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Il reame dei tabù. In Marocco infatti, il monarca non è
solo il capo dello Stato, ma incarna anche il ruolo di 'principe dei
fedeli', in quanto, secondo la tradizione, è il 36º
discendente di Maometto. Il Marocco, che pure viene considerato un
paese più liberale nel campo della libertà
d'informazione, è caratterizzato da tre grandi tabù:
meglio non parlare infatti del re, dell'Islam e dei saharawi. Questi
tre argomenti sono scottanti, e un giornalista rischia la galera se
li affronta troppo liberamente. Come ha fatto Benchemsi, che ha
firmato un editoriale, in francese e dirija (arabo dialettale
marocchino), nel quale commentava un recente discorso del sovrano
Mohammed VI in merito alle prossime elezioni legislative che si
terranno in Marocco a settembre prossimo. Benchemsi si rivolgeva
direttamente al re, accusandolo di monopolizzare la vita politica
marocchina mettendo a rischio la vita democratica del regno (che è
una monarchia costituzionale). L'accusa della quale dovrà
rispondere il direttore di Tel Quel, è proprio quella di aver
utilizzato un tono troppo confidenziale con il monarca, in dialetto, trattandolo
come un uomo comune.
Censura accanita. Dris Yetú, premier marocchino, ha ordinato alla
magistratura il sequestro di 50mila copie delle riviste, distrutte
poi in una tipografia di Casablanca. Il ministero dell'interno ha poi
riferito, il 6 agosto scorso, che il giornalista è stato
trattenuto e interrogato per sei ore dalla polizia di Casablanca,
prima di essere rilasciato. Ma domani comparirà in tribunale,
e non è la prima volta che le due riviste finiscono nel mirino
delle autorità marocchine. Circa sei mesi fa, le autorità
sequestrarono due numeri di Ninchanè, e l'allora
direttore Dris Ksikes si dimise dopo che la pubblicazione era stata
proibita per due mesi in seguito alla pubblicazione di satire
sull'Islam, il sesso e la politica. Sia lui che un altro giornalista
della rivista furono condannati a pene, poi sospese, di tre anni di
carcere. L'anno scorso poi, la Corte di Appello di Casablanca aveva
condannato due giornalisti di TelQuel a due mesi di prigione
col beneficio della condizionale e al pagamento di una multa di
800mila dirhams (72mila euro), per diffamazione. Nell'occasione,
Ahmed Benchemsi aveva accusato in un editoriale "il potere di
inaugurare un nuovo metodo per imbavagliare la stampa: soffocarla con
multe sproporzionate, ottenute, grazie ai simulacri di processi
civili. Lo stato non fa apertamente niente, aspetta che qualcuno
denunci un giornale, e poi al processo condanne pecuniarie pesanti''.
Tra politica e religione. Il nodo sottolineato da Benchemsi, quello appunto della libertà
d'informazione, sembra essere la chiave per comprendere la stretta
delle autorità sui giornali liberali. Dietro il paravento
'dell'insulto' alla monarchia e all'Islam, si celerebbe la volontà
politica di mettere a tacere la stampa su argomenti scottanti, come
appunto le prossime elezioni. Mohammed VI si sta spendendo in prima
persona per il voto di settembre, arrivando addirittura a vietare a
se stesso, in un discorso pubblico tenuto il 21 agosto scorso,
qualsiasi interferenza con il voto. Al di là del paradosso del
44enne monarca che si auto censura in diretta, il voto del 7
settembre prossimo è il secondo turno elettorale dalla sua
ascesa al trono nel 1999. Alla morte del padre Hassan II, il giovane
monarca aveva promesso una riforma profonda, in senso democratico,
del paese. Ma alle elezioni del 2002, il blocco politico islamista
aveva ottenuto un ottimo risultato, inviso al re a ai suoi alleati
occidentali. Il rischio che vincano ancora loro è forte, e a
questo punto del dibattito politico mancherà una voce fuori
dal coro, quella di Benchemsi e di
Tel Quel.Christian Elia
Parole chiave: christian elia, marocco, mohammed VI, tel quel, ahmed benchmesi