Alla Triennale Bovisa dal 26 giugno al 16 settembre una mostra sullo sfruttamento dell'icona di Che Guevara
Quante volte l'abbiamo visto: sulle copertine dei libri, immortalato nei colori
di un quadro e su magliette e gadgets di ogni tipo. L'immagine di che Guevara
si trova davvero un po' ovunque.
A ricordarcelo e a mettere in mostra molte contraddizioni sull'icona Guevara,
la mostra curata Trisha Ziff dal titolo “Che Guevara: rivoluzionario e icona...”
allestita alla Triennale Bicocca e in programma dal 26 giugno al 16 settembre.
Ad accogliere il visitatore c'è lei: l'immagine scatta da Alberto Korda nel 1960
durante i funerali di Stato voluti dall'amministrazione cubana per l'attentato
ad un'imbarcazione sulla quale viaggiavano 140 cittadini cubani.
Sarà l'immagine austera e sofferente, pare che il Che avesse superato da qualche
minuto una violenta crisi d'asma, malattia con la quale ha dovuto imparare a convivere
fin da bambino, ma lo sguardo del medico argentino prestato alla Rivoluzione sembra seguire ogni visitatore. Come dio, vede e vigila su tutto e tutti, il
Che, con i suoi occhi imprigionati all'interno della pellicola di Korda e riproposti
in mille versioni, sembra non perdere nulla di quello che avviene all'interno
delle mura della mostra.
La mostra. L'esposizione analizza, fra sacro e profano, lo sfruttamento dell'immagine più
famosa del comandante Guevara: la foto, appunto, scattata da Alberto Korda nel
1960. Dalla prima apparizione dell'immagine, avvenuta il 18 agosto del 1960 sulle
pagine di “Revolucion”, fino ad arrivare alle patinate pagine del numero di “Paris
Match”, del 19 agosto del 1967, l'icona Guevara arriva fino ai giorni nostri.
C'è dell'altro. Solo il volto di Gesù Cristo è stata riprodotta più di quella
di Guevara.
Interessante è stato scoprire passeggiando all'interno della mostra la vena kitsch
dello sfruttamento dell'immagine di Guevara: sciarpe, calze, orologi, portafogli,
portachiavi spille e spillette varie riempiono una teca vetrata si mostra in tutta
la sua “audace” sensualità una cannottierina fashion interamente ricoperta dal
volto del “Guerrillero Heroico”. Sono oggetti che nel corso degli ultimi 40 anni sono stati venduti sulle bancarelle
dei mercatini di tutto il mondo. Non è finita qui. L'immagine nella sua laica
sacralità entra a far parte di bottiglie di birra, pacchetti di sigarette, pupazzetti
per finire addirittura stampato sulle confezioni cartacee di un noto gelato: è
vero sembra proprio di essere all'interno di una di quelle fiere di paese che
vendono di tutto e di più.
Di se stesso Ernesto Guevara diceva: “ Non sono Cristo e filantropo...Sono tutto
l'opposto di un Cristo...Per le cose in cui credo lotto con tutte le armi di cui
dispongo...invece di lasciami inchiodare a una croce...”, non immaginando che
la sua figura sarebbe stata venerata da milioni di persone e addirittura paragonata
ad un famoso dipinto: Il Cristo del Mantegna.
Educazione e non solo. Ma lo scopo educativo della mostra, così come le provocazioni che propone, è
ben evidente. La figura di Guevara, presa, ripresa, riprodotta, da sempre suscita
clamore, discussione, apprezzamenti e critiche. E che la mostra sia una cosa seria
lo si intende anche dalle grandi pubblicazioni, gentilmente concesse da Roberto
Massari, attendibile studioso del Che, che risplendono fra la paccottiglia varia.
Grazie a questi volumi anche i meno esperti, i meno conoscitori, della vita e
delle opere del comandante Guevara intuiscono quanto sia stata grande ed importante
questa figura per il secolo scorso. Ma anche grazie ad alcune serigrafie degli
anni Sessanta, come quelle di Jim Fitzpatricko al primo manifesto del governo
cubano (1967) con l'immagine del Che prodotto da Ñiko (Antonio Perez Gonzales),
s'intuisce che il Comandante è un affare serio.
Ha detto dell'immagine di Guevara lo scrittore cubano Edmundo Desnoes: “L'immagine
del Che può anche essere messa da parte, comprata e venduta o deificata, ma è
in grado di recuperare il suo significato originale in ogni momento e, così, continua
a rappresentare una parte del sistema universale della lotta rivoluzionaria”.
Per il Che litigò anche Warhol. E l'icona del Che fece anche litigare il famoso artista Andy Warhol con uno
dei suoi assistenti, Gerard Malanga. Gerard produsse alcune tele con il classico
metodo del suo maestro per una mosta alla galleria romana “La Tartaruga” senza
che Warhol ne fosse a conoscenza. Fra una diatriba e l'altra, però, il maestro
della popo art fu costretto a mentire e a dire che le opere erano originali per
non far finire in galera uno dei suoi pupilli.
L'espressione migliore, quella che raffigura e rappresenta al meglio l'essenza
della mostra è da ricercarsi in una vecchia frase pronunciata da Jean Paul Sartre:
“Il Che fu l'uomo più completo del suo tempo; è stato il combattente, il teorico
che ha saputo trarre dalla battaglia, dalla sua stessa lotta ed esperienza la
teoria per continuare a lottare. La sua storia e quella del mondo sono andate
di pari passo”. Chissà con tutti questi complimenti cosa penserebbe il comandante
Guevara vedendo il suo volto sulle magliette dei ragazzi di mezzo mondo.