Indossa un t-shirt nera, con su una scritta bianca " Juve Club malo". La scritta
spicca sulla maglietta come il bianco degli occhi spicca sulla sua pelle scura.
Benjamin ha 21 anni e , se non fosse per la sua espressione serissima e il timbro
basso , quasi un sussurro monotono, della sua voce, ne dimostrerebbe meno.
Infanzia rubata. Eppure Benjamin non ha mai avuto una infanzia. Di se stesso bambino ha un ricordo
confuso, come un flash che si rifletta violento su uno specchio, riproiettando
immagini sovraesposte, senza contorni e senza successione temporale. " combattimenti-racconta
con il suo sussurro- tanti combattimenti: fuoco,lampi,grida….per quattro anni
ho combattuto. Per quattro o cinque anni". Benjamin non e’ nemmeno certo di quanto
sia durato il flash che ha bruciato la sua fanciullezza, come lui bruciava villaggi
di capanne e spesso chi ci viveva dentro. "Ci drogavano:cocaina e brown brown
(una miscela a base di polvere da sparo) eravamo quasi permanentemente sotto l’effetto
di queste sostanze, non sentivamo niente ne’ fame ne’ dolore, ne’ paura ne’ pietà".
Il tono della voce di Benjamin non cambia, non vi si coglie traccia di autogiustificazione,
come quando racconta di come sia diventato uno delle migliaia di bambini soldato
che hanno reso atroce , oltre ogni umana immaginazione , la guerra civile che
ha insanguinato la Sierra Leone sino ai primi mesi del nuovo secolo. " Non so
niente dei miei genitori, se sono vivi, se sono morti. Avevo dieci anni quando
fui rapito dai ribelli del Ruf (fazione antigovernativa) che avevano attaccato
il mio villaggio. Fui costretto a combattere, o combattevi per loro o ti uccidevano.
Mi portarono per sei mesi in un campo di addestramento per insegnarmi a montare
e smontare il fucile. Ci facevano ammazzare i prigionieri, civili e militari,
con il mitra, ma prima con il machete. Prima ho avuto il machete, il fucile me
l’hanno dato più tardi….."
Orrore quotidiano. I due ragazzini che con il machete mozzarono il braccio sinistro di Fatmata,
all’altezza della spalla, erano di poco piu’ grandi di lei, che aveva nove anni.
" Ricordo ancora bene il sasso dove mi costrinsero ad appoggiare il braccio per
tagliarmelo via" racconta Fatmata Kabu, che oggi e’ una bellissima ragazza di
venti anni, dai lineamenti sottili ed aggraziati, due orecchini lunghi le pendono
dai lobi, come pende la manica vuota del vezzoso vestito verde che indossa. Fatmata
e Benjamin vivono non lontani l’uno dall’altra, anche se qui, le strade sterrate
e piene di buche , rendono molto piu’ lunghe ed incerte le distanze. Fatmata frequenta
il centro di un prete Italiano, Padre Maurizio Boa, che si prende cura dei bambini
mutilati dalla guerra proprio da quando incontrò lei nel 1995. Il centro sorge
nell’immediata periferia di Freetown, in un area chiamata Kissy Low Cost, per
il prezzo relativamente basso che paga chi si può permettere solo l’affitto di
una stanza e non di una casa, e per questo può essere considerato già fortunato.
Benjamin invece vive a Lakka, un villaggio sul mare a poco più di venti chilometri
dalla capitale. Li, in un vecchio albergo turistico abbandonato per la guerra,
un altro prete italiano, Padre Berton, ha fondato un rifugio per gli ex bambini
soldato, "The Family Home Movment".
Un posto sicuro. Zainatu Turay e’ la giovane coordinatrice del rifugio. " Fu proprio Padre Berton
-racconta- ad andare a parlare con il capo dei ribelli, nel 1999, quando già stavano
per entrare a Freetown, perchè gli consentisse di portare via con se almeno i
combattenti più piccoli. Riuscì a convincerlo, e tra loro c’era anche Benjamin"-"si,
ma poi arrestarono lui" la interrompe Benjamin, con un sorriso un po’ forzato
sul volto. Ma Zainatu continua a spiegare come, dopo essere riusciti in tempo
di guerra a strappare bambini dalle fila dei ribelli ed anche da quelle dei governativi,
continui l’impegno per farne uscire altri che, catturati a quel tempo, sono cresciuti
nelle carceri dove sono rinchiusi ancora oggi. "Cerchiamo, dopo averli ospitati
qui per un periodo di primo riadattamento, famiglie che accettino di adottarli,
in modo che possano reintegrarsi nella società attraverso nuovo affetti. Non e’
facile, molti sono già ragazzi grandi, soffrono di disturbi psichici, delle conseguenze
dell’uso prolungato di droghe, e poi alcuni capi famiglia non ne vogliono sapere-"Quello
potrebbe avere ucciso mio figlio, mutilato mia moglie- dicono- perchè dovrei aiutarlo?"
Non capiscono che loro, anche se hanno commesso atrocità tremende, non ne hanno
colpa. Erano solo bambini, sono vittime non carnefici, i veri carnefici sono quelli
che li hanno costretti a commetterle". Le capanne di alcune famiglie , che hanno
accettato di adottare questi ragazzi sorgono poco fuori le mura di cinta del vecchio
albergo. Pochi giorni fa un tifone particolarmente violento ha scoperchiato i
tetti di lamiera che le coprono. Sono casupole di una sola stanza, senza elettricità
ne acqua, come quasi tutte qui in Sierra Leone. Qualche gallina magra razzola
nella terra fangosa sulla quale sorgono, frotte di bambini seminudi giocano nelle
pozze di acqua piovana. Nemmeno la lussureggiante bellezza delle palme e della
spiaggia poco lontana riesce a distrarre dall’eterna povertà che raccontano. Mary
Jonson se ne sta ritta in piedi davanti alla sua capanna. L’età avanzata le ha
rubato alcuni denti dalla bocca e le ha dato in cambio le rughe profonde che le
solcano il viso, magro come il corpo, ma non e’ riuscita a sottrarle la vivacità
degli occhi, brillano quando parla dei suo " children". Lei nel tempo ne ha adottati
tanti. " Tutti in questa area sanno che io sono una buona madre-dice orgogliosa-
da quando Padre Berton mi chiese di accudire il primo, non so nemmeno io quanti
figli ho tirato su. Adesso alcuni vivono e lavorano a Freetown, altri vanno a
scuola e hanno trovato sistemazione in altre famiglie. Ma moltissimi mi vengono
a trovare quando possono, anche da lontano. Io non ne ho mai abbandonato nessuno
e loro non abbandonano me".
Aspettando il futuro. Benjamin però una famiglia non l’ha ancora trovata, la sua e’ in questo centro,
insieme agli altri novanta ragazzi che ci vivono. Qui sta imparando a fare il
falegname, cosi, se ne troverà una, potrà essere di sostegno. Appoggiato alla
ringhiera di colonnine di cemento bianco della terrazza che dà sul mare, vecchio
reperto dei passati fasti dell’albergo, mi mostra una lunga cicatrice che ha sulla
gamba destra. " Un giorno lo chiesi al comandante-dici che combattiamo per il
popolo, perchè allora lo ammazziamo?- racconta- e lui mi rispose colpendomi con
la lama del machete proprio qui sulla gamba". Poi torna a nascondere la cicatrice
sotto il pantalone. Ma le cicatrici di Fatmata o quelle di Isatu, un'altra bambina
oggi diciottenne, rimasta con un moncone al posto del braccio, non si possono
nascondere, e risultano tristemente evidenti nei corpi giovani dei ragazzi e delle
ragazze che attorniano Padre Maurizio. Lo ascoltano mentre ci racconta come iniziò
la pratica devastante delle mutilazioni. " Quando il Ruf nel 1997, perse le elezioni
e non accettò la vittoria del partito del presidente Kabba, i ribelli cominciarono
a mozzare i pollici alla gente. Si votava lasciando l’impronta del pollice sul
registro, perchè qui sono quasi tutti analfabeti. – Vai a farti restituire il
dito da Kabba- dicevano dopo averglielo amputato. Poi, con l’inferocirsi della
guerra, tagliare arti divenne il sistema del terrore. Via mani, braccia, gambe,
a tutti, anche ai bambini piccoli. Quando nel 1999 i ribelli sono entrati in città,
qui dal tetto di casa mia, ho visto menomare persone a decine, una dietro l’altra,
come in una macelleria. Gridavano, piangevano, chiedevano pietà ma era inutile….E
io non potevo fare niente." Conclude, e dietro le lenti degli occhiali gli occhi
gli si arrossano per le lacrime trattenute. " Quando incontro qualcuno mutilato,
non riesco ad avvicinarmi a lui- mi dice Benjamin- provo vergogna ."
Dimenticare l'odio. Non sarà facile per Benjamin convincersi che la cicatrice che nasconde sotto
il pantalone e quella aperta, che nasconde dentro di se, sono uguali a quella
che chiude il moncherino di Fatmata. Tutti e due bambini violentati dalla follia
della guerra, che il caso ha fatto si che uno appaia carnefice e l’altra vittima.
Potrà accadere che Benjamin e Fatmata si incontrino davvero. Sia il centro di
padre Berton che quello di padre Maurizio, fanno infatti riferimento all’ospedale
di Emergency di Goderich, per l’assistenza medica e chirurgica per i loro ragazzi
e ragazze. "Quando si e’ subita una amputazione da bambini –spiega Gianpaolo Pedrini,chirurgo
ortopedico- il moncone dell’arto cambia con la crescita e quindi bisogna intervenire
per renderlo adatto a una futura protesi. Qui e’ difficile sopravvivere alla povertà
quando si e’ tutti interi- prosegue, abbandonando il linguaggio clinico- figurati
se ti manca un braccio o una gamba! Una protesi funzionale puo’ salvare la vita".
Il centro di Padre Berton, quello di Padre Maurizio, l’ospedale di Emergency sono
fili sottili ma resistenti, che si intrecciano tra loro per ricucire la lacerazione
della guerra, che continua ad infettarsi con la miseria. Fili tessuti con la tenacia
di chi ci crede. Di chi crede che un giorno Benjamin possa incontrarsi con Fatmata.
Lui senza provare vergogna , lei senza provare paura.