Numero 14. Dal 1° luglio al 31 luglio 2007
Un massacro. Duecentodiciassette morti in un mese, luglio, che si conferma il peggiore del
2007: 79 annegati nel Canale di Sicilia e almeno 98 sulle rotte per le Canarie,
in Spagna; 34 morti disidratati nel deserto del Sahara, tra Niger e Libia; 3 giovani
trovati asfissiati su un camion diretto in Germania, a Mestre; 2 morti ammazzati
sotto il fuoco della polizia di frontiera marocchina, durante un tentativo di
imbarco, a El Ayun, e una ragazza investita a Calais, in Francia, mentre fuggiva
dalla polizia.
Dall’inizio dell’anno le vittime dell’immigrazione clandestina sono già 666.
Nell’intero 2006 i morti furono 1.582. Eppure gli sbarchi sono dimezzati. Meno
55% in Spagna, con 6.306 arrivi nei primi sei mesi del 2007. Meno 45% in Italia,
dove da gennaio al 25 luglio sono sbarcate 5.200 persone contro le 9.389 dello
stesso periodo nel 2006. É un corollario del pattugliamento in mare. Senza l’apertura
di canali legali di ingresso, la pressione migratoria non cala. Le navi militari
spostano solo i tragitti su rotte più lunghe e pericolose, e su imbarcazioni sempre
più piccole, e quindi meno sicure, per sfuggire ai radar. I dati del Ministero
degli interni italiano parlano chiaro. Nel 2005 viaggiavano in media 101 persone
a bordo di ogni nave diretta in Sicilia. Nel 2006 erano 53 e nel 2007 sono 41.
E i racconti di chi sbarca confermano la scomparsa della figura dello scafista.
Al timone siede a caso uno dei passeggeri. Gli organizzatori risparmiano e i morti
del Canale aumentano: già 327 nel 2007 contro i 302 di tutto il 2006.
L’ammutinamento dei clandestini. Ovvero l’ennesimo respingimento collettivo nel Canale di Sicilia. Diciotto luglio
2006. Un gommone carico di 37 persone, tra cui 11 donne e due bambine di 6 mesi
e 5 anni, chiede aiuto al peschereccio tunisino “el-Hagg Mohammad” impegnato in
una battuta di pesca, 42 miglia a sud di Lampedusa. Il peschereccio fa salire
a bordo le donne, i bambini e alcuni uomini. E inizia a trainare il gommone, su
cui rimangono 15 passeggeri, che però tagliano la corda alla vista della motovedetta
tunisina Bizerte in avvicinamento, riprendendo la rotta per Lampedusa. I 22 a
bordo allora prendono il comando del peschereccio per timore di essere riportati
in Tunisia. Due delle donne hanno lasciato i mariti sul gommone, ormai lontano.
La vicenda si risolve all’alba dopo una notte passata in acque internazionali,
tra Malta e Lampedusa, scortati dal Bizerte. Sul posto, dice l’Ansa, si sono recate
due motovedette italiane, della Guardia costiera e della Guardia di Finanza. Ma
alla fine è il Bizerte a caricare i 22 e a riportarli nel porto di Sfax, in Tunisia.
Il gommone intanto è stato intercettato e soccorso dalla Guardia costiera e i
15 sono portati a Lampedusa, da dove saranno smistati a Crotone e in altri centri
di prima accoglienza. É un respingimento collettivo in mare. L’Acnur (Alto commissariato
per i rifugiati delle Nazioni unite) chiede immediatamente a Tunisi l’autorizzazione
per incontrare il gruppo. A bordo c’erano eritrei, sudanesi, somali ed etiopi.
Tutti possibili rifugiati politici. Ma nel silenzio più assoluto, le autorità
tunisine riaccompagnano i 22 in Libia, da dove si erano imbarcati il 15 luglio.
Alcuni giorni dopo due donne eritree bussano alle porte dell’Acnur a Tripoli,
in Libia. Chiedono notizie dei mariti in Italia. Da allora nessuno ha notizie
dei 22.
Non é il primo caso di respingimento in mare. La legge lo vieta. Nelle acque internazionali vi è libertà di navigazione. E
in caso di naufragio il diritto del mare impone di riaccompagnare i naufraghi
nel porto più sicuro, che non necessariamente è il più vicino. A maggior ragione
se si tratta di potenziali rifugiati politici consegnati a Paesi noti per la pratica
della tortura e dei rimpatri forzati. Ma ogni estate si ripete la stessa storia.
Tareke, eritreo, nel luglio 2005 viena respinto in Libia da una motovedetta della
marina maltese, insieme agli oltre 200 passeggeri della nave su cui era partito
da Zuwarah. Ayman, tunisino, giugno 2006, stessa storia per lui e gli oltre 200
harrag sulla Tulaitila. Abraham, eritreo, luglio 2005, la barca fa acqua, gli
operai di una piattaforma petrolifera soccorrono donne e bambini e li riportano
in Libia. Gli uomini, abbandonati a se stessi, sono soccorsi dalla Guardia costiera
italiana dopo giorni alla deriva. Il Canale di Sicilia è un far west. E i 22 espulsi
dalla Tunisia rischiano di fare la fine degli eritrei a Misratah.
Pericolo Libia. E’ passato più di un anno dai primi arresti. Oggi a Misratah, 200 km a est di
Tripoli, sono detenuti almeno 443 eritrei, in condizioni allarmanti e a rischio
espulsione. Tra loro anche 60 donne, di cui una incinta all’ottavo mese; e 7 bambini,
il più piccolo di soli tre mesi, nato in carcere ad aprile. Sono disertori dell’esercito
eritreo, scappati dal fronte sul confine con l’Etiopia. Venivano a chiedere asilo
politico in Europa. Per farlo non ci sono altre strade se non la fuga nel deserto
e la via del mare. Arrestati in mare dalla Guardia costiera libica, o durante
le retate a Tripoli, rischiano da un giorno all’altro di essere rispediti in Eritrea.
L’Eritrea avrebbe stretto in accordo con la Libia in tal senso, anche se la notizia
non è confermata. Mentre anche più a sud, in Sudan, un carico di 500 eritrei arrestati
casa per casa a Khartoum, è pronto per essere spedito ad Asmara. Tra i detenuti
di Misratah, 114 sono già stati riconosciuti rifugiati dalle missioni Acnur in
Sudan e in Etiopia. L’Acnur ha avuto accesso al centro di detenzione per intervistare
le donne e i bambini per un eventuale trasferimento come rifugiate in Europa o
Nord America. Ma per gli uomini non ci sono chance. Saranno espulsi, contro ogni
Convenzione internazionale. E anche questa volta la Comunità internazionale resterà
a guardare.
La Libia ha già deportato eritrei, nel 2006 e prima ancora nel 2004, a più riprese,
anche su un volo pagato dall’Italia. Il 27 agosto 2004 uno degli aerei venne dirottato
dai deportati eritrei a Khartoum, in Sudan. 60 dei 75 passeggeri vennero riconosciuti
rifugiati politici dall’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite.
In patria avrebbero fatto la fine dei 223 deportati da Malta tra settembre e ottobre
del 2002. Tornati in Eritrea, furono detenuti e torturati. Lo hanno testimoniato
ad Amnesty International i pochi riusciti a evadere, oggi rifugiati politici nel
Nord America e nei Paesi scandinavi. Trattenuti prima nella prigione di Adi Abeito
e poi, in seguito a un tentativo di fuga, nel carcere di massima sicurezza di
Dahlak Kebir, alcuni sono stati uccisi.
Solo a giugno, in Libia sono stati arrestati 1.500 migranti irregolari. A maggio erano stati 2.137. Cifre mostrate dal governo di Tripoli per giustificare
i propri sforzi nel contrasto all’immigrazione clandestina via mare, che in realtà
celano un sistema di connivenza tra le autorità e le mafie che organizzano i viaggi
con profitti di decine di milioni di euro all’anno. Nessuno degli intervistati
da Fortress Europe è mai stato interrogato in Libia, dopo l’arresto. Al contrario,
la maggior parte sono usciti corrompendo gli agenti dei centri di detenzione e
spesso comprando dagli stessi i biglietti per la seconda traversata. É questa
la Libia a cui l’Europa propone nuovi mezzi per il controllo delle frontiere marine
e terrestri, tra le righe del memorandum firmato il 23 luglio 2007, dopo il caso
delle infermiere bulgare.
É la politica dei nuovi gendarmi. Con il Marocco ha funzionato. Salvo gli effetti
collaterali. Come i due morti ammazzati la notte del 30 luglio, sotto il fuoco
dell’Armée Royale, lungo le coste di el-‘Ayun. Erano in 37 sub-sahariani, si stavano
imbarcando per le Canarie. Al chi va là non ha risposto nessuno. Un agente ha
sparato. Diversi colpi. Oltre ai due morti altri due uomini sono ricoverati nell’ospedale
della capitale del Sahara. Quattro giorni prima, la notte del 26 e del 27 luglio;
tra 200 e 350 migranti sub-sahariani venivano arrestati durante una retata nel
campus universitario di Oujda, lungo la frontiera Marocco-Algeria, dove da anni
i deportati trovano rifugio prima di ripartire a piedi verso Rabat, Fez, Nador,
Tanger e Tetouan. Il campus è stato passato al setaccio, e l’accampamento dato
alle fiamme. I migranti arrestati sono stati espulsi all’altezza di Galla. Una
settimana dopo nessuno è tornato al campus. Né ci tornerà. Si trovano bloccati
sulle montagne della frontiera. Ci sono dei feriti. Mancano vestiti, coperte,
cibo. Le associazioni locali marocchine, con l’aiuto di Medici senza frontiere,
stanno facendo il possibile ma la situazione rimane drammatica. Ci sono anche
almeno 6 donne e 2 bambini, uno di 4 anni.
Per questo mese è tutto. Anche se al bollettino di guerra del 2007 andrebbero
aggiunti i 367 morti e i 118 dispersi del golfo di Aden, in fuga dalla Somalia
in guerra verso lo Yemen e le 275 vittime del confine Messico-Usa, dove è ripresa
a San Diego (California) la costruzione del muro d’acciaio di 5 metri che sigillerà
entro il 2008 ben 595 dei 1.126 km di frontiera tra i due Paesi.
Gabriele Del Grande