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Storie come tante. “Mi sento
incompleto. Io soltanto ho una mano, gli altri bambini ne hanno due”.
Pablo ha 9 anni e a Hrw ha raccontato quello che prova da quando una
mina lo ha reso invalido. Lucia, invece, ne ha 10, e per la stessa
ragione adesso non vede più e le rimane soltanto una mano a
cui mancano molte dita. A causa dell'assenza di figure specializzate
che le insegnassero ad adattarsi a quel nuovo mondo buio e pieno di
fantasmi, la piccola ha dovuto abbandonare il suo villaggio e
trasferirsi in una grande città, Bucaramanga, dove vive in una
struttura apposita. E il suo è un destino che tocca a molti,
perché saltare su una mina non provoca soltanto danni fisici:
è la vita intera a venire violentata. I traumi sono profondi,
l'equilibrio mentale, fortemente compromesso e la struttura
familiare, disgregata.
Vittime e carnefici. I primi
responsabili di questa carneficina sono proprio coloro che si
dichiarano Esercito del popolo, ossia le Farc. Un dato che cozza con
l'ideologia che sembra ispirare una guerriglia che da oltre 40 anni
dice di combattere per una nuova Colombia, da consegnare ai
colombiani. “E' l'arma dei poveri”, si giustificano. “In guerra
ci tocca applicare tutto quello che ci permette di difenderci –
aveva dichiarato a Pr il comandante del blocco Magdalena Medio Pastor
Alape - Quindi usiamo anche le mine. Le costruiamo da soli. Sono
economiche. Ed è anche vero che ogni tanto capita che qualche
civile venga ferito. Ma si tratta sempre di incidenti. Certo non è
molto etico, ma sbagliano le bombe intelligenti del ricco impero
della guerra, può sbagliare un contadino-guerrigliero che deve
difendersi per sopravvivere. E comunque, non si può
generalizzare. Si devono analizzare i singoli contesti prima di
giudicare. Noi raccogliamo sempre i nostri ordigni inesplosi. La
nostra casa è la selva. Se ogni volta che abbiamo teso una
trappola al nemico minando una zona avessimo lasciato le bombe
inesplose, adesso saremmo in gabbia. E poi l'esplosivo costa, non
possiamo permetterci di sprecarlo”. Stesso ritornello nelle
dichiarazioni rilasciate dall'Eln. Una giustificazione che viene
estesa anche agli ordigni ricavati dalle bombole di gas e lanciati su
obiettivi che dovrebbero essere militari, ma che per la poca
precisione dei lanci è capitato andassero a devastare case,
stalle, chiese.
E il governo? La Colombia è
uno stato membro del Trattato di messa al bando delle mine del 1997,
e ha firmato la Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili,
quindi ha una serie di obblighi verso tutte le vittime da mina:
assistenza medica ed economica, pensione di invalidità, e
tutta una serie di benefici specifici. Eppure, per la maggioranza
delle migliaia di colombiani deturpati dagli ordigni tutto questo è
solo un miraggio. Nonostante il paese sudamericano riceva copiosi
finanziamenti internazionali, inclusi fondi dell'Unione Europea
destinati ad aiutare i feriti e a diffondere una cultura di
prevenzione e supporto, quasi tutti i sopravvissuti non ricevono
assistenza. I funzionari governativi locali, i medici e i paramedici,
e gli stessi superstiti da mina continuano a non sapere nulla o quasi
nulla sui loro diritti e sui benefici che spettano loro. Inoltre,
l'accesso a questi aiuti sono resi ancor più difficili dai
termini troppo brevi entro i quali presentare la complessa
documentazione prevista dalla legge. Tutto si perde nei meandri
burocratici. E, anche nei rari casi in cui un ferito riesca a farsi
elargire il denaro che gli spetta, si tratta di cifre che poi
risultano insufficienti a garantirgli una vita degna. Human rights
watch chiude infatti il suo rapporto con un appello al governo
affinché riveda e riformi i suoi programmi di assistenza,
cancellando deficienze gravi che peggiorano una situazione già
fin troppo drammatica.
Stella Spinelli
Parole chiave: mine antiuomo, colombia, vittime, stella spinelli, hrw