akp: il primo ministro Recep Tayyip Erdogan sembrava più propenso
a proporre un candidato di compromesso, per non alimentare un clima di scontro.
Ma Gul – invocato come presidente dai sostenitori dell'Akp lungo tutta la campagna
elettorale – alla fine ha deciso di riprendere il discorso interrotto lo scorso
aprile, quando il boicottaggio parlamentare del partito di opposizione Chp provocò
l'annullamento della sua elezione da parte della Corte costituzionale. Dato che
le elezioni del 22 luglio avevano mutato il quadro politico – i neoeletti 70 deputati
nazionalisti del Mhp avevano promesso di non uscire dall'aula – la matematica
non lasciava molto spazio ad altre ipotesi. Se Gul si fosse candidato, la sua
vittoria era sicura.
I timori dei laici. In Turchia il presidente nomina gli ufficiali, comanda le forze armate e ha
potere di veto sulle proposte di legge. Tradizionalmente il ruolo è stato ricoperto
da ex generali, giuristi e altri esponenti dell'élite laica. La militanza islamica
di Gul è una minaccia per chi teme una deriva religiosa della Turchia: quando
ancora militava nel Partito del benessere, messo fuori legge a fine anni Novanta
perché considerato troppo islamico, Gul presentava la conquista del palazzo presidenziale
di Cankaya come un obiettivo fondamentale per cambiare il Paese. Il conflitto
tra due visioni diverse per la Turchia è personificato, a livello simbolico, anche
dalla signora Hayrunnisa Gul. In Turchia, dove i sondaggi mostrano che almeno
il 55 percento delle donne indossa qualche tipo di velo, tale pratica è vietata
negli uffici pubblici, nelle scuole e nelle università. Ma quella che da oggi
è la first lady è una convinta sostenitrice del diritto al velo, tanto che alcuni anni fa si
è appellata alla Corte europea per i diritti umani dopo che l'università di Ankara
le aveva negato l'iscrizione, proprio per il suo fazzoletto ai capelli. Nelle
scorse settimane la signora Gul ha cercato di venire incontro alle critiche dei
laici, incaricando uno stilista di confezionarle un velo più moderno, che lasciasse
libera qualche ciocca di capelli. Ma non è servito a molto.
I possibili scenari. Deniz Baykal, leader del Chp, che anche stavolta non ha partecipato alle votazioni,
teme che Gul “userà la carica di presidente per trasformare la Turchia in uno
stato mediorientale, cacciando giudici e rettori universitari fedeli ai principi
laici del Paese”. Mentre tutti si chiedono cosa faranno i militari, autori di
quattro colpi di stato negli ultimi cinquanta anni, ieri il capo di stato maggiore
Yasar Buyukanit ha parlato di “centri del male” che stanno cercando di “minare
le fondamenta laiche della repubblica turca”. Anche senza fare nomi, tutti sanno
che il generale si riferiva a Gul e all'Akp. E anche se l'epoca dei colpi di stato
sembra appartenere al passato, gli osservatori credono che le forze armate e il
resto dell'establishment dispongono di vari mezzi per rendere la vita difficile
a Gul. Le attività dei guerriglieri curdi nel sud-est, le concessioni all'Unione
Europea e l'obiettivo di privatizzare diverse compagnie statali sono tutti temi
sul quale l'Akp è in contrasto con l'élite laica. E c'è anche il rischio che la
vendetta si compia per via giudiziaria. Lasciando il seggio di deputato, Gul ha
perso anche l'immunità. E se la magistratura decidesse di rimettere le mani nello
scandalo di corruzione per il quale è stato condannato Necmettin Erbakan, leader
dell'ex Partito del benessere, Gul stavolta non sarebbe più intoccabile.