Ogni anno migliaia di minatori cinesi muoiono sul lavoro. Il bilancio del 2004
Un guasto al sistema di ventilazione, una frana o un’esplosione e i tunnel a
centinaia di metri sotto
terra si trasformano in trappole mortali. Secondo lo
State Administration of Work Safety, da gennaio a novembre quest’anno le vittime fra i minatori cinesi sono state
5.286: le ventottomila miniere
della Repubblica Popolare, il più grande produttore e consumatore di carbone,
sono dunque le più

pericolose al mondo. Il
China Labour Bulletin (CLB),
organizzazione per i diritti dei lavoratori con sede a Hong Kong, ha pubblicato
in questi giorni il rapporto “Miniere di carbone cinesi: luoghi di lavoro o tombe?”,
che è il bilancio di un tragico 2004.
Causa degli incidenti sono sempre i bassissimi standard di sicurezza. Lo State Administration of Work Safety ha stabilito delle regole di manutenzione che però vengono ignorate dalle compagnie
minerarie e dalle autorità statali che spesso le controllano. L’ultima tragedia
è avvenuta pochi giorni fa, il 20 dicembre, nella provincia sud-occidentale del
Sichuan, quando un guasto improvviso ha causato 14 morti e tre feriti. Solo dieci
giorni prima altre 33 persone erano rimaste uccise in un’esplosione nello Shanxi,
nel cuore del Paese. Uguale scenario il 28 novembre, giorno del disastro minerario
più grave degli ultimi cinque anni: addirittura 166 lavoratori sono soffocati
a otto chilometri di profondità nella grande miniera di Chenjiashan, sempre nello
Shanxi. Qui tre anni prima un’altra esplosione aveva fatto 38 vittime.
I minatori non possono rifiutarsi di lavorare anche quando sanno che qualcosa
può non funzionare. Il fratello di un disperso di Chenjiashan, anche lui minatore,
ha dichiarato: “Sapevo che era scoppiato un piccolo incendio, così dissi a mio
fratello Li di non scendere in miniera. Lui rispose che non poteva rifiutarsi,
temeva che gli diminuissero la paga mensile. Così è andato e non tornerà più”.
Li lavorava quindici ore al giorno con un solo giorno di riposo al mese e per
uno stipendio di 800/1000 yuan (72/90 euro).

Spesso le autorità falsificano il numero delle vittime. Un abitante di Chenjiashan
ha detto: “Forse i minatori intrappolati erano molti di più, come nel precedente
incidente del 2001. Anche gli operai che riescono a salvarsi non raccontano la
verità ai giornalisti perché temono ripercussioni da parte dei capi”. Nel giugno
2004 una fonte del governo ha confessato al
China Labour Bulletin che molte morti non vengono registrate e che il numero reale di vittime in miniera
potrebbe essere di ventimila l’anno. Il CLB ha così condotto un’inchiesta provando
che quello stesso mese tre incidenti non erano stati comunicati dalle autorità
e che dodici corpi erano stati fatti sparire. Il governo ha pagato il silenzio
delle famiglie con somme tra i 75mila ai 144mila yuan (7mila -13mila euro). Gran
parte dei minatori, tra l’altro, provengono dalle aree rurali. Non dispongono
di documenti e vengono impiegati in modo temporaneo.
Il 20 ottobre un’altra forte deflagrazione a Doping, nella provincia centrale
dell’Henan, ha provocato 148 morti. Una donna ha raccontato: “Mio marito ha

iniziato a fare il minatore quando ci hanno portato via la terra per scavare
la miniera e costruire un agglomerato di edifici. Oltre 60 famiglie sono state
sfollate. Adesso lui non c’è più e non ho neanche un posto in cui vivere”.
La maggior parte delle tragedie avvengono in piccole miniere abusive, che stanno
comparendo in varie zone del Paese: sono anche queste una risposta alla domanda
di elettricità di un gigante in crescita.
Moltissimi minatori soffrono di gravi danni alla salute: oltre la metà degli
affetti nel mondo da pneumoconiosi (una malattia dei polmoni causata dall’inalazione
di polveri) vive in Cina. Qui si registrano oltre 15mila casi ogni anno e almeno
200mila malati non sono in grado di curarsi per l’estrema povertà.
Le tristi vicende dei minatori riportano, dunque, l’attenzione sulle condizioni
di lavoro nella Repubblica Popolare. Anche in altri settori gli standard di sicurezza
sono pessimi e altrettanto frequenti gli incidenti. Come nelle fabbriche di fuochi
d’artificio che impiegano soprattutto donne delle campagne: sempre secondo le
statistiche ufficiali, nei primi sei mesi del 2004 sono state registrate 70 esplosioni
in cui hanno perso la vita 153 persone.