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La storia. Nel giorno di Natale del 1957, quando aveva solo 13 mesi, Trevorrow fu portato
in un ospedale di Adelaide per alcuni dolori allo stomaco. Nelle carte mediche,
fu scritto che il bambino era senza genitori, trascurato e malnutrito. Falso:
il piccolo Bruce era semplicemente l'ennesima vittima della politica australiana
– federale e dei singoli stati – di “salvare” bambini aborigeni o di sangue misto
affidandoli a famiglie bianche. Nella convinzione che le comunità native fossero
inferiori e senza possibilità di elevarsi socialmente, secondo questo ragionamento,
almeno si poteva dare ai bambini un altro futuro. Trevorrow non rivide più il
padre. E nonostante le continue suppliche della vera madre alle autorità, fu in
grado di rivedere la sua famiglia solo dopo dieci anni.
Scuse negate. Il primo ministro dell'Australia del sud, Mike Rann, ha detto che il governo
non farà ricorso contro il verdetto perché Trevorrow “ne ha già passate abbastanza.
La cosa più compassionevole da fare è porre fine a qualsiasi incertezza per lui.
E' tempo che sia fatta giustizia”. Ma se la vicenda di Trevorrow ha avuto il lieto
fine, le altre decine di migliaia di appartenenti alla “generazione rubata” non
possono dire altrettanto. Un'inchiesta nazionale sul fenomeno, realizzata nel
1997, confermò i danni psicologici per quei bambini, esortando le autorità federali
e statali a scusarsi e a risarcire. Ma il primo ministro John Howard si è sempre
rifiutato di porgere le scuse da parte del governo australiano, sostenendo di
non poter far proprie le colpe dei suoi predecessori. Di conseguenza, con l'eccezione
della Tasmania, nessuna autorità pubblica in Australia ha mai pensato a istituire
un fondo per risarcire i bambini aborigeni trapiantati in famiglie bianche. E
anche dopo la sentenza per Trevorrow, il ministro australiano per gli Affari indigeni,
Mal Brough, ha escluso pagamenti collettivi da parte del governo. Alessandro Ursic
Parole chiave: australia, aborigeni, trevorrow, generazione, rubata, risarcimento