
L’inferno esiste ed è alla Snia. In viale Montegrappa passa il confine tra l’inciviltà
e la barbarie, una linea di demarcazione attraversata ogni tanto da ombre invisibili
che portano oltrefrontiera cibo e soccorso. Dicono che tra quelle rovine si nascondano
criminali e sfruttatori di donne e
bambini: può essere, ma l’illegalità è il comodo alibi che dissimula la paura
del “diverso”. In viale Montegrappa, già di primo mattino si sente un puzzo soffocante
mescolato al profumo dei tigli e del lentisco. Alle 6 un pulmino si porta via
i manovali a giornata; alle 8 partono le «spose bambine».
La Snia, ieri... Alla Snia c’era il “reparto cornuti”, così chiamato perché ci lavoravano operai
condannati ad inalare solfuro di carbonio, micidiale per la salute, che provocava
l’impotenza, la tubercolosi e il cancro. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta.
Pasquale è un ex operaio Snia: “abito al quarto piano: un giorno a metà scala
ho avuto un mancamento, capogiri. Vado dal dottore, dico dove lavoro e lui risponde
che sono cazzi miei e che devo scappare da lì. Il giorno dopo ho fatto domanda
alla Necchi». Stesso destino per Fausto: “Quando i camion scaricavano, tutto il
solfuro si spandeva e si sentiva una gran puzza. A noi turnisti da mangiare ce
lo portavano in reparto. Tra un cucchiaio e l’altro il solfuro s’apposava sul
cucchiaio. Si vedeva la macchia nera sulla minestra. Non c’erano i sindacati,
la Snia faceva quello che voleva, diceva: o così o te ne vai».
... e oggi. Venticinque anni dopo la chiusura, tra le macerie dell’ex fabbrica 61 famiglie
rumene, in buona parte di etnia Rom (222 persone di cui 84 sono minori) vivono
di stenti, a respirare particelle di viscosa e raion, sopra un terreno impregnato
da residuati di gasolio, benzene, antracene e altre sostanze altamente tossiche.
Sono costretti a mendicare e qualche volta anche a rubare cibo nei negozi del
quartiere. Per oltre un anno il Comune li ha abbandonati senza alcun referente
istituzionale. Peggio: ha accusato i bambini di fare accattonaggio, mentre ha
taciuto su 41 minori (gli stessi) mai inseriti nelle scuole; silenzio anche sulle
drammatiche condizioni ambientali e su un decreto del Tribunale - disatteso -
che obbligava il Comune a farsi carico di un minore affetto da epatite B cronica
e della sua famiglia. È ricomparsa la tubercolosi, si temono epidemie, ma il Comune
tace: per il vicesindaco "i Rom non esistono" e l’Asl dice che risultano vaccinati
solo una ventina di bambini, un quarto del totale.
Le storie. Iliana ha quarant’anni e 5 figli. Fa le pulizie presso tre famiglie pavesi,
ma fino a un mese fa la si incontrava a mendicare alla stazione di milanese Rogoredo,
con in braccio il figlio di 14 mesi: “mi vergognavo a chiedere l’elemosina a Pavia.
Era l’unico modo per vedere qualche soldo, da 10 a 30 euro al giorno, appena sufficienti
a tirare avanti”. Tatiana ha 23 anni, è una Sinti rumena. Tiene in braccio un
bimbo di 3 mesi: “chiedo l’elemosina perché non ho un lavoro e non voglio rubare.
L’altro ieri sono venuti i carabinieri, volevano che andassi via, io ho detto
trovatemi un lavoro e non vengo più qui”. La fame ha spinto 5 ragazzine rumene
a prostituirsi. Non c’è scuola per i bambini della Snia, ma solo un corso accelerato
di violenza, crudeltà e sopraffazione.