16/08/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A Nahr al Bared si combatte ancora, mentre le trame politiche in Libano si fanno sempre più fitte
L'ultima vittima della battaglia del campo profughi palestinesi di Nahr al Bared, nel Libano settentrionale, tra l'esercito libanese e i  miliziani di Fatah al-Islam, è il soldato morto ieri in  una degli scontri che, dal 20 maggio scorso, sono all'ordine del giorno.
 
un guerrigliero di fatah al-islamBilancio ufficiale. "L'esercito stringe d'assedio quello che resta dei terroristi, e avanza con precauzione,  sminando il terreno e sgomberando dai detriti la  zona della quale si è impadronito negli ultimi giorni'', ha commentato il portavoce militare che ha reso noto il bollettino dell'ultima battaglia. Uno scontro che non è mai finito, anche se i riflettori dell'informazione che conta si sono spenti da tempo. Ieri, nel corso di una conferenza stampa, il generale Michel Suleiman, comandante in capo dell'esercito libanese, ha tracciato un bilancio delle violenze: "Sono 200 le vittime fino a oggi. Di queste, 136 sono militari libanesi. La stima non tiene conto dei combattenti islamici uccisi negli scontri, i cui corpi sono rimasti all'interno del campo profughi di Nahr al Bared, dove si trovano ancora almeno 70 miliziani e un centinaio tra donne e bambini che, nonostante i ripetuti appelli ad abbandonare la struttura, continuano a restare dentro". E' lecito pensare, visto che per i miliziani è impossibile uscire dal campo, che le vittime siano molte di più, e che i guerriglieri morti siano stati sepolti tra le baracche del campo profughi. Ma la giornata di ieri non è stata importante solo per la comunicazione di un, seppur parziale, bilancio. Il generale Suleiman infatti, parlando ai suoi ufficiali, ha sdoganato la Siria da qualunque coinvolgimento, sottolineando anzi come lui stesso si sia sbagliato nel ritenere Fatah al-Islam un gruppo che eseguiva gli ordini di Damasco. "Fatah al-Islam è un ramo di al-Qaeda", ha dichiarato il generale, "e si tratta di un gruppo molto ben addestrato che puntava a compiere attentati al di fuori del campo profughi".
 
i militari dell'esercito libaneseValutazioni differenti. Lo stesso giorno il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato che il gruppo Fatah al-Islam è stato inserito nella 'lista nera' delle organizazzioni terroristiche. Sembrerebbe quasi che Suleiman abbia concordato la sua uscita con il governo Usa, ma Washington ha chiarito che il gruppo è stato 'marchiato' il 9 agosto scorso, su richiesta diretta del Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice. Fatah al-Islam quindi diventa uno Specially Designed Global Terrorist, sigla che indica i gruppi terroristici, e che permette di congelare i beni finanziari e le proprietà collegate ai gruppi sospetti. Solo che per gli Usa un collegamento con damasco esiste. "Fatah al-Islam è una derivazione siriana del gruppo terroristico palestinese Fatah al-Intifada", recita la nota del Dipartimento di stato Usa, "il leader è Shakir al-Absi, un militante giordano - palestinese, è stato condannato a morte in contumacia ad Amman per il suo coinvolgimento nell'assassinio, nel 2002, del diplomatico Usa in Giordania Laurence Fowley". Stessa accusa, quest'ultima, che pendeva anche sul capo del defunto leader di al-Qaeda in Iraq, al-Zarqawi. Un legame con al-Qaeda c'è, ma e la Siria lo sponsor principale di Fatah al-Islam. Come si spiega questa differenza di valutazioni tra Washington e il comandante dell'esercito libanese sul gruppo armato?
 
il comandante dell'esercito libanese, generale michel suleimanGiochi di potere. E' probabile che, come spesso accade in Medio Oriente, i diversi interessi politici s'intreccino in spirali contorte. Per Washington infatti, la pressione sulla Siria resta un elemento determinante della politica estera, ispirata spesso nella regione dalle necessità del governo israeliano. Per Tel Aviv, e quindi anche per Washington, la Siria è la porta d'ingresso degli aiuti militari che l'Iran invia ad Hezbollah, il movimento sciita che tiene in scacco il fronte settentrionale d'Israele. Non a caso, negli ultimi tempi, si moltiplicano inquietanti movimenti di truppe siriane e israeliane al confine. Per il generale Suleiman invece, la prospettiva è rovesciata. Sembra infatti che potrebbe essere proprio lui, cristiano maronita, il prossimo presidente della Repubblica in Libano, o ancor prima il premier di un governo di transizione. Lo ha dichiarato, sempre ieri, il ministro della Difesa libanese Albert Mansour, in un'intervista al quotidiano libanese Daily Star. "Ho personalmente sottoposto questa idea a Suleiman", ha dichiarato Mansour, "che ha accettato nel caso in cui il Parlamento non riuscisse ad eleggere un nuovo capo dello Stato. Secondo gli accordi di Taif del 1989, che dividono su base confessionale le principali cariche dello Stato, il premier dovrebbe essere un musulmano sunnita, ma Mansour ha ricordato come ci sia un precedente, in quanto il generale Aoun (cristiano maronita) venne nominato premier nel 1988. A questo punto l'unico ostacolo alla nomina di Suleiman sarebbe la norma costituzionale secondo la quale un funzionario di Stato di alto rango, quale il generale è, si deve dimettere 6 mesi prima di un altro incarico di pari livello. Bisognerebbe aggirare l'ostacolo e forse l'unico modo è trovare un accordo con i deputati vicini ad Hezbollah. E non ci sarebbe miglior viatico per un accordo con loro che dispensare la Siria dalle accuse di sostegno a Fatah al-Islam.

Christian Elia

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