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Alta
tecnologia. Il pacchetto di aiuti militari deve ancora essere
approvato dal Congresso, che lo voterà a settembre, da ma più
parti, anche negli Stati Uniti, si sollevano dubbi sul fatto che
inondare il medio oriente di armi possa davvero essere un freno
all'espansione dell'influenza iraniana sulla regione e, in
particolare, alle ambizioni nucleari di Teheran. Secondo quanto
annunciato le armi che verranno fornite agli alleati mediorientali
comprendono anche pezzi di alta tecnologia, come missili a guida
satellitare e navi da guerra. Forniture che il diplomatico Usa
Nicholas Burns ha definito con un sofismo “difensive”. Nel corso
delle conferenze stampa in cui hanno annunciato le forniture
belliche, la Rice e Burns si sono sentiti chiedere più volte
cosa vogliano gli Stati Uniti in cambio, ma la risposta ufficiale è
sempre stata: “vogliamo aiutare le forze moderate, creare stabilità
nella regione e rassicurare gli alleati sul sostegno statunitense”.
“Qualche mese fa, durante una visita a Washington, mi era stato
detto che il problema principale per la sicurezza degli americani
nella regione era la mancanza di democrazia -ha commentato Karsten
Voigt, diplomatico tedesco responsabile dei rapporti con gli Usa- ora
invece si danno armi a paesi come l'Arabia Saudita che tutto sono
salvo tranne che democratici”.
Equilibrismi.
Recentemente gli Stati Uniti si sono lamentati con il governo saudita
per la sua opposizione all'esecutivo iracheno, guidato dallo sciita
Al Maliki. Washington sospetta che i Sauditi stiano fornendo armi ai
miliziani sunniti in Iraq, ma nel contempo loda l'impegno di Riyadh
nel fermare i jihadisti sauditi diretti a Baghdad. Anche le forniture
di armi per 13 miliardi di dollari dirette all'Egitto sembrano
finalizzate a superare la diffidenza del Cairo verso il governo
sciita iracheno. Mentre Israele, che non vede affatto di buon occhio
la fornitura di armi a Egitto e Arabia Saudita, ha avuto una cospicua
promessa di aiuti militari, 30 miliardi in dieci anni. Una quantità
sufficiente per permettere al premier Olmert di affermare che “Gli
Stati Uniti si impegnano a mantenere il divario militare fra Israele
e i suoi vicini. Capisco la necessità degli Usa di sostenere
gli stati arabi moderati -ha concluso il premier israeliano -. C'è
molto bisogno di un fronte unito contro la minaccia iraniana”.
Instabilità.
“Penso che l'instabilità della regione debba essere
addebitata all'Iran” ha candidamente spiegato la Rice ai
giornalisti. Da tempo gli Stati Uniti temono che l'Iran possa creare
un asse sciita da Teheran a Beirut. Secondo Washington, il regime
degli Ayatollah cerca di produrre armi nucleari e destabilizzare la
regione aiutando le milizie sciite in Iraq, Hezbollah in Libano e il
regime di Assad in Siria. La Siria è un paese a magioranza
sunnita governato dalla minoranza alawita, una branca dello sciismo.
Damasco viene accusata di proteggere i capi della resistenza
palestinese e consentire il transito di miliziani verso l'Iraq e di
armi verso il Libano. Il portavoce del ministero della Difesa
iraniano hasostenuto che “è una specialità della
politica Usa quella di seminare paura nella regione e rovinare le
buone relazioni esistenti tra i paesi del medioriente”. ”Vogliono
provocare una corsa agli armamenti per far guadagnare le loro
fabbriche belliche” gli ha fatto eco il ministro della Difesa
iraniano, Mohammad Najjar, che ha concluso dicendo: “L'Iran non si
preoccupa per una nazione amica che consolida le sue capacità
difensive”. Che l'Iran non sia una minaccia alla stabilità
della regione è anche l'opinione del governo dell'Oman, che
rientra nella lista dei paesi che potrebbero ricevere armi da
Washington. Pare infatti che la trattativa sulle forniture militari
sia aperta con tutti i paesi del Gulf Cooperation Council (Arabia
Saudita, Kuwait, Qatar, Oman, Bahrain e Emirati Arabi Uniti). “Il
nostro scopo -ha dichiarato la Rice- è riaffermare che il
Golfo Persico e il Medio Oriente sono aree di interesse permanente e
vitale per gli Stati Uniti”.Naoki Tomasini