17/08/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli osservatori del processo elettorale lanciano l'allarme su violenza politica e impunità
Il Mirador Electoral (Me), la coalizione di organizzazioni che osservano il processo elettorale in Guatemala, ha lanciato un grido d'allarme: le violenze politiche nel paese centroamericano sono in continua ascesa e si registra “un altro grado di impunità”.

Il pianto di un ragazzo guatemaltecoAl via in un clima di violenza. Dal 2 maggio, quando il Tribunale supremo elettorale ha dato il via ufficialmente alla campagna elettorale in vista delle elezioni del prossimo 9 settembre, “sono stati registrati 50 episodi di grave violenza” legati al processo elettorale. Di questi casi, 44 hanno coinvolto dirigenti, candidati o militanti di partito, sei persone legate più o meno direttamente alla politica o pubblici ufficiali. “Di questi, 36 sono morti, 16 sono stati feriti gravemente – denunciano gli osservatori – Gli assassinii hanno così già superato quelli registrati nella corsa alle urne del 2003, quando avvennero 29 crimini”.
Nella maggioranza dei casi, gli attentati avvengono secondo il medesimo copione: i killer viaggiano su motociclette coperti da caschi integrali. Si avvicinano al bersaglio designato e sparano.
“Se è certo che questi crimini ben si inseriscono nel quadro generale di violenza che sta martoriando la società guatemalteca – aggiungono i membri del Mirador Electoral – questi fatti possono appannare la necessaria chiarezza del processo civico a cui sono chiamati i guatemaltechi. È sintomatico che gli omicidi di politici si stiano concentrando in maniera allarmante contro uno dei partiti politici favoriti nella contesa elettorale. Secondo noi, è il segnale che la lotta politica si sta snaturalizzando a colpi di violenza”, ha sottolineato il Me.

Agente delle forze di polizia guatemaltecheMorti eccellenti. Almeno 15 dei 36 morti erano candidati o dirigenti del partito di centrosinistra Unidad Nacional de la Esperanza (Une), che vede come candidato alla presidenza Alvaro Colom, dato per favorito dagli ultimi sondaggi, che vedono risalire la china anche il premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchú. Epressione del movimento indigeno riunitosi nel movimento Winaq, la donna più famosa del Paese ha scelto di stringere un'alleanza con Encuentro por Guatemala, facendo proprio lo slogan indigeno “dalla resistenza al potere”.
Il Mirador electoral ha deciso di non limitarsi a denunciare all'opinione pubblica la grave situazione, che minaccia stabilità e democrazia del paese, ma ha anche chiesto alla Procura di render conto pubblicamente dell'evolversi delle indagini su questi crimini, in modo da “calmare le preoccupazioni che stanno crucciando non solo i partiti politici, ma anche la società guatemalteca in generale”.
L'azione svolta dal Me è coadiuvata dalla facoltà latinoamericana di Scienze sociali, dall'Associazione Doses e dall'Istituto centroamericano di studi politici e azione cittadina.

Le urne si apriranno il 9 settembre prossimo. Ottocentomila cittadini sceglieranno il presidente, il suo vice, i deputati, i sindaci e gli assessori comunali, per un totale di 159 parlamentari e 332 primi cittadini. Politiche e amministrative assieme, in un clima di forte insicurezza, dove l'intimidazione e la minaccia fanno ancora il bello e il cattivo tempo.

Dalle autorità nessuna risposta. “Ad essere attaccato è l'intero sistema politico – ha spiegato a PeaceReporter Mario Polanco, presidente del Gam, Associazione guatemalteca per la difesa dei diritti umani - non c'è una forza politica che sia stata attaccata più o meno di un'altra e tutte hanno ricevuto la stessa risposta da parte delle autorità: passività, mancanza di volontà e incapacità di indagare e perseguire i colpevoli. Di nuovo siamo di fronte ad abusi e violazioni dei diritti umani e di nuovo è coinvolto lo Stato. Come nel passato. I settori della politica sono macchiati da collusioni mafiose che sfruttano le bande criminali per fare i propri comodi e poi scaricano su di essi tutta la responsabilità. Il Guatemala deve uscire da questo pantano che gli impedisce di svilupparsi. Non possiamo più permettere che questi settori legati al passato di sangue continuino a infiltrarsi nelle istituzioni che invece dovrebbero essere garanti del rispetto della legge, come il Parlamento. Troppi deputati sono immischiati con la mafia. Eppure, nonostante le segnalazioni, nessuna indagine è stata aperta. Siamo il paese dell'impunità – ha concluso Polanco - ed è una realtà dura da cambiare quanto da digerire”.

Stella Spinelli

Articoli correlati: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità