stampa
invia
Bilancio ufficiale. "L'esercito stringe d'assedio quello che resta dei terroristi, e avanza con
precauzione, sminando il terreno e sgomberando dai detriti la zona della quale
si è impadronito negli ultimi giorni'', ha commentato il portavoce militare che
ha reso noto il bollettino dell'ultima battaglia. Uno scontro che non è mai finito,
anche se i riflettori dell'informazione che conta si sono spenti da tempo. Ieri,
nel corso di una conferenza stampa, il generale Michel Suleiman, comandante in
capo dell'esercito libanese, ha tracciato un bilancio delle violenze: "Sono 200
le vittime fino a oggi. Di queste, 136 sono militari libanesi. La stima non tiene
conto dei combattenti islamici uccisi negli scontri, i cui corpi sono rimasti
all'interno del campo profughi di Nahr al Bared, dove si trovano ancora almeno
70 miliziani e un centinaio tra donne e bambini che, nonostante i ripetuti appelli
ad abbandonare la struttura, continuano a restare dentro". E' lecito pensare,
visto che per i miliziani è impossibile uscire dal campo, che le vittime siano
molte di più, e che i guerriglieri morti siano stati sepolti tra le baracche del
campo profughi. Ma la giornata di ieri non è stata importante solo per la comunicazione
di un, seppur parziale, bilancio. Il generale Suleiman infatti, parlando ai suoi
ufficiali, ha sdoganato la Siria da qualunque coinvolgimento, sottolineando anzi
come lui stesso si sia sbagliato nel ritenere Fatah al-Islam un gruppo che eseguiva
gli ordini di Damasco. "Fatah al-Islam è un ramo di al-Qaeda", ha dichiarato il
generale, "e si tratta di un gruppo molto ben addestrato che puntava a compiere
attentati al di fuori del campo profughi".
Valutazioni differenti. Lo stesso giorno il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato che
il gruppo Fatah al-Islam è stato inserito nella 'lista nera' delle organizazzioni
terroristiche. Sembrerebbe quasi che Suleiman abbia concordato la sua uscita con
il governo Usa, ma Washington ha chiarito che il gruppo è stato 'marchiato' il
9 agosto scorso, su richiesta diretta del Segretario di Stato Usa Condoleezza
Rice. Fatah al-Islam quindi diventa uno Specially Designed Global Terrorist, sigla
che indica i gruppi terroristici, e che permette di congelare i beni finanziari
e le proprietà collegate ai gruppi sospetti. Solo che per gli Usa un collegamento
con damasco esiste. "Fatah al-Islam è una derivazione siriana del gruppo terroristico
palestinese Fatah al-Intifada", recita la nota del Dipartimento di stato Usa,
"il leader è Shakir al-Absi, un militante giordano - palestinese, è stato condannato
a morte in contumacia ad Amman per il suo coinvolgimento nell'assassinio, nel
2002, del diplomatico Usa in Giordania Laurence Fowley". Stessa accusa, quest'ultima,
che pendeva anche sul capo del defunto leader di al-Qaeda in Iraq, al-Zarqawi.
Un legame con al-Qaeda c'è, ma e la Siria lo sponsor principale di Fatah al-Islam.
Come si spiega questa differenza di valutazioni tra Washington e il comandante
dell'esercito libanese sul gruppo armato?
Giochi di potere. E' probabile che, come spesso accade in Medio Oriente, i diversi interessi politici
s'intreccino in spirali contorte. Per Washington infatti, la pressione sulla Siria
resta un elemento determinante della politica estera, ispirata spesso nella regione
dalle necessità del governo israeliano. Per Tel Aviv, e quindi anche per Washington,
la Siria è la porta d'ingresso degli aiuti militari che l'Iran invia ad Hezbollah,
il movimento sciita che tiene in scacco il fronte settentrionale d'Israele. Non
a caso, negli ultimi tempi, si moltiplicano inquietanti movimenti di truppe siriane
e israeliane al confine. Per il generale Suleiman invece, la prospettiva è rovesciata.
Sembra infatti che potrebbe essere proprio lui, cristiano maronita, il prossimo
presidente della Repubblica in Libano, o ancor prima il premier di un governo
di transizione. Lo ha dichiarato, sempre ieri, il ministro della Difesa libanese
Albert Mansour, in un'intervista al quotidiano libanese Daily Star. "Ho personalmente
sottoposto questa idea a Suleiman", ha dichiarato Mansour, "che ha accettato nel
caso in cui il Parlamento non riuscisse ad eleggere un nuovo capo dello Stato.
Secondo gli accordi di Taif del 1989, che dividono su base confessionale le principali
cariche dello Stato, il premier dovrebbe essere un musulmano sunnita, ma Mansour
ha ricordato come ci sia un precedente, in quanto il generale Aoun (cristiano
maronita) venne nominato premier nel 1988. A questo punto l'unico ostacolo alla
nomina di Suleiman sarebbe la norma costituzionale secondo la quale un funzionario
di Stato di alto rango, quale il generale è, si deve dimettere 6 mesi prima di
un altro incarico di pari livello. Bisognerebbe aggirare l'ostacolo e forse l'unico
modo è trovare un accordo con i deputati vicini ad Hezbollah. E non ci sarebbe
miglior viatico per un accordo con loro che dispensare la Siria dalle accuse di
sostegno a Fatah al-Islam.Christian Elia
Parole chiave: christian elia, libano, fatah al-islam, fatah al-intifada, nahr al bared