Si contano i voti, in Sierra Leone, i voti delle prime elezioni dalla fine della
guerra civile. I primi voti espressi da cinque anni a questa parte. I primi voti
dopo una guerra che ha provocato almeno cinquantamila vittime. E si contano in
pubblico. Su dei tavoli, davanti a tutti, si controllano le schede che i sierraleonesi
hanno messo sabato nelle urne in ogni posto del paese, dalle campagne sperdute
alla capitale Freetown.

Freetown, significa città libera, perché fu fondata da schiavi liberati. Ma
solo l’enorme albero (Cotton Tree) piantato nel suo centro quando la città sorse,
ricorda il senso che il nome aveva all’origine.
Dieci anni di guerra civile hanno
provocato una slavina di miseria umana, che dai promontori e dalle terre dell’interno
della Sierra Leone, si è riversata sulla città, investendola di disperati. I
trecentomila abitanti che la capitale contava prima della guerra, sono diventati
2
milioni e mezzo.

Freetown si è trasformata in un immenso campo profughi. Scendendo
verso il centro dalle zone di lusso dove, cintate da alte mura e rotoli di filo
spinato, sorgono le ville degli arricchiti dalla corruzione, ci si trova presto
immersi in una fiumana di folla, che scorre densa tra botteghe, case fatiscenti
e qualche malandata costruzione di stile coloniale. Una bolgia di colori, tra
quelli degli stracci sporchi, spiccano vivaci quelli dei vestiti tradizionali
delle donne. Vecchi furgoni e auto sembrano navigare tra i corpi in movimento.
Il suono dei clacson si fonde con il vocio e con le musiche di ritmo reggae che
si accavallano da radio e stereo a tutto volume. Le ceste di mercanzie e i sacchi,
che molte donne portano sul capo, paiono galleggiare su questo torrente di umanità
che scende verso il mare.
Il cielo grigio della stagione delle piogge si riflette
sull’oceano, dandogli lo stesso colore della infinità di tetti di lamiera ondulata
che coprono le baracche sedimentate sulla costa sino a sfiorare l’acqua. Un dedalo
inestricabile di fango e sporcizia, che sembra saldare inesorabilmente dentro
di se ogni barlume di speranza per chi è costretto a viverci, facendo apparire
assurda anche solo l’idea di una via d’uscita.

Eppure l’enorme baraccopoli non è che la porta di accesso ad un girone di miseria
ancora più profondo. Oltre
i suoi confini si distende la vasta discarica d’immondizia della città. Li, tra
la melma nera, i fumi di combustione e i miasmi mefitici che si levano, impregnando
l’aria sino a renderla opaca, si scorgono le sagome scure degli esseri umani che
vi hanno trovato una ultima possibilità di sopravvivenza. Avvicinandosi prendono
la forma di bambini che aiutano le madri ad estrarre dalle montagne di pattume
marcio tutto ciò che possa avere ancora una utilità o un pur misero valore di
mercato: metalli, vetro, avanzi di cibo. Una vecchia cammina curva su un rettangolo
di sporcizie, spianato come un piccolo orto, dalla mano lascia cadere dei semi,
coltiva verdure e fiori per venderle e per nutrirsi. Gruppi di baracche sorgono
qua e la dentro la discarica. Chi non ha nemmeno quelle, quando cala la notte,
semplicemente si stende tra la spazzatura. Molto più a est di Freetown, vicino
ai confini con la Guinea, nella zona di Kono, ci sono uomini che la slavina della
miseria non ha trascinato sino alla città perché sembrano piantati nella terra.
L’acqua fangosa delle miniere di diamanti alluvionali a cielo aperto ha davvero
lo stesso colore rossastro delle montagnole di terra scavata che la circondano.
Dalle otto del mattino sino alle quattro del pomeriggio un altro esercito di disperati
vi sta immerso sino alle ginocchia, scavando e setacciando il fango nella speranza
di vedere luccicare una pietruzza, ed aumentare con la piccola percentuale che
chi ha la licenza di estrazione per l’area riconosce loro, il misero salario di
meno di due dollari al giorno che percepiscono. I diamanti veri stanno altrove
nelle miniere sotterranee controllate da grandi società straniere, Libanesi,
Sudafricane, canadesi…. Sono i diamanti per i quali si fomentano le guerre. Sono
la ricchezza che qui lascia solo la miseria incancrenita dalla corruzione. Frugare
tra l’immondizia o nel fango alla ricerca di pietre preziose non fa differenza
in Sierra Leone.