05/08/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Per la North West Frontier province, con oltre 80 morti nelle rivolte anti Musharraf, è un brutto momento. Soprattutto per rinominarsi 'Afgania'
di gianluca Ursini
 
Afgania. Nome denso di promesse e sottintesi, ma forse non la migliore propaganda per un governo che sta provando a dimostrare la liberazione di quella lingua di territorio dai miliziani di Al Qaida. Vorrebbe rinominare così la giunta provinciale della North West Frontier province (Provincia della Frontiera del Nord Ovest) il proprio territorio, che dalla fondazione ad opera dell’amministrazione britannica nel 1901, non ha mai avuto un nome intuitivo che la richiamasse alla mente.
 
strade di PeshawarUna terra promessa. Il ministro agli affari parlamentari della Provincia, Malik Zafar Azam, ha avanzato questa proposta alla capitale Islamabad “per esprimere l’identità della nostra terra’. Certo, il politico di governo appartenente al ‘Muttahida Majilis i Amal, la coalizione islamista che governa dal 2002 la provincia, nel tirare fuori ‘Afgania’ tra altre 5 proposte per il nome identificativo della Provincia, ha forse fatto una scelta improvvida; anche se la provincia attendeva un nome dal 1893, quando il geologo inglese Durand tracciò il confine con l’Afganistan. Ma il momento per tirare fuori il nome Afgania non era consono, visto il crescere delle tensioni nella provincia al confine afgano e le accuse da parte del presidente Usa G. W. Bush sul continuo passaggio di Talebani attraverso le valli del Nord Ovest pachistano, soprattutto il Waziristan. Senza dire delle insurrezioni delle scorse settimane, seguite all’irruzione violenta dell’esercito Pachistano nella Moschea Rossa di Islamabad, tra il 5 e l’8 luglio appena trascorsi, con il bagno di sangue che ne è seguito per gli studenti coranici della Madrassa della moschea. In seguito gli scontri in queste valli di frontiera tra qualsiasi uniforme governativa e i fondamentalisti islamici causò nei giorni tra il 12 e il 16 luglio circa 80 morti, tra Miranshah e la Valle di Swat.
 
raduno a MiranshahMa non per le Ong “Siamo un target delicato” così Babar Aziz, a capo della Croce Rossa internazionale nella Provincia, ha definito il timore degli operatori di Ong a rimanere nella regione dopo gli incidenti seguiti ai quasi 300 morti della Moschea Rossa. La Croce rossa internazionale da molti anni ha una base in Peshawar, capitale della Provincia di Nord ovest, dove ha assistito migliaia di profughi afgani, così come ha fatto anche con gli avamposti nelle vicine Kohat e Hangu. Ma nelle ultime settimane la situazione è precipitata. Va considerato che il clima non è buono nemmeno dalle parti della capitale dove una bomba ha ucciso il 20 luglio 16 persone ad una manifestazione indetta per celebrare la figura di Muhammar Chodry, l’ex capo della Corte Suprema che il generale Pervez Musharraf, al comando del Paese senza libere elezioni, voleva destituire e che pochi giorni dopo gli incidenti di piazza si è visto costretto a far tornare al suo posto a seguito di una sentenza della locale Corte costituzionale. Ma la tensione è soprattutto alta nelle zone come il passo Khyber, la valle di Swat o le città lungo la Karakorum Highway che hanno aderito alla battaglia ideologica islamista contro ‘Busharraf’ come viene chiamato il presidente-dittatore, accusato di essere un pupazzo degli Stati Uniti.
 
oppositore feritoTerra bruciata per ‘Busharraf’. E per gli stranieri. Il 10 luglio un convoglio suicida si è fatto schiantare a Peshawar contro la sede francese della Croce Rossa, per fortuna senza conseguenze, Ma da allora la sede dei cooperanti europei è chiusa. Così come una autobomba è stata fatta esplodere nel sottodistretto di Batagram Allai, vicino la stazione di polizia. Ne hanno risentito anche i locali della Ong pachistana ‘Green Star alliance’, che si occupa di pianificazione familiare e salute riproduttiva. Nell’attentato si sono contati sette morti, e adesso gli uffici della Ong rimangono chiusi. “Non stiamo fornendo più nessun tipo di assistenza medica – dice il presidente locale di ‘Green Star’ Nishat Riaz – e non torneremo finché non ci saranno garantite delle minime condizioni di sicurezza. Al momento crediamo che il nostro personale non sia al sicuro”. Per la neonata ‘Afgania’, non sarà il migliore dei battesimi. C’è da sperare che il parlamento a Islamabad non dia l’approvazione al cambio di nome, che al momento non sembra di buon auspicio.
 

Gianluca Ursini

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