Mentre gli sfollati Tamil sfuggono ai bombardamenti governativi, una cooperante ci ricorda come si vive nelle zone sotto controllo Tamil
Una azione della Slaf (Sri Lankan Air Force) ha lasciato nella provincia di Mullaithiivu
in Sri Lanka senza un tetto 232 famiglie di rifugiati che ancora patiscono le
conseguenze dello tsunami. Insieme con loro anche diverse famiglie di Sfollati
interni, vittime del conflitto tra Tigri indipendentiste Tamil e governo centrale.
Circa due paia di jet Kfir (produzione israeliana) dell'aviazione di Colombo hanno
sganciato nei dintorni dell'abitato di A'lampil e dell'attiguo campo-profughi
circa 16 bombe di diverso tonnellaggio. Gli sfollati hanno creduto di ripararsi
dalle bombe abbandonando il loro campo per rifugiarsi sotto i grandi alberi di
banano della zona. Il Governatore ombra del distretto di Mullaithiivu, espressione
delle Tigri Tamil, ha lanciato l'allarme per l'approviggionamento dei profughi,
che a questo punto diventerebbe davvero complicato, vista anche l'impossibilità
per i pescatori della zona di andare in mare dove subirebbero gli assalti della
Guardia costiera governativa, che li ritiene fedeli alle forze ribelli. Qui di
seguito il racconto di come si viva nelle zone sotto il controllo Tamil, inviatoci
da una cooperante che si era trovata in Sri Lanka per gestire l'emergenza post-tsunami.
scritto per noi da
Francesca Iacona
Ero lì, anche se non avrei voluto esserci. Luglio 2005, Kilinochchi, capitale
Tamil dello Sri Lanka. Venivamo da Jaffna, non proprio una passeggiata di salute,
né con i Tamil né con i Cingalesi. Ci eravamo mossi con un altro operatore umanitario
da Galle, estremo sud, per andare nell’estremo nord a controllare la situazione
del post tsunami. Lui aveva base a Galle ed io ero in missione per un mese; dovevamo
capire dove fossero arrivati gli aiuti umanitari e dove invece si fossero bloccati.
Per arrivare a Jaffna si devono passare due frontiere non riconosciute: la Cingalese
per uscire dalla zona non controllata da Colombo, e quella Tamil per entrare nella
fascia ribelle. Ti fanno scendere, ti controllano, ti chiedono il passaporto e
ti lasciano aspettare: meglio non avere fretta, più ne hai, più rallentano. Colui
che ci faceva domande era un ragazzino, avrà avuto 16 anni; l’aria non molto sveglia.
Giocava con i nostri passaporti e rideva come se fosse totalmente assente dalla
situazione. Poi una voce da dietro una staccionata l’ha fatto sussultare ed è
corso. Siamo andati via qualche minuto dopo con i nostri passaporti.
Road into Nowhere. Non ci sentivamo in pericolo, ma non eravamo a nostro agio. La strada prima
e dopo il confine virtuale non aveva più boschi, tutto era stato bruciato: ci
diceva il nostro autista che l’esercito cingalese lo aveva fatto per stanare le
tigri Tamil. Non c’erano mai riusciti ed il paesaggio era distrutto. A Jaffna
avevamo visto la situazione ancora lontana da qualsiasi soluzione ma continuavamo
a chiedere come andasse nella fascia costiera della zona Tamil. I cingalesi continuavano
a dire che lì non era successo nulla perché non viveva nessuno…. Bugie dalle gambe
cortissime.
Decidemmo di osare e andammo all’ufficio Tamil di Jaffna a spiegarci. Loro ci
scrissero un biglietto da portare a Kilinochichi con la loro scrittura bellissima
ma incomprensibile. Peccato che anche il nostro interprete non la capisse: lui
era un cinese che viveva a Trincomalee: poteva parlare Tamil ma non leggerlo.
Tra le Tigri. Arrivammo a Kilinochchi il giorno dopo le cerimonie commemorative delle Tigri
Nere, la città presa d’assalto da sostenitori e combattenti. Il nostro autista
di Colombo tremava: parlammo col portavoce delle Tigri che ci prese in simpatia.
I suoi tempi lentissimi ed i suoi occhi taglienti non ci facevano sentire bene,
ma non volevamo mollare. Ci scrisse un biglietto d'autorizzazione a circolare
liberamente sulla 'loro' costa, dove i problemi c’erano come anche le persone,
che non esistevano per i cingalesi. Per fortuna su quel biglietto non si comandava
di ucciderci: fino all’ultimo esitavamo al pensiero se esibirlo o meno. In ogni
ufficio visitato c’erano riviste con foto di bambini trucidati, morti e sangue
in cui si diceva quello che i cingalesi avevano fatto ai Tamil e perché la lotta
fosse sacrosanta.
Alla fine in quella città ci si presentò un problema: per incontrare il loro
responsabile sanitario dovevamo aspettare le sei di sera, il che implicava fermarsi
a dormire. Impossibile trovare un posto dove dormire: tutto strapieno. Iniziammo
a fare il giro delle organizzazioni internazionali sperando che qualcuno avesse
posto nelle Guest House spesso approntate per il personale. Nulla di nulla, solo
un posto per l’autista insieme ad altri cingalesi, con sua grande gioia.
Che fare? Tornammo dal portavoce Tamil, una tigre nera, che ci sorrise e disse “Voi, da
soli, potete stare al nostro albergo”. Ci guardammo negli occhi: albergo? Non
ne aveva parlato nessuno e scoprimmo a breve perché.
Ci scortarono con una loro macchina per essere certi che il nostro autista se
ne andasse. Una villa a più piani fuori città, nessuno fuori, solo guardie armate
al cancello. Una persona anziana e gentile ci accolse e ci portò nel silenzio
più assoluto alle nostre stanze: ci chiese a che ora volevamo cenare, solo quello.
Le stanze erano attrezzate di tutto punto, come un albergo a quattro stelle; dopo
le stamberghe dei giorni precedenti ci sembrò un miracolo nel deserto. Nel frattempo,
passando verso le stanze avevamo visto un tavolo apparecchiato di tutto punto,
pronto per gli ospiti. Continuavamo a pensare che c’erano altri 'clienti', magari
qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.
Welcome! al 'Tank View' Hotel. Verso le 20,30 uscimmo dalle stanze per andare a cenare, come d'accordo con
l’unica anima che ci aveva accolto. Entrammo e ci trovammo il tavolo perfettamente
preparato per due persone: noi due. Tutte le portate già a tavola ed il silenzio
più assoluto. Cenammo come fossimo in un film in bianco e nero, guardandoci alle
spalle e cercando un rumore con gli occhi. Ma non c’era.
Andammo a dormire e la mattina alle sei prendemmo le nostre cose e partimmo,
dopo aver trovato la colazione pronta, sempre per due. Lo chaperon che ci aveva
accolto ora ci salutava. Prima di partire ricordo di aver chiesto il nome dell’albergo:
"Tank View" ovvero "Vista sui carri armati".
Ne abbiamo riparlato spesso col mio collega di quell'esperienza. Ci è sempre
sembrata incredibile. Mai dimenticheremo quanto visto e sentito.