Prendete una nazione africana in guerra, decine di migliaia di rifugiati ebrei
da salvare, uno dei migliori servizi segreti al mondo e un pugno di uomini pronti
a tutto. Non è il trailer del nuovo film di James Bond, bensì la vera storia di
un ex-agente del Mossad, il servizio segreto israeliano. Negli anni '80, Gad Shimron
riuscì a far fuggire dal Sudan 15mila ebrei etiopi, scappati dal loro Paese perché
vittime della guerra civile. Oggi, a distanza di più di vent'anni dalla conclusione
di quell’operazione segreta, Shimron ha deciso di raccontare la sua storia.

In un libro, pubblicato la scorsa settimana in Israele, l’ex-agente è tornato
su “un’operazione che ancora oggi mi riempie d’orgoglio ogni volta che ci penso”,
confida a
PeaceReporter.
La sua storia comincia nel 1981, quando decine di migliaia di profughi ebrei
fuggono dall’Etiopia per rifugiarsi nel vicino Sudan a causa dei continui scontri
che insanguinano il Paese. Costretti a nascondere la propria fede per non essere
perseguitati da Khartoum, nei campi profughi gli ebrei vivono in condizioni spaventose,
tanto che lo stato di Israele decide di evacuarli con un’operazione segreta. Allora
31enne, esperto in lingue straniere e operazioni speciali, Shimron è tra i dieci
agenti reclutati per la missione, che durerà fino al 1985.
Gli inizi non sono incoraggianti: gli agenti sono costretti a fingersi stranieri
di varie nazionalità che gestiscono un villaggio-vacanze a Port Sudan, sul mar
Rosso, visto che il Sudan, membro della Lega Araba, non riconosce Israele. Anche
la situazione ambientale è proibitiva: nel Paese, grande quanto l’intera Europa
occidentale, c’è una sola strada asfaltata. “Però facevamo affari d’oro, perché
per gli stranieri non c’era altro posto dove svagarsi”, ricorda divertita l’ex-spia,
che oggi è editorialista presso un quotidiano israeliano. Ironia della sorte,
visto che negli anni '80 decise di lasciare i servizi proprio perché finito dietro
una scrivania.
Di giorno istruttore di windsurf, di notte agente segreto: a scadenze regolari,
Shimron percorre in jeep più di 400 di km di strada sterrata per raggiungere i
campi profughi etiopi, prendere contatti con i leader della comunità e organizzare
le ‘fughe’ clandestine. Dà loro soldi per cibo e medicinali. Non troppi, per non
fare insospettire i soldati sudanesi. Nelle notti stabilite, gli agenti caricano
300 profughi alla volta su camion che, con l’aiuto dell’oscurità, raggiungono
la costa. Qui, gli etiopi salgono su piccole imbarcazioni, con cui raggiungono
le acque internazionali, dove li attendono le navi della Marina israeliana. “Dopo
qualche mese, le operazioni via mare erano diventate troppo pericolose, e abbiamo
cominciato a evacuare i profughi per via aerea”, racconta. “Usavamo una vecchia
pista abbandonata della seconda guerra mondiale”. In quattro anni, Shimron riuscirà
a far uscire dal Paese circa 15mila profughi.

A distanza di più di 20 anni, l’ex-agente mantiene ancora contatti con i profughi
che contribuì a salvare. Alcuni si sono integrati alla perfezione, nonostante
la vita dei 36mila etiopi presenti in Israele non sia semplice. Così come non
è stato semplice riportarli nella ‘terra promessa’.
“Eravamo bravi e incoscienti allo stesso momento. Non avevamo armi, se la polizia
ci inseguiva potevamo solo speronare le loro auto e scappare. Una volta, ci intercettarono
poco dopo che avevamo imbarcato i rifugiati, ma per fortuna durante l’inseguimento
la loro auto bucò”, ricorda. Un’altra volta identificarono la sua auto, che credevano
coinvolta in attività di contrabbando. Portato alla centrale per accertamenti,
Shimron se la cavò grazie alla conoscenza dell’arabo: “Capivo quello che gli agenti
si dicevano in mia presenza, senza che loro lo sapessero. Per fortuna, non hanno
mai sospettato che potessi essere israeliano e mi hanno rilasciato”. Un suo compagno
meno fortunato fu costretto a calarsi da una finestra della stazione di polizia
durante la notte per sfuggire al carcere.
Secondo Shimron, l’operazione fu concepita con uno spirito di altruismo raro,
specie in un periodo in cui i servizi segreti israeliani erano conosciuti per
gli assassinii mirati contro i militanti palestinesi e le ‘operazioni sporche’.
Un giorno, durante la traversata verso Israele, una ragazza ebbe un attacco di
meningite in nave. L’unico modo per evacuarla era mandare un elicottero. Un viaggio
lungo e costoso, che richiedeva la presenza di un aereo di copertura e di un altro
per il rifornimento in volo, oltre a un elicottero di riserva. “Eppure, nessuno
esitò un attimo a mettere a disposizione i mezzi. Tutto per salvare una persona
che non era neanche israeliana”, ricorda con commozione. Un’impresa resa ancora
più difficile dalle spaccature dell’opinione pubblica israeliana, parte della
quale ancora oggi ritiene che portare dall’Africa i Falasha, questo il nome degli ebrei etiopi, sia stato un errore: troppa la differenza
di stile di vita e di educazione, e troppi anche i pregiudizi. Qualche anno fa,
si scoprì che le autorità sanitarie gettavano via il sangue dei donatori etiopi
per paura di contrarre sconosciute malattie africane. Ma, come dice scherzosamente
Shimron, non tutti gli ebrei sono perfetti.

Tra fughe avventurose e imprevisti l’operazione, talmente segreta da non avere
neanche un nome in codice, dura fino al 1985, quando un colpo di stato rovescia
il governo del generale sudanese Nimeiri. La nuova amministrazione, con l’aiuto
dei servizi segreti libici, scopre l’operazione, costringendo la task-force israeliana
a fuggire in fretta e furia. Negli anni a venire, Israele condurrà altre due azioni
che porteranno all’evacuazione di 22mila etiopi ebrei. Shimron non vi parteciperà,
ma poterà sempre nel cuore l’orgoglio di aver salvato migliaia di vite umane.
“Israele è accusato di essere razzista, ma negli anni in cui l’Europa lasciava
marcire l’Africa tra le guerre organizzando solo concerti benefici, siamo stati
gli unici ad agire”, ironizza.
Nei confronti dei Falasha, l’ex-agente ha solo parole di ammirazione: “Noi eravamo dei professionisti
protetti dallo Stato, mentre loro hanno dovuto affrontare la guerra e un viaggio
estenuante per salvarsi, lasciandosi dietro migliaia di fratelli che non ce l’hanno
fatta. Vivevano in condizioni in cui una persona normale non avrebbe potuto resistere
più di un giorno. I veri eroi di questa storia sono loro”. Lui, invece, preferisce
definirsi un semplice giornalista dietro una scrivania: “Col tempo, ho capito
che tra i miei due lavori non c'è molta differenza: anche la spia scrive, mai
suoi rapporti li leggono venti persone. Ora, i miei articoli li leggono in migliaia”.