04/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Emergenza ecologica e umanitaria. Accion por la Vida: 'E' colpa delle multinazionali del petrolio'

Ecuador, oleodotto OCPIl  processo contro le multinazionali responsabili delle devastazioni sociali e ambientali dovute alla costruzione dell’Oleoducto de Crudos Pesados (OCP) in Ecuador potrebbe iniziare. Ma mancano i fondi.
Per questo Accion por la Vida, associazione che da anni si batte per difendere le terre amazzoniche dall’invasione del consorzio di multinazionali Ocp, di cui fa parte anche l’Eni/Agip, rinnova l’appello al sostegno internazionale. Un sostegno reclamato anche dai contadini del paese sudamericano: “Ci stanno avvelenando”.

L’ oleodotto. Nel Settembre 2001 iniziarono i lavori per il megaoleodotto ad opera di un consorzio costituito dalle maggiori multinazionali del petrolio: Agip, Alberta, Occidental, YPF, Perez Companc y Techint. Progetto che fu finanziato da alcune banche private, fra cui la Bnl.
Si tratta di una pipeline lunga più di cinquecento chilometri, che si snoda lungo aree naturali estremamente fragili, ad alto rischio vulcanico, idrogeologico e sismico, che ha messo a rischio la vita delle popolazioni locali. Ha ampliato le zone investite dall'estrazione petrolifera, coinvolgendo aree di foresta primaria amazzonica finora intatte ed abitate anche da popolazioni indigene. Tutto questo ha provocato notevoli danni all’Ecuador, un paese già in ginocchio a causa dei pagamenti del debito estero, che frenano lo sviluppo locale, ancora praticamente inesistente.
Tale progetto - al finanziamento del quale la Banca Nazionale del Lavoro partecipa come intermediaria di un prestito di 900 milioni di dollari concesso al Consorzio OCP nel luglio 2001 da una banca tedesca – ha violato in maniera grave le direttive della
Banca Mondiale sulle valutazioni degli impatti ambientali, gli habitat naturali e la consultazione delle popolazioni locali. Violazioni verificate da una commissione del parlamento tedesco inviata in Ecuador nell'aprile 2002.

Gli attori italiani. Come Bnl, anche l'altro attore italiano coinvolto, l'impresa Eni/Agip si è resa complice di tale situazione, pur essendosi dotata di un Codice Etico che promuove “...il rispetto delle diversità culturali e la conoscenza delle condizioni sociali ed economiche delle Comunità in cui la Società è presente…”.
Proteste contro l'oleodottoLe proteste. Nonostante l'opposizione della società civile ecuadoriana e di numerosi gruppi ecologisti, i lavori sono stati portati a termine. Lo stato d’emergenza dichiarato dal governo e la militarizzazione delle province amazzoniche di Sucumbios y Orellana – da dove è partito l'oleodotto – hanno generato scontri e tensioni provocando nel febbraio 2002 la morte di quattro persone, fra cui due bambini. Il 25 marzo 2002, diciassette attivisti ecologisti che protestavano contro la distruzione del bosco di Mindo Nambillo, a nord di Quito, sono stati arrestati. Anche per questo motivo la mobilitazione ha guadagnato l'attenzione della comunità internazionale.

Le denuncie delle organizzazioni contadine e della comunità indigena. L’Eni è dunque corresponsabile delle devastazioni sociali e ambientali compiute dall’oleodotto.
Lo scorso 23 settembre 2004, grazie al lavoro di Accion por la Vida, la Corte Superiore dell’Ecuador ha deliberato che il tribunale di San Miguel de los Bancos è competente a giudicare il caso contro l’OCP.
“Questa decisione si basa sul rapporto della Comisión Especial de Limites Internos de la Republica dell'Ecuador – precisano i campesinos e gli indios nella loro denuncia. Questa conferma che il terreno della nostra hacienda La Esperanza si trova entro i confini del cantone San Miguel de los Bancos. Dopo questa decisione a favore degli ecologisti di Accion por la Vida e di quanto si sono battuti nella campagna internazionale contro l’OCP, sono state presentate tre citazioni nei giorni 28, 29 ottobre e 4 novembre 2004. Dall’ultima data all’OCP erano stati concessi quindici giorni di tempo per rispondere alle nostre richieste". 

Non solo Mindo. “Ci stanno avvelenando”. Le organizzazioni contadine di El Triunfo e la comunità indigena Shuar Washints della provincia di Pastaza però non si fermano all’azione contro l’oleodotto. Da giorni hanno lanciato una denuncia sulle piogge acide e sull’inquinamento causato dalla produzione di energia attraverso la combustione del carbone, (detti lavori di Cfp, Coal Fire Power) dell’Eni-Agip, nel Puyo.
Nelle settimane immediatamente prima a questa denuncia ufficiale, l’impresa aveva già risposto alle accuse con dichiarazioni ai giornali locali in cui negava le proprie responsabilità per i danni causati. Non solo, l’Eni-Agip ha anche minacciato di querelare chiunque intenda continuare ad attribuirle accuse “infondate”.

L’inquinamento. Manuel Caiza, presidente del Comitato per la difesa dell’Ambiente di El Triunfo, non intende sottacere il dramma ecologico che si sta inesorabilmente consumando nelle loro terre. Ha raccontato Ecuador, oleodotto Ocp come lo scorso 10 novembre il municipio di Pastaza abbia effettuato una missione di ricognizione ambientale a El Triunfo. “Quando gli ispettori sono arrivati nella zona dei lavori di Cfp - spiega - hanno incontrato gli operai dell’Agip intenti a ripulire un terreno contaminato vicino alla stazione dai rifiuti industriali. Stavano cercando di occultare le prove delle loro attività”. Il dipartimento di Igiene e Salute del municipio ha così deliberato che il Governo sospenda le estrazioni petrolifere e realizzi un’interrogazione ambientale alla Compagnia Agip che opera nella zona di El Triunfo. La settimana scorsa, il Comitato per la difesa dell’ambiente di El Triunfo, accompagnato da un giornalista della città di Puyo che voleva verificare il grado di contaminazione della zona, ha intercettato un camion dell’impresa che stava cercando di ritirare un enorme serbatoio di derivati di greggio per anni abbandonato al bordo della strada, senza alcun tipo di precauzione o misura di sicurezza che ne indicasse i rischi e la nocività. Vedendo il giornalista, i funzionari vestiti con divise dell’Agip, colti sul fatto, sono saliti a bordo di un’auto con vetri polarizzati e se ne sono andati senza dare spiegazioni. Due giorni prima, un rappresentante dell’Eni aveva dichiarato ad una Radio locale di Puyo che il serbatoio non apparteneva alla società, e che questa non era a conoscenza del motivo per cui fosse lì, né cosa contenesse.

Responsabilità. Secondo l'associazione A Sud, che ha raccolto direttamente l’appello dei campesinos e che insiste da tempo a propagandare la campagna contro le conseguenze della costruzione dell’oleodotto, sarà difficile che l'OCP possa legalmente eludere le proprie responsabilità. “E' importante sostenere Accion por la Vida attraverso un sostegno concreto – afferma - che possa contribuire alle spese legali e a dare visibilità alla campagna a livello internazionale. I fatti di Mindo potrebbero costituire un precedente in grado di dare garanzia al nostro futuro e a quello delle generazioni a venire".

Stella Spinelli

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