31/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre gli sfollati Tamil sfuggono ai bombardamenti governativi, una cooperante ci ricorda come si vive nelle zone sotto controllo Tamil
Una azione della Slaf (Sri Lankan Air Force) ha lasciato nella provincia di Mullaithiivu in Sri Lanka senza un tetto 232 famiglie di rifugiati che ancora patiscono le conseguenze dello tsunami. Insieme con loro anche diverse famiglie di Sfollati interni, vittime del conflitto tra Tigri indipendentiste Tamil e governo centrale. Circa due paia di jet Kfir (produzione israeliana) dell'aviazione di Colombo hanno sganciato nei dintorni dell'abitato di A'lampil e dell'attiguo campo-profughi circa 16 bombe di diverso tonnellaggio. Gli sfollati hanno creduto di ripararsi dalle bombe abbandonando il loro campo per rifugiarsi sotto i grandi alberi di banano della zona. Il Governatore ombra del distretto di Mullaithiivu, espressione delle Tigri Tamil, ha lanciato l'allarme per l'approviggionamento dei profughi, che a questo punto diventerebbe davvero complicato, vista anche l'impossibilità per i pescatori della zona di andare in mare dove subirebbero gli assalti della Guardia costiera governativa, che li ritiene fedeli alle forze ribelli. Qui di seguito il racconto di come si viva nelle zone sotto il controllo Tamil, inviatoci da una cooperante che si era trovata in Sri Lanka per gestire l'emergenza post-tsunami.
 
scritto per noi da
Francesca Iacona
 
Ero lì, anche se non avrei voluto esserci. Luglio 2005, Kilinochchi, capitale Tamil dello Sri Lanka. Venivamo da Jaffna, non proprio una passeggiata di salute, né con i Tamil né con i Cingalesi. Ci eravamo mossi con un altro operatore umanitario da Galle, estremo sud, per andare nell’estremo nord a controllare la situazione del post tsunami. Lui aveva base a Galle ed io ero in missione per un mese; dovevamo capire dove fossero arrivati gli aiuti umanitari e dove invece si fossero bloccati.
Per arrivare a Jaffna si devono passare due frontiere non riconosciute: la Cingalese per uscire dalla zona non controllata da Colombo, e quella Tamil per entrare nella fascia ribelle. Ti fanno scendere, ti controllano, ti chiedono il passaporto e ti lasciano aspettare: meglio non avere fretta, più ne hai, più rallentano. Colui che ci faceva domande era un ragazzino, avrà avuto 16 anni; l’aria non molto sveglia. Giocava con i nostri passaporti e rideva come se fosse totalmente assente dalla situazione. Poi una voce da dietro una staccionata l’ha fatto sussultare ed è corso. Siamo andati via qualche minuto dopo con i nostri passaporti.
 
rifugiati TamilRoad into Nowhere. Non ci sentivamo in pericolo, ma non eravamo a nostro agio. La strada prima e dopo il confine virtuale non aveva più boschi, tutto era stato bruciato: ci diceva il nostro autista che l’esercito cingalese lo aveva fatto per stanare le tigri Tamil. Non c’erano mai riusciti ed il paesaggio era distrutto. A Jaffna avevamo visto la situazione ancora lontana da qualsiasi soluzione ma continuavamo a chiedere come andasse nella fascia costiera della zona Tamil. I cingalesi continuavano a dire che lì non era successo nulla perché non viveva nessuno…. Bugie dalle gambe cortissime.
Decidemmo di osare e andammo all’ufficio Tamil di Jaffna a spiegarci. Loro ci scrissero un biglietto da portare a Kilinochichi con la loro scrittura bellissima ma incomprensibile. Peccato che anche il nostro interprete non la capisse: lui era un cinese che viveva a Trincomalee: poteva parlare Tamil ma non leggerlo.
 
un rifugio anti bombardamenti..Tra le Tigri. Arrivammo a Kilinochchi il giorno dopo le cerimonie commemorative delle Tigri Nere, la città presa d’assalto da sostenitori e combattenti. Il nostro autista di Colombo tremava: parlammo col portavoce delle Tigri che ci prese in simpatia. I suoi tempi lentissimi ed i suoi occhi taglienti non ci facevano sentire bene, ma non volevamo mollare. Ci scrisse un biglietto d'autorizzazione a circolare liberamente sulla 'loro' costa, dove i problemi c’erano come anche le persone, che non esistevano per i cingalesi. Per fortuna su quel biglietto non si comandava di ucciderci: fino all’ultimo esitavamo al pensiero se esibirlo o meno. In ogni ufficio visitato c’erano riviste con foto di bambini trucidati, morti e sangue in cui si diceva quello che i cingalesi avevano fatto ai Tamil e perché la lotta fosse sacrosanta.
Alla fine in quella città ci si presentò un problema: per incontrare il loro responsabile sanitario dovevamo aspettare le sei di sera, il che implicava fermarsi a dormire. Impossibile trovare un posto dove dormire: tutto strapieno. Iniziammo a fare il giro delle organizzazioni internazionali sperando che qualcuno avesse posto nelle Guest House spesso approntate per il personale. Nulla di nulla, solo un posto per l’autista insieme ad altri cingalesi, con sua grande gioia.
 
altri rifugiati scappano dalle bombeChe fare? Tornammo dal portavoce Tamil, una tigre nera, che ci sorrise e disse “Voi, da soli, potete stare al nostro albergo”. Ci guardammo negli occhi: albergo? Non ne aveva parlato nessuno e scoprimmo a breve perché.
Ci scortarono con una loro macchina per essere certi che il nostro autista se ne andasse. Una villa a più piani fuori città, nessuno fuori, solo guardie armate al cancello. Una persona anziana e gentile ci accolse e ci portò nel silenzio più assoluto alle nostre stanze: ci chiese a che ora volevamo cenare, solo quello. Le stanze erano attrezzate di tutto punto, come un albergo a quattro stelle; dopo le stamberghe dei giorni precedenti ci sembrò un miracolo nel deserto. Nel frattempo, passando verso le stanze avevamo visto un tavolo apparecchiato di tutto punto, pronto per gli ospiti. Continuavamo a pensare che c’erano altri 'clienti', magari qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.
 
Welcome! al 'Tank View' Hotel. Verso le 20,30 uscimmo dalle stanze per andare a cenare, come d'accordo con l’unica anima che ci aveva accolto. Entrammo e ci trovammo il tavolo perfettamente preparato per due persone: noi due. Tutte le portate già a tavola ed il silenzio più assoluto. Cenammo come fossimo in un film in bianco e nero, guardandoci alle spalle e cercando un rumore con gli occhi. Ma non c’era.
Andammo a dormire e la mattina alle sei prendemmo le nostre cose e partimmo, dopo aver trovato la colazione pronta, sempre per due. Lo chaperon che ci aveva accolto ora ci salutava. Prima di partire ricordo di aver chiesto il nome dell’albergo: "Tank View" ovvero "Vista sui carri armati".
Ne abbiamo riparlato spesso col mio collega di quell'esperienza. Ci è sempre sembrata incredibile. Mai dimenticheremo quanto visto e sentito.
 
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