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La Libia che verrà. Occasione della kermesse pubblica era
la presentazione di un piano per una nuova Costituzione, in vista dei
festeggiamenti che si terranno nella Jamahiriya (lo
stato delle masse), il 1 settembre prossimo, per commemorare il 37°
anniversario della rivoluzione che ha portato il colonnello Gheddafi
a rovesciare la monarchia e a imporre il socialismo e la democrazia
diretta nel paese nordafricano. Dei belletti ideologici di allora
resta ben poco, e Gheddafi ha instaurato una rigida dittatura che,
nei piani del figlio, dovrà evolvere verso una riforma
dall'interno. Che non prescinda dai quattro pilastri però. “La
nostra prossima sfida è quella di varare una serie di leggi,
che possiamo chiamare costituzione o contratto sociale”, ha
spiegato Saif, “che garantiscano l'indipendenza di alcuni elementi
chiave della vita del paese, come la Banca Centrale, l'Alta Corte di
giustizia, i mezzi d'informazione e l'associazionismo nella società
civile. Serve per questo un dialogo nazionale, che coinvolga tutto il
popolo libico, per raggiungere la formula ideale il più presto
possibile, per salvaguardare la democrazia diretta inaugurata da mio
padre. La Libia non diventerà, di nuovo, una monarchia”.
Successioni ed elezioni. Lasciando perdere
il riferimento alla democrazia diretta, che lascerebbe perplessi
molti osservatori internazionali, l'ultima frase di Saif è un
chiaro riferimento alla sua successione alla guida del paese. Molti ritengono
che
sia ormai scontata, ma lui continua a negare. E non sarebbero pochi i
governi, soprattutto in occidente, a sorridere di questa ipotesi.
Inoltre ieri, per l'ennesima volta, Saif ha parlato da statista,
indicando le linee guida della riforma costituzionale e annunciando
l'investimento di 82,8 miliardi di dollari per “curare i mali della
Libia”. Non proprio promesse che possono fare tutti, e soprattutto
uno come Saif, che al momento non ricopre nessun incarico ufficiale.
Posizione che, a più riprese, gli ha attirato le antipatie dei
burocrati di regime, in particolare dei 'comitati popolari' nei quali
è organizzata la società civile libica. Lo stesso Saif,
un anno fa, ne aveva denunciato la corruzione, suscitando un vespaio
di polemiche. Saif ha fondato e dirige un movimento, chiamato Insieme
per la Libia, che si batte per una riforma della società
libica. La struttura più vicina a un partito politico che si
possa immaginare in Libia, e che secondo molti è l'ispiratore
dell'inversione di rotta a 360° della politica estera del padre.
Dal 2003 a oggi, Gheddafi e la Libia hanno abbandonato il limbo da
stato paria nel quale li aveva sprofondati l'amministrazione Reagan e
gli Stati Uniti, per diventare un partner commerciale ritenuto
affidabile da Washington, Londra e Bruxelles. Meno da Parigi, almeno
dopo le ultime dichiarazioni di Saif secondo cui il governo francese
avrebbe pagato una contropartita salata per la liberazione delle
infermiere bulgare: il rilascio di uno dei condannati per la strage
di Lockerbie e la fornitura di armi alla Libia.
Abile stratega. Ma chi è
Saif? Il primogenito del Colonnello, 35 anni, è diventato
'l'erede' designato nel 1995, quando lo stesso Gheddafi lo indicò
come possibile sostituto. Studi londinesi, Saif si è sempre
segnalato come un abile negoziatore, con la sua fondazione che si è
inserita spesso nella trattativa per il rilascio di ostaggi
occidentali. E' il boss della Tamoil, colosso petrolifero, che per un
periodo ha posseduto una quota della Juventus. Christian Elia
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