30/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa costruiscono la 'cittadella della giustizia': nasce una seconda Zona Verde a Baghdad
Il complessoEnclave. E' già stata definita la 'seconda Zona Verde' di Baghdad: un complesso fortificato di 5 mila metri quadri per ospitare giudici, poliziotti, testimoni e imputati. Fortezza nella fortezza, il Rule of Law Complex (il Complesso dello stato di diritto) è un'enclave giudiziaria di massima sicurezza concepita dal comandante in capo delle forze Usa, generale David H. Petraeus, e dall'ambasciatore Usa Ryan C. Crocker, come l'ennesima zona protetta della capitale, isola blindata dove ospitare i processi dei più 'pericolosi terroristi'. Il bastione fortificato del nuovo sistema giudiziario iracheno, costato 400 milioni di dollari, si rende necessario - secondo i suoi ideatori - per assicurare protezione fisica ai magistrati e garantire lo svolgimento dei processi. A che prezzo? "Quello di vivere a Baghdad e non poterla vedere per tre mesi", come ha raccontato a un giornalista del Washington Post (che ha realizzato il reportage dal complesso) un giudice che abita nella 'seconda Zona Verde' con moglie e figli.

Ricostruzione digitale della cittadella giuridicaUn 'successo'? Già dai suoi primi passi, con il giudizio di soli 43 imputati in un mese e mezzo di attività, il complesso 'stato di diritto' evidenzia come, a dispetto del nome, non siano sufficienti mura sorvegliate e serpentine di filo spinato a fronteggiare il problema più grande dell'Iraq post-Saddam: la ricostruzione di un reale stato di diritto. Decine di giudici sono stati uccisi dalla violenza settaria. La magistratura irachena eredita ancor oggi forme e metodi da una struttura politica troppo complessa perché possa bastare la consulenza e l'assistenza tecnica di giuristi stranieri a farla funzionare in modo imparziale. E se le Corti rivoluzionarie istituite da Saddam sono state smantellate, sui magistrati iracheni permangono pressioni politiche, etniche e tribali che non abilitano a poter parlare di 'successo', come sostiene il comando Usa in riferimento alla ricostruzione del sistema giudiziario.

Processo a SaddamImparzialità. Gli Stati Uniti forniscono al complesso criminologi, avvocati e uno staff para-legale. Una ventina di investigatori sono addestrati direttamente da personale dell'Fbi. A dispetto di ciò, per chi è familiare con un processo americano, i processi istruiti nel complesso sono di una brevità sconcertante. Il sistema si basa fondamentalmente sulle confessioni e sui testimoni, mentre le indagini forensi sono quasi un'eccezione. Uno dei processi svoltisi nel complesso è stato quello ad Abu Qatada, militante siriano accusato di terrorismo, rapimento e uccisione di ostaggi. L'accusa si è basata quasi esclusivamente su testimonianze contro di lui. I testimoni erano condotti nel tribunale del complesso attraverso speciali ingressi. Le loro dichiarazioni venivano registrate in fascicoli che solo i giudici potevano leggere. Le prove a suo carico, quasi tutte testimoniali, hanno indotto la Corte, composta da tre giudici, un sunnita e due sciiti, a condannarlo a 30 anni per detenzione di armi e attentato alle istituzioni dello Stato. I giudici del complesso vengono scelti dal ministero degli Interni, un dicastero spesso accusato di settarismo. In una vicenda dai risvolti kafkiani, lo stesso ministero degli Interni ha messo sotto inchiesta un ispettore del complesso quando questi, sciita, ha espresso l'intenzione di sposare una donna sunnita. "Vi pare un'inchiesta seria?", ha commentato con malcelato sdegno all'intervistatore del Washington Post.
 

Luca Galassi

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