18/08/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



11 agosto, la Sierra Leone al voto per il presidente, il parlamento e un referendum per la costituzione
Le elezioni presidenziali e legislative dello scorso 11 agosto in Sierra Leone, secondo gli osservatori internazionali, si sono svolte in un clima pacifico e corretto. In vantaggio per la carica di capo dello Stato, mentre sono stati scrutinati il 45,3 percento delle schede, è Ernest Bai Koroma, leader del All Peoples Congress, a cui viene accreditato un 46,58 percento di preferenze. L'inseguitore più vicino è Solomon E. Berewa, del Sierra Leone People's Party, con il 36,13 percento delle preferenze. Il paese africano, dilaniato in passato da una sanguinosa guerra civile costata la vita ad almeno 50mila persone, sembra avviato a un futuro più sereno, anche se i problemi della popolazione restano tanti, come racconta il reportage del nostro inviato Vauro Senesi.
 
  
Dal nostro inviato
Vauro

Indossa un t-shirt nera, con su una scritta bianca " Juve Club malo". La scritta spicca sulla maglietta come il bianco degli occhi spicca sulla sua pelle scura. Benjamin ha 21 anni e , se non fosse per la sua espressione serissima e il timbro basso , quasi un sussurro monotono, della sua voce, ne dimostrerebbe meno.
 
le strade di freetownInfanzia rubata. Eppure Benjamin non ha mai avuto una infanzia. Di se stesso bambino ha un ricordo confuso, come un flash che si rifletta violento su uno specchio, riproiettando immagini sovraesposte, senza contorni e senza successione temporale. " combattimenti-racconta con il suo sussurro- tanti combattimenti: fuoco,lampi,grida….per quattro anni ho combattuto. Per quattro o cinque anni". Benjamin non e’ nemmeno certo di quanto sia durato il flash che ha bruciato la sua fanciullezza, come lui bruciava villaggi di capanne e spesso chi ci viveva dentro. "Ci drogavano:cocaina e brown brown (una miscela a base di polvere da sparo) eravamo quasi permanentemente sotto l’effetto di queste sostanze, non sentivamo niente ne’ fame ne’ dolore, ne’ paura ne’ pietà". Il tono della voce di Benjamin non cambia, non vi si coglie traccia di autogiustificazione, come quando racconta di come sia diventato uno delle migliaia di bambini soldato che hanno reso atroce , oltre ogni umana immaginazione , la guerra civile che ha insanguinato la Sierra Leone sino ai primi mesi del nuovo secolo. " Non so niente dei miei genitori, se sono vivi, se sono morti. Avevo dieci anni quando fui rapito dai ribelli del Ruf (fazione antigovernativa) che avevano attaccato il mio villaggio. Fui costretto a combattere, o combattevi per loro o ti uccidevano. Mi portarono per sei mesi in un campo di addestramento per insegnarmi a montare e smontare il fucile. Ci facevano ammazzare i prigionieri, civili e militari, con il mitra, ma prima con il machete. Prima ho avuto il machete, il fucile me l’hanno dato più tardi….."
 
Orrore quotidiano. I due ragazzini che con il machete mozzarono il braccio sinistro di Fatmata, all’altezza della spalla, erano di poco piu’ grandi di lei, che aveva nove anni. " Ricordo ancora bene il sasso dove mi costrinsero ad appoggiare il braccio per tagliarmelo via" racconta Fatmata Kabu, che oggi e’ una bellissima ragazza di venti anni, dai lineamenti sottili ed aggraziati, due orecchini lunghi le pendono dai lobi, come pende la manica vuota del vezzoso vestito verde che indossa. Fatmata e Benjamin vivono non lontani l’uno dall’altra, anche se qui, le strade sterrate e piene di buche , rendono molto piu’ lunghe ed incerte le distanze. Fatmata frequenta il centro di un prete Italiano, Padre Maurizio Boa, che si prende cura dei bambini mutilati dalla guerra proprio da quando incontrò lei nel 1995. Il centro sorge nell’immediata periferia di Freetown, in un area chiamata Kissy Low Cost, per il prezzo relativamente basso che paga chi si può permettere solo l’affitto di una stanza e non di una casa, e per questo può essere considerato già fortunato. Benjamin invece vive a Lakka, un villaggio sul mare a poco più di venti chilometri dalla capitale. Li, in un vecchio albergo turistico abbandonato per la guerra, un altro prete italiano, Padre Berton, ha fondato un rifugio per gli ex bambini soldato, "The Family Home Movment".
 
l'ospedale di emergency a freetown, in sierra leoneUn posto sicuro. Zainatu Turay e’ la giovane coordinatrice del rifugio. " Fu proprio Padre Berton -racconta- ad andare a parlare con il capo dei ribelli, nel 1999, quando già stavano per entrare a Freetown, perchè gli consentisse di portare via con se almeno i combattenti più piccoli. Riuscì a convincerlo, e tra loro c’era anche Benjamin"-"si, ma poi arrestarono lui" la interrompe Benjamin, con un sorriso un po’ forzato sul volto. Ma Zainatu continua a spiegare come, dopo essere riusciti in tempo di guerra a strappare bambini dalle fila dei ribelli ed anche da quelle dei governativi, continui l’impegno per farne uscire altri che, catturati a quel tempo, sono cresciuti nelle carceri dove sono rinchiusi ancora oggi. "Cerchiamo, dopo averli ospitati qui per un periodo di primo riadattamento, famiglie che accettino di adottarli, in modo che possano reintegrarsi nella società attraverso nuovo affetti. Non e’ facile, molti sono già ragazzi grandi, soffrono di disturbi psichici, delle conseguenze dell’uso prolungato di droghe, e poi alcuni capi famiglia non ne vogliono sapere-"Quello potrebbe avere ucciso mio figlio, mutilato mia moglie- dicono- perchè dovrei aiutarlo?" Non capiscono che loro, anche se hanno commesso atrocità tremende, non ne hanno colpa. Erano solo bambini, sono vittime non carnefici, i veri carnefici sono quelli che li hanno costretti a commetterle". Le capanne di alcune famiglie , che hanno accettato di adottare questi ragazzi sorgono poco fuori le mura di cinta del vecchio albergo. Pochi giorni fa un tifone particolarmente violento ha scoperchiato i tetti di lamiera che le coprono. Sono casupole di una sola stanza, senza elettricità ne acqua, come quasi tutte qui in Sierra Leone. Qualche gallina magra razzola nella terra fangosa sulla quale sorgono, frotte di bambini seminudi giocano nelle pozze di acqua piovana. Nemmeno la lussureggiante bellezza delle palme e della spiaggia poco lontana riesce a distrarre dall’eterna povertà che raccontano. Mary Jonson se ne sta ritta in piedi davanti alla sua capanna. L’età avanzata le ha rubato alcuni denti dalla bocca e le ha dato in cambio le rughe profonde che le solcano il viso, magro come il corpo, ma non e’ riuscita a sottrarle la vivacità degli occhi, brillano quando parla dei suo " children". Lei nel tempo ne ha adottati tanti. " Tutti in questa area sanno che io sono una buona madre-dice orgogliosa- da quando Padre Berton mi chiese di accudire il primo, non so nemmeno io quanti figli ho tirato su. Adesso alcuni vivono e lavorano a Freetown, altri vanno a scuola e hanno trovato sistemazione in altre famiglie. Ma moltissimi mi vengono a trovare quando possono, anche da lontano. Io non ne ho mai abbandonato nessuno e loro non abbandonano me".
 
Aspettando il futuro. Benjamin però una famiglia non l’ha ancora trovata, la sua e’ in questo centro, insieme agli altri novanta ragazzi che ci vivono. Qui sta imparando a fare il falegname, cosi, se ne troverà una, potrà essere di sostegno. Appoggiato alla ringhiera di colonnine di cemento bianco della terrazza che dà sul mare, vecchio reperto dei passati fasti dell’albergo, mi mostra una lunga cicatrice che ha sulla gamba destra. " Un giorno lo chiesi al comandante-dici che combattiamo per il popolo, perchè allora lo ammazziamo?- racconta- e lui mi rispose colpendomi con la lama del machete proprio qui sulla gamba". Poi torna a nascondere la cicatrice sotto il pantalone. Ma le cicatrici di Fatmata o quelle di Isatu, un'altra bambina oggi diciottenne, rimasta con un moncone al posto del braccio, non si possono nascondere, e risultano tristemente evidenti nei corpi giovani dei ragazzi e delle ragazze che attorniano Padre Maurizio. Lo ascoltano mentre ci racconta come iniziò la pratica devastante delle mutilazioni. " Quando il Ruf nel 1997, perse le elezioni e non accettò la vittoria del partito del presidente Kabba, i ribelli cominciarono a mozzare i pollici alla gente. Si votava lasciando l’impronta del pollice sul registro, perchè qui sono quasi tutti analfabeti. – Vai a farti restituire il dito da Kabba- dicevano dopo averglielo amputato. Poi, con l’inferocirsi della guerra, tagliare arti divenne il sistema del terrore. Via mani, braccia, gambe, a tutti, anche ai bambini piccoli. Quando nel 1999 i ribelli sono entrati in città, qui dal tetto di casa mia, ho visto menomare persone a decine, una dietro l’altra, come in una macelleria. Gridavano, piangevano, chiedevano pietà ma era inutile….E io non potevo fare niente." Conclude, e dietro le lenti degli occhiali gli occhi gli si arrossano per le lacrime trattenute. " Quando incontro qualcuno mutilato, non riesco ad avvicinarmi a lui- mi dice Benjamin- provo vergogna ."
 
Dimenticare l'odio. Non sarà facile per Benjamin convincersi che la cicatrice che nasconde sotto il pantalone e quella aperta, che nasconde dentro di se, sono uguali a quella che chiude il moncherino di Fatmata. Tutti e due bambini violentati dalla follia della guerra, che il caso ha fatto si che uno appaia carnefice e l’altra vittima. Potrà accadere che Benjamin e Fatmata si incontrino davvero. Sia il centro di padre Berton che quello di padre Maurizio, fanno infatti riferimento all’ospedale di Emergency di Goderich, per l’assistenza medica e chirurgica per i loro ragazzi e ragazze. "Quando si e’ subita una amputazione da bambini –spiega Gianpaolo Pedrini,chirurgo ortopedico- il moncone dell’arto cambia con la crescita e quindi bisogna intervenire per renderlo adatto a una futura protesi. Qui e’ difficile sopravvivere alla povertà quando si e’ tutti interi- prosegue, abbandonando il linguaggio clinico- figurati se ti manca un braccio o una gamba! Una protesi funzionale puo’ salvare la vita". Il centro di Padre Berton, quello di Padre Maurizio, l’ospedale di Emergency sono fili sottili ma resistenti, che si intrecciano tra loro per ricucire la lacerazione della guerra, che continua ad infettarsi con la miseria. Fili tessuti con la tenacia di chi ci crede. Di chi crede che un giorno Benjamin possa incontrarsi con Fatmata. Lui senza provare vergogna , lei senza provare paura. 
Parole chiave: Sierra Leone, Vauro, Emergency
Categoria: Diritti, Donne, Elezioni
Luogo: Sierra Leone