12/08/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



11 agosto, la Sierra Leone al voto per il presidente, il parlamento e un referendum per la costituzione
Dal nostro inviato
Vauro
 
Si contano i voti, in Sierra Leone, i voti delle prime elezioni dalla fine della guerra civile. I primi voti espressi da cinque anni a questa parte. I primi voti dopo una guerra che ha provocato almeno cinquantamila vittime. E si contano in pubblico. Su dei tavoli, davanti a tutti, si controllano le schede che i sierraleonesi hanno messo sabato nelle urne in ogni posto del paese, dalle campagne sperdute alla capitale Freetown.
 
In coda per votare a FreetownFreetown, significa città libera, perché fu fondata da schiavi liberati. Ma solo l’enorme albero (Cotton Tree) piantato nel suo centro quando la città sorse, ricorda il senso che il nome aveva all’origine.
Dieci anni di guerra civile hanno provocato una slavina di miseria umana, che dai promontori e dalle terre dell’interno della Sierra Leone, si è riversata sulla città, investendola di disperati. I trecentomila abitanti che la capitale contava prima della guerra, sono diventati 2 milioni e mezzo.
Freetown  - foto Alessandro Greblo-PeaceReporterFreetown si è trasformata in un immenso campo profughi. Scendendo verso il centro dalle zone di lusso dove, cintate da alte mura e rotoli di filo spinato, sorgono le ville degli arricchiti dalla corruzione, ci si trova presto immersi in una fiumana di folla, che scorre densa tra botteghe, case fatiscenti e qualche malandata costruzione di stile coloniale. Una bolgia di colori, tra quelli degli stracci sporchi, spiccano vivaci quelli dei vestiti tradizionali delle donne. Vecchi furgoni e auto sembrano navigare tra i corpi in movimento. Il suono dei clacson si fonde con il vocio e con le musiche di ritmo reggae che si accavallano da radio e stereo a tutto volume. Le ceste di mercanzie e i sacchi, che molte donne portano sul capo, paiono galleggiare su questo torrente di umanità che scende verso il mare.
Il cielo grigio della stagione delle piogge si riflette sull’oceano, dandogli lo stesso colore della infinità di tetti di lamiera ondulata che coprono le baracche sedimentate sulla costa sino a sfiorare l’acqua. Un dedalo inestricabile di fango e sporcizia, che sembra saldare inesorabilmente dentro di se ogni barlume di speranza per chi è costretto a viverci, facendo apparire assurda anche solo l’idea di una via d’uscita.
 
Freetown  - foto Alessandro Greblo-PeaceReporterEppure l’enorme baraccopoli non è che la porta di accesso ad un girone di miseria ancora più profondo. Oltre i suoi confini si distende la vasta discarica d’immondizia della città. Li, tra la melma nera, i fumi di combustione e i miasmi mefitici che si levano, impregnando l’aria sino a renderla opaca, si scorgono le sagome scure degli esseri umani che vi hanno trovato una ultima possibilità di sopravvivenza. Avvicinandosi prendono la forma di bambini che aiutano le madri ad estrarre dalle montagne di pattume marcio tutto ciò che possa avere ancora una utilità o un pur misero valore di mercato: metalli, vetro, avanzi di cibo. Una vecchia cammina curva su un rettangolo di sporcizie, spianato come un piccolo orto, dalla mano lascia cadere dei semi, coltiva verdure e fiori per venderle e per nutrirsi. Gruppi di baracche sorgono qua e la dentro la discarica. Chi non ha nemmeno quelle, quando cala la notte, semplicemente si stende tra la spazzatura. Molto più a est di Freetown, vicino ai confini con la Guinea, nella zona di Kono, ci sono uomini che la slavina della miseria non ha trascinato sino alla città perché sembrano piantati nella terra.
 
L’acqua fangosa delle miniere di diamanti alluvionali a cielo aperto ha davvero lo stesso colore rossastro delle montagnole di terra scavata che la circondano. Dalle otto del mattino sino alle quattro del pomeriggio un altro esercito di disperati vi sta immerso sino alle ginocchia, scavando e setacciando il fango nella speranza di vedere luccicare una pietruzza, ed aumentare con la piccola percentuale che chi ha la licenza di estrazione per l’area riconosce loro, il misero salario di meno di due dollari al giorno che percepiscono. I diamanti veri stanno altrove nelle miniere sotterranee controllate da grandi società straniere, Libanesi, Sudafricane, canadesi…. Sono i diamanti per i quali si fomentano le guerre. Sono la ricchezza che qui lascia solo la miseria incancrenita dalla corruzione. Frugare tra l’immondizia o nel fango alla ricerca di pietre preziose non fa differenza in Sierra Leone.
Parole chiave: Sierra Leone, Vauro, Energency
Categoria: Diritti, Guerra, Popoli
Luogo: Sierra Leone
Articoli correlati: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti: