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Bhutto in campo, tra buone notizie e dimissioni. Se però dal Waziristan in settimana arrivavano brutte notizie, per fortuna a
lieto fine, le cronache da Dubai aprivano scenari contrastanti. L'incontro Musharraf-Bhutto doveva
decidere del possibile rientro in campo dell'illustre figlia d'arte. Questo permetterebbe
al dittatore in carica di allungare il proprio mandato vincendo alle elezioni
presidenziali e garantirebbe un rientro politico incruento alla prima donna presidente in
un Paese musulmano. Una condizione essenziale posta dalla figliadi Zia ul Haq
per l'alleanza col generale, era che il generale-premier abbandonasse la divisa.
Ma per ora Musharraf non ci pensa proprio. Tant'è che il suo ministro della Tecnologia
ha abbandonato l'Esecutivo giustificando le sue dimissioni proprio con le "mancate
promesse del generale", soprattutto la menzogna di smettere il verde militare.
Legulei e azzeccagarbugli. E non è finita: giovedì 23 agosto è arrivata la decisione di permettere il
rientro in patria di Sharif da parte della Corte Suprema del giudice Iftshakir
Chodry. Anche il magistrato era stato oggetto il mese scorso di un delicato braccio
di ferro con il dittatore Musharraf per poter rientrare nella propria carica e
decidere su questioni spinose come la vicenda Sharif. I legali dell'ex premier,
dopo aver vinto questa prima battaglia, hanno presentato attraverso il loro rappresentante
A. K. Dogan una richiesta di interdizione dai pubblici uffici per quel che formalmente
viene chiamato 'Presidente Musharraf'. Il ricorso alla Corte Suprema, supportato
dalla Ong pro-Sharif 'Forum degli avvocati', chiede anche che l'attuale leader
pachistano venga inabilitato all'esercizio di qualsiasi altro pubblico potere
"per aver mancato alla caratteristiche di neutralità e indipendenza che la Costituzione
richiede al suo ruolo", facendo leva su di una vecchia sentenza della stessa Corte
suprema del giugno 2005, dove si era promnunciata su di un Emendamento alla Carta
suprema.
Bando illegittimo. "E' un giorno di festa per il Pakistan e di cordoglio per la tirannia", questo
il commento dell'ex premier, che era stato incarcerato per "attentato alle istituzioni"
nel dicembre 2000, dopo aver tentato attraverso il parlamento di togliere dalle
mani del generale Musharraf il comando delle Forze armate, a seguito del golpe
del 1999 con il quale l'attuale dittatore prese il potere. Di fronte la Corte
suprema, il collegio di Avvocati dello Stato che parlavano in nome della presidenza,
hanno provato a presentare una dichirazione, si suppone autografata dallo stesso
Sharif. In essa l'ex premier avrebbe dichiarato "spontaneamente" di accettare
10 anni di esilio in cambio della impunità per i suoi cari e del suo rilascio
dalla prigione. Un documento che la Corte ha ritenuto "non riconducibile" a Sharif,
per la mancanza della sua firma, e comunque "illegittimo" secondo la legge pachistana
vigente. "Non si può tenere nessun uomo libero all'estero e tenerlo in esilio,
lo ha stabilito la Corte: Navaz Sharif può rientrare in Pakistan e presentarsi
alle prossime elezioni come candidato" ha detto il presidente del collegio difensivo
Nekruddin Ibrahim. Dal suo esilio londinese, Sharif ha annunciato lunedì 27 agosto
che il suo rientro si fa "sempre più imminente, questione di giorni più che settimane".
Forse già dalla prossima settimana Bhutto, Musharraf e Sharif si troveranno in
un 'Triangolo' non voluto che difficilmente potrà quadrare.Gianluca Ursini