24/08/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di Gad Shimron, la spia che salvò 15mila ebrei etiopi
Prendete una nazione africana in guerra, decine di migliaia di rifugiati ebrei da salvare, uno dei migliori servizi segreti al mondo e un pugno di uomini pronti a tutto. Non è il trailer del nuovo film di James Bond, bensì la vera storia di un ex-agente del Mossad, il servizio segreto israeliano. Negli anni '80, Gad Shimron riuscì a far fuggire dal Sudan 15mila ebrei etiopi, scappati dal loro Paese perché vittime della guerra civile. Oggi, a distanza di più di vent'anni dalla conclusione di quell’operazione segreta, Shimron ha deciso di raccontare la sua storia.

Ebrei etiopiIn un libro, pubblicato la scorsa settimana in Israele, l’ex-agente è tornato su “un’operazione che ancora oggi mi riempie d’orgoglio ogni volta che ci penso”, confida a PeaceReporter.
La sua storia comincia nel 1981, quando decine di migliaia di profughi ebrei fuggono dall’Etiopia per rifugiarsi nel vicino Sudan a causa dei continui scontri che insanguinano il Paese. Costretti a nascondere la propria fede per non essere perseguitati da Khartoum, nei campi profughi gli ebrei vivono in condizioni spaventose, tanto che lo stato di Israele decide di evacuarli con un’operazione segreta. Allora 31enne, esperto in lingue straniere e operazioni speciali, Shimron è tra i dieci agenti reclutati per la missione, che durerà fino al 1985.
Gli inizi non sono incoraggianti: gli agenti sono costretti a fingersi stranieri di varie nazionalità che gestiscono un villaggio-vacanze a Port Sudan, sul mar Rosso, visto che il Sudan, membro della Lega Araba, non riconosce Israele. Anche la situazione ambientale è proibitiva: nel Paese, grande quanto l’intera Europa occidentale, c’è una sola strada asfaltata. “Però facevamo affari d’oro, perché per gli stranieri non c’era altro posto dove svagarsi”, ricorda divertita l’ex-spia, che oggi è editorialista presso un quotidiano israeliano. Ironia della sorte, visto che negli anni '80 decise di lasciare i servizi proprio perché finito dietro una scrivania.

Di giorno istruttore di windsurf, di notte agente segreto: a scadenze regolari, Shimron percorre in jeep più di 400 di km di strada sterrata per raggiungere i campi profughi etiopi, prendere contatti con i leader della comunità e organizzare le ‘fughe’ clandestine. Dà loro soldi per cibo e medicinali. Non troppi, per non fare insospettire i soldati sudanesi. Nelle notti stabilite, gli agenti caricano 300 profughi alla volta su camion che, con l’aiuto dell’oscurità, raggiungono la costa. Qui, gli etiopi salgono su piccole imbarcazioni, con cui raggiungono le acque internazionali, dove li attendono le navi della Marina israeliana. “Dopo qualche mese, le operazioni via mare erano diventate troppo pericolose, e abbiamo cominciato a evacuare i profughi per via aerea”, racconta. “Usavamo una vecchia pista abbandonata della seconda guerra mondiale”. In quattro anni, Shimron riuscirà a far uscire dal Paese circa 15mila profughi.

Ebrei etiopi al momento della partenza per IsraeleA distanza di più di 20 anni, l’ex-agente mantiene ancora contatti con i profughi che contribuì a salvare. Alcuni si sono integrati alla perfezione, nonostante la vita dei 36mila etiopi presenti in Israele non sia semplice. Così come non è stato semplice riportarli nella ‘terra promessa’.
“Eravamo bravi e incoscienti allo stesso momento. Non avevamo armi, se la polizia ci inseguiva potevamo solo speronare le loro auto e scappare. Una volta, ci intercettarono poco dopo che avevamo imbarcato i rifugiati, ma per fortuna durante l’inseguimento la loro auto bucò”, ricorda. Un’altra volta identificarono la sua auto, che credevano coinvolta in attività di contrabbando. Portato alla centrale per accertamenti, Shimron se la cavò grazie alla conoscenza dell’arabo: “Capivo quello che gli agenti si dicevano in mia presenza, senza che loro lo sapessero. Per fortuna, non hanno mai sospettato che potessi essere israeliano e mi hanno rilasciato”. Un suo compagno meno fortunato fu costretto a calarsi da una finestra della stazione di polizia durante la notte per sfuggire al carcere.

Secondo Shimron, l’operazione fu concepita con uno spirito di altruismo raro, specie in un periodo in cui i servizi segreti israeliani erano conosciuti per gli assassinii mirati contro i militanti palestinesi e le ‘operazioni sporche’. Un giorno, durante la traversata verso Israele, una ragazza ebbe un attacco di meningite in nave. L’unico modo per evacuarla era mandare un elicottero. Un viaggio lungo e costoso, che richiedeva la presenza di un aereo di copertura e di un altro per il rifornimento in volo, oltre a un elicottero di riserva. “Eppure, nessuno esitò un attimo a mettere a disposizione i mezzi. Tutto per salvare una persona che non era neanche israeliana”, ricorda con commozione. Un’impresa resa ancora più difficile dalle spaccature dell’opinione pubblica israeliana, parte della quale ancora oggi ritiene che portare dall’Africa i Falasha, questo il nome degli ebrei etiopi, sia stato un errore: troppa la differenza di stile di vita e di educazione, e troppi anche i pregiudizi. Qualche anno fa, si scoprì che le autorità sanitarie gettavano via il sangue dei donatori etiopi per paura di contrarre sconosciute malattie africane. Ma, come dice scherzosamente Shimron, non tutti gli ebrei sono perfetti.

Manifestazione di protesta dei Falasha in IsraeleTra fughe avventurose e imprevisti l’operazione, talmente segreta da non avere neanche un nome in codice, dura fino al 1985, quando un colpo di stato rovescia il governo del generale sudanese Nimeiri. La nuova amministrazione, con l’aiuto dei servizi segreti libici, scopre l’operazione, costringendo la task-force israeliana a fuggire in fretta e furia. Negli anni a venire, Israele condurrà altre due azioni che porteranno all’evacuazione di 22mila etiopi ebrei. Shimron non vi parteciperà, ma poterà sempre nel cuore l’orgoglio di aver salvato migliaia di vite umane. “Israele è accusato di essere razzista, ma negli anni in cui l’Europa lasciava marcire l’Africa tra le guerre organizzando solo concerti benefici, siamo stati gli unici ad agire”, ironizza.
Nei confronti dei Falasha, l’ex-agente ha solo parole di ammirazione: “Noi eravamo dei professionisti protetti dallo Stato, mentre loro hanno dovuto affrontare la guerra e un viaggio estenuante per salvarsi, lasciandosi dietro migliaia di fratelli che non ce l’hanno fatta. Vivevano in condizioni in cui una persona normale non avrebbe potuto resistere più di un giorno. I veri eroi di questa storia sono loro”. Lui, invece, preferisce definirsi un semplice giornalista dietro una scrivania: “Col tempo, ho capito che tra i miei due lavori non c'è molta differenza: anche la spia scrive, mai suoi rapporti li leggono venti persone. Ora, i miei articoli li leggono in migliaia”.

Matteo Fagotto

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