L'Akp di Erdogan candida Abdullah Gul alla presidenza. E la Turchia si chiede cosa succederà
Se alla fine prevarrà la matematica, si potrebbe dire “molto rumore per nulla”.
Perché il ministro degli esteri Abdullah Gul, come quattro mesi fa, è di nuovo
il candidato del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) alla presidenza
della Turchia. Forte del trionfo alle elezioni del 22 luglio, il partito del premier
Recep Tayyip Erdogan tenta quindi la spallata finale, e a meno di colpi di scena
sembra che niente potrà fermare Gul. Per l'élite laica del Paese, che lo scorso
aprile si ribellò all'idea di vedere la presidenza finire in mano a un islamico
con moglie velata, sarebbe un colpo duro da digerire. Ma secondo molti osservatori,
anche quelli che hanno accolto positivamente la sua vittoria elettorale, l'Akp
sbaglia a cercare di stravincere. Perché il pericolo è quello di destabilizzare
la Turchia.
Verso la presidenza. Gul ha annunciato la sua candidatura martedì mattina, dopo aver discusso in un
incontro “fruttuoso” con il leader del partito nazionalista Mhp, Devlet Bahceli.
La presenza di 70 deputati nazionalisti in Parlamento è ciò che rende diverso
il quadro istituzionale da quello di aprile, quando l'Assemblea era divisa tra
Akp e Partito repubblicano del popolo (Chp). Insieme al Chp, l'Mhp costituisce
l'opposizione laica al governo. Ma contrariamente ai parlamentari del partito
fondato da Ataturk, che quattro mesi fa uscirono dall'aula durante le votazioni
per la presidenza puntando a far mancare il numero legale, i nazionalisti hanno
promesso di non boicottare i lavori. In pratica: anche senza ricevere il voto
di altri deputati, l'Akp (che ha 341 deputati su 550) dovrebbe essere in grado
di eleggere Gul al terzo turno di scrutinio il 28 agosto, quando basteranno 276
voti e non una maggioranza dei due terzi. Lo stesso esito che ci si attendeva
in primavera, ma il ricorso – sfruttando un cavillo inedito – del Chp alla Corte
costituzionale annullò tutto e portò alle elezioni parlamentari anticipate.
I dubbi. Ma se l'esito sembra così scontato, non ci si spiegherebbe perché la seconda
candidatura di Gul sia stata così sofferta. Secondo gli analisti, il premier Erdogan
avrebbe cercato di convincere il suo fedele alleato a desistere, per non alimentare
un clima di scontro. Dopotutto, era stato lo stesso Erdogan a promettere un “candidato
di compromesso” nel caso l'Akp avesse vinto le elezioni. Ma le pressioni della
base – basta ricordare il coro “Gul presidente” della folla di Ankara durante
il comizio per celebrare il trionfo del 22 luglio – hanno evidentemente convinto
il ministro degli esteri a rivendicare una carica che non concede gli stessi poteri
del premier, ma è piena di significato. Già nei suoi discorsi di dieci anni fa,
quando militava nel “Partito del benessere” poi messo fuorilegge perché troppo
islamico, Gul presentava la conquista del palazzo presidenziale di Cankaya come
un obiettivo fondamentale per cambiare il Paese.
I timori dei laici. In Turchia il presidente nomina gli ufficiali, comanda le forze armate e ha potere
di veto sulle proposte di legge. Tradizionalmente il ruolo è stato ricoperto da
ex generali, giuristi e altri esponenti dell'élite laica. La militanza islamica
di Gul – molti membri dell'ex Partito del benessere sono poi confluiti nell'Akp
– è una minaccia per chi teme una deriva religiosa della Turchia. E poi la moglie
di Gul, Hayrunnisa, non solo porta il velo ma alcuni anni fa si è appellata alla
Corte europea per i diritti umani dopo che l'università di Ankara le aveva negato
l'iscrizione, proprio per il suo fazzoletto ai capelli. Secondo le attuali leggi
turche, che proibiscono il velo negli uffici pubblici, la signora Gul dovrebbe
togliersi il velo nel palazzo che dovrebbe diventare casa sua.
I possibili scenari. L'opposizione laica non ha preso bene la notizia della seconda candidatura di
Gul. Deniz Baykal, leader del Chp, ha annunciato un altro boicottaggio in aula
e si è rifiutato di incontrare l'aspirante presidente, dichiarando che Gul “userà
la carica di presidente per trasformare la Turchia in uno stato mediorientale,
cacciando giudici e rettori universitari fedeli ai principi laici del Paese”.
Ora tutti attendono una mossa dei militari, autori di quattro colpi di stato negli
ultimi cinquanta anni. In aprile bastò una presa di posizione pubblicata sul sito
delle forze armate, per far capire che aria tirasse. “Anche se l'esercito permette
a Gul di diventare presidente”, spiega Wolfango Piccoli, un'analista dell'Eurasia
Group, “sarà più vigile e sicuramente aspetterà il primo errore di Gul o di Erdogan.
Questo potrebbe rendere la vita difficile al governo sulla questione dei guerriglieri
curdi in Iraq, sull'Unione Europea e forse anche sulle privatizzazioni delle compagnie
statali”. L'altro rischio è che la vendetta si compia per via giudiziaria. Lasciando
il seggio di deputato, Gul perderebbe anche l'immunità. E se la magistratura decidesse
di rimettere le mani nello scandalo di corruzione per il quale è stato condannato
Necmettin Erbakan, leader dell'ex Partito del benessere, Gul stavolta non sarebbe
più intoccabile.