25/12/2004
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Da cinquant’anni aiuta i bambini di strada. E ha conosciuto tutti i potenti dell'isola
Dal nostro inviato
Alessandro Grandi
La missione. Suor Anna è un’istituzione a Port au Prince, caotica capitale di Haiti. E’ Suor
Anna arrivata qui cinquant'anni fa: "mi ci hanno mandata e io ho accettato più
che volentieri, sapendo che il paese era veramente povero. Era la mia missione".
Nella baraccopoli, tra i bambini di strada, tra montagne di spazzatura non raccolta,
nel degrado umano e sociale, effetto della violenza e del disordine socio-politico:
qui lavora suor Anna, una figura carismatica che opera anche per la pace sociale.
Ha vissuto il periodo d’oro dei turisti americani, e la miseria più nera degli
ultimi anni. Una donna coraggiosa, che ha raccontato la sua storia poche volte.
Ha appena festeggiato i cinquant’anni di professione religiosa, passati tutti
nell’inferno di un paese del paradiso caraibico.
Di Haiti ha visto tutto e conosciuto tutto. "Ma dopo tanti anni - dice - ancora
non sono sicura di capire bene la società haitiana".
Ricorda gli anni d’oro del turismo di massa Usa, ma anche la miseria e i molti
capi di Stato.
Suor Anna è passata indenne dall’ultima guerra civile che ha sconvolto Haiti
e tutti gli haitiani. Ma, mentre racconta la sua storia di donna coraggiosa e
soprattutto di suora salesiana, non si dà pace perché le armi non hanno ancora
smesso di urlare. Per lei è in atto la peggiore delle guerre: quella fra poveri.
I luoghi. La sua opera quotidiana si svolge in una scuola, nell’ormai tristemente famoso
quartiere Citè Militeire, insieme a Citè Soleil uno dei più pericolosi della capitale
Port au Prince, dove ancora si sentono in continuazione colpi di arma da fuoco
e si contano i morti.
La giornata di suor Anna si snoda attraverso la vocazione religiosa e la continua
volontà ("la mia missione") di fare del bene aiutando i bambini di strada a trovare
la retta via per un futuro migliore di pace e stabilità sociale. Dice, umilmente,
"io aiuto perché mi aiutano ad aiutare".
I bambini. Nell’istituto gestito dalle salesiane ci sono centoquattro bambine di strada.
Bambine che non avrebbero avuto un futuro. "Andavano in giro per la strada. Prima
o poi sarebbero diventate delinquenti o prostitute. Chissà che fine avrebbero
fatto. Adesso stanno qui da noi. Quattordici di loro ci dormono anche, qui da
noi."
La situazione dei bambini in Haiti è tremenda. "L’altro giorno una madre mi ha
chiesto di tenere qui la figlia che mi aveva portato. Era disposta a farla dormire
sotto il letto. Loro non avevano nemmeno quello."
Insieme a lei, a prendersi cura dei piccoli, ci sono altre quattro paladine della
pace e della solidarietà sue consorelle. "E il merito di tutto questo - dice suor
Anna schermendosi - è anche delle altre mie sorelle che lavorano duramente". Tutte
insieme cercano di accogliere, educare, nutrire centinaia di bambini. Qualsiasi
cosa pur di allontanarli dalla strada. Nella scuola ce ne sono oltre mille.
Nel suo lungo impegno Suor Anna ha fatto adottare legalmente centocinquanta fra
bambini e bambine e ha aiutato a trovare una sistemazione ad un’infinità di ragazzini
che altrimenti sarebbero rimasti sulla strada "Non li ho mai contati, non saprei
ma se si tiene conto che a cavallo di queste due zone sono decine di migliaia
i poveri…"
Ha dedicato tutta la sua vita agli altri, Suor Anna. Ai più deboli, ai diseredati,
ai figli di nessuno.
La società haitiana. Suor Anna continua il suo racconto: "Qui ad Haiti ciascuno fa ciò che vuole
e mette in pericolo tutto paese e chi ne paga le conseguenze maggiori sono le
donne e i bambini."
Alcuni anni fa sarei stata felicissima se fosse arrivato un elicottero e mi avesse
portato via da qui. La gente povera moriva.", continua suor Anna, "Ho pianto tantissimo. Conoscevo gli haitiani come persone buone, socievoli, allegre,
calme che accoglievano tutti. Adesso sono indifferenti a tutto. E forse proprio
perché sono ancora così, che la gente è stata messa in disparte, dimenticata.
Niente scuole, niente governi stabili, niente di niente. Sempre queste gravi disparità
sociali e economiche che vedono i bianchi dominare sui neri. Questo ha fatto in
modo che il popolo si risvegliasse malamente. Abbiamo visto tutti cos’è successo
negli ultimi mesi. C’era qualcuno che non ricordo bene, che diceva: "quando si
servono i poveri bisogna stare attenti". Si fa presto a far scattare la scintilla
nella popolazione oppressa. Bisogna andare adagio. La conoscenza della realtà
è una, e saperli aiutare ad apprenderla e reagire come si deve è un’altra cosa."
La vocazione. Suor Anna racconta che la sua vocazione missionaria iniziò quando ricevette
la prima comunione, a sette anni. Poi "a vent’anni ho fatto professione religiosa
ufficialmente. In quel tempo era un gesto ufficiale. Un atto importantissimo."
Durante il racconto le si illuminano gli occhi. L’esperienza altamente spirituale
che ha vissuto ha L'ingresso della scuola dei bambini di strada rappresentato
qualcosa di forte per lei. "L’ho raccontato poche volte in vita mia. A quattordici
anni ho avuto la vocazione propriamente detta che per me è stata una cosa molto
importante. E’ stato come un fulmine. Stavo lavando i piatti. I miei genitori
stavano seduti a tavola a parlare, in un’altra stanza. Era molto giovane. Tutto
d’un tratto ho sentito la chiamata di Dio. Lui voleva che io mi facessi religiosa.
Io cercavo di distrarmi, forse perché non avevo ancora raggiunto una maturità
sufficiente per rispondere sì o no. Però la sensazione era così forte che ho dovuto
smettere di lavare i piatti. Avevo una percezione strana dentro di me, come un
senso di vertigini, mi sono appoggiata al muro, ho dovuto smettere di fare quello
che stavo facendo, e non ho avuto pace finché, ad alta voce, non ho risposto sì.
Il tutto è durato circa dieci minuti. Da quel momento io non ho mai cambiato la
mia idea."
La certezza spirituale che accompagna nel discorso Suor Anna non viene mai meno,
ma un attimo di commozione l’assale quando parla della morte dei due genitori.
Ridiventa per alcuni istanti assolutamente umana e la sua voce si fa più calma
e malinconica. "Se ne sono andati felici. Per noi missionari sapere che i genitori
muoiono senza cercarci, in assoluta tranquillità, è una liberazione, una vera
grazia. Quando è morta mia madre io ero qui in Haiti e ho avuto la sensazione
di sentire tutto. Addirittura credo di averla vista morire. L’ho vista a fianco
a me, nel mio letto. Quel giorno ero triste. C’era qualcosa che non andava. Tutte
le sorelle se ne erano accorte, ma io non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.
Ero alla mia scrivania e non mi sentivo felice. Mi stavo accorgendo della morte
di mia madre proprio mentre lei se ne stava andando. Me ne sono resa conto solo
quando mi hanno avvisato."
Suor Anna continuerà il suo lavoro in Haiti finché "il Signore lo vorrà", e dice
chiaramente che un missionario dove viene mandato rimane fino alla fine. Senza
alcun rimpianto. Anzi, con felicità.