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Fumo o arrosto? La caratterizzazione negativa di questo figlio di padre kenyano e madre del
Kansas non è nuova. Da mesi i commentatori politici negli Usa hanno cominciato
a fare le pulci al personaggio. Scavano nelle sue promesse, nei suoi slogan, e
vi trovano poco. Si può scrivere un manifesto best-seller come “L'audacia della
speranza”, parlare di “nuovo sogno americano”, essere contro la guerra in Iraq
e a favore della copertura sanitaria per tutti. Ma dare ricette concrete per affrontare
i problemi è un'altra cosa, e Obama tende a rimanere sul vago quando si tratta
di farlo. Alcuni mesi fa, a precisa domanda sulla sua ricetta economica su un
particolare tema, rispose che lui e i suoi consulenti non avevano ancora studiato
la questione. Così, spesso nelle analisi su di lui è ricorsa la domanda tipica:
“Where is the beef?”. In pratica: oltre il fumo, dov'è l'arrosto?
Il fenomeno. Fumo o arrosto che sia, il fenomeno Obama – “il ragazzino ossuto con il nome
strano”, come si descrisse lui stesso nel discorso tenuto alla convention dei Democratici nell'agosto del 2004 – ne ha fatta di strada. Quell'arringa,
tenuta per lanciare la candidatura di John Kerry, lo lanciò sul palcoscenico politico
nazionale. Prima, Obama era uno sconosciuto senatore del Congresso dell'Illinois.
L'iniezione di entusiasmo portata dalle sue parole non bastò a portare Kerry alla
Casa Bianca, ma lanciò Obama verso il Senato di Washington a soli 43 anni. E lo
fece diventare un fenomeno mediatico prima, di massa poi. Se le elezioni si tenessero
tra il popolo di Internet, Obama vincerebbe a mani basse – anche la figlia del
repubblicano Rudolph Giuliani era iscritta a un sito pro-Barack, prima che la
scoprissero. I suoi comizi attirano i fan più entusiasti, economicamente la sua
campagna è uno schiacciasassi. Tra marzo e giugno ha raccolto 33 milioni di dollari,
più di tutti; soprattutto, è imbattibile nel numero di donazioni di piccolo taglio,
a confermare un forte sostegno popolare.
Le prime difficoltà. La nomination democratica è sempre stata considerata un testa a testa tra Barack e Hillary,
con lui leggermente indietro. Poi sono venuti i primi confronti tra candidati,
e con essi le prime sbandate. A luglio, in un dibattito sperimentale con domande-video
di utenti del sito YouTube, qualcuno ha chiesto a Obama se fosse disposto a incontrare
dittatori ostili agli Stati Uniti nel suo primo anno da presidente. Risposta:
“Lo farei. L'idea che non parlare a un Paese significa punirlo, uno dei principi
diplomatici di questa amministrazione, è ridicola”. Subito dopo, l'ex first lady
lo ha trattato come un bambinetto spiegando che incontri del genere potrebbero
venire sfruttati a scopo di propaganda dai nemici degli Usa, e che sarebbe più
saggio mandare in avanscoperta alcuni diplomatici. Obama ha accusato il colpo,
e qualche giorno dopo ha cercato di dare di sé un'immagine più decisa. Ma anche
troppo: è arrivato ad auspicare l'invio di truppe nel Pakistan per combattere
i militanti pro-talebani, se il presidente Musharraf non facesse abbastanza. Non
esattamente quel che un'America stanca della guerra in Iraq vuole sentirsi dire.
Come risultato, se prima i sondaggi davano 12 punti di vantaggio alla Clinton,
dopo queste uscite il divario è salito a 22.
Futuro vicepresidente? Obama non è un pacifista: propone di ingrossare esercito e Marines di 90.000
unità, sostiene che “nessun presidente dovrebbe esitare a usare la forza”, anche
unilateralmente, se gli Usa o gli interessi vitali del Paese fossero in pericolo.
Ma il suo no alla guerra in Iraq – anche nel 2003, al contrario di Hillary che
votò per l'invasione – è uno dei suoi punti forti. Come la sua conclamata sincerità:
l'ammissione di aver provato la cocaina in gioventù, arrivata saggiamente subito
dopo la sua discesa in campo per spiazzare gli avversari, non gli è costata in
termini di popolarità. Ha superato la diffidenza degli afro-americani, che inizialmente
non lo consideravano uno di loro perché è sì mezzo nero, ma senza antenati schiavi,
e non ha partecipato al movimento per i diritti civili. Nonostante i numeri lo
mostrino in difficoltà, molti sondaggi riguardanti le primarie in stati piccoli
lo danno ancora in corsa, merito del suo capillare tour elettorale. Ma rimane
il numero due. Qualcuno comincia a ipotizzarlo come un perfetto vicepresidente
per la superfavorita Hillary. Tra i due, mormorano i corrispondenti politici statunitensi,
non corre buon sangue. Ma per riportare i democratici alla Casa Bianca, lasciare
il fascino di Obama fuori dai giochi potrebbe essere un rischio troppo alto. Alessandro Ursic
Parole chiave: obama, clinton, elezioni, democratici, casa bianca