29/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La Nazionale di calcio irachena ha vinto la Coppa d'Asia

Quando l'Iraq riuscirà finalmente a trovare la pace, si dirà forse che è stato il calcio a mostrare la via da seguire. Perché ora, con un Paese lacerato da quotidiane violenze settarie, la Nazionale ha regalato agli iracheni un sogno condiviso da sunniti, sciiti o curdi: la vittoria nella Coppa d'Asia, una favola conclusasi domenica pomeriggio con l’1-0 inflitto alla favoritissima Arabia Saudita.

La gioia dei giocatori iracheni dopo la vittoria contro la Corea del SudL'impresa. Già arrivare a giocarsi la Coppa contro i sauditi, finalisti in sei delle ultime sette edizioni, era stata un'impresa per i “Leoni di Mesopotamia”, una squadra che mai era andata oltre i quarti di finale in questa competizione. E che ha iniziato la spedizione trionfale in mezzo a mille difficoltà. Ritiro in Giordania, allenamenti con solo sei giocatori perché le squadre di club li tenevano per sé, mancanza di strutture e di equipaggiamento. Soprattutto, bagagli personali pieni di dolore e rancore, con tanti atleti segnati dai lutti di una guerra costata decine di migliaia di morti. Come il portiere Noor Sabri, eroe della semifinale vinta ai rigori contro la Corea del Sud e imbattuto anche in finale: una settimana fa, suo cognato è stato ucciso. “Non avete idea di cosa abbiamo passato”, ha detto l'allenatore artefice del miracolo iracheno, il brasiliano Jorvan Vieira.

Unione trovata in corsa. Il 54enne Vieira è un giramondo del pallone in terra araba, che ha allenato 26 club e cinque Nazionali, e si è convertito all'Islam quando guidava il Marocco negli anni Ottanta. La federazione calcistica irachena lo ha reclutato solo due mesi prima della Coppa, in una mossa dettata dalla disperazione. Lo spogliatoio era diviso in clan, le diffidenze settarie che stanno dividendo l'Iraq si facevano sentire anche all'interno della squadra. Vieira è arrivato e ha detto ai giocatori: “Non so chi di voi sia sunnita, o sciita, o curdo, e non voglio saperlo”. Dopo una serie di alti e bassi nelle amichevoli di preparazione, la squadra irachena è diventata un modello di solidità una volta iniziata la Coppa, con due soli gol subiti in sei incontri: ha vinto il girone di qualificazione con una vittoria e due pareggi, poi ha battuto il Vietnam nei quarti e la corazzata Corea del Sud in semifinale. I giocatori hanno dedicato la vittoria a tutti gli iracheni, uniti dalle imprese della loro Nazionale. Dopo il trionfo con la Corea, in migliaia si sono riversati nelle strade entusiasti. A riportare la realtà quotidiana in primo piano ci hanno pensato alcune autobomba esplose durante i festeggiamenti, che hanno causato una cinquantina di morti. Per questo, le autorità di Baghdad hanno imposto un divieto di circolazione per le automobili nel giorno della finale.

Oday HusseinSpecchio del Paese. La vittoria nella finale di Jakarta è il coronamento di una storia di sport e di vita che nessuno avrebbe potuto prevedere. In Iraq il calcio è lo sport più praticato e seguito, ma negli ultimi venti anni è stato lo specchio delle disgrazie del Paese. Durante il regime di Saddam Hussein, il figlio Oday gestiva il calcio come un tiranno: ordinava incarcerazioni, torture o uccisioni anche solo per una sconfitta, un rigore sbagliato, o la semplice gelosia per un giocatore troppo popolare. Giocatori fuggiti all'estero hanno raccontato per anni storie di atleti frustati ai piedi, o costretti a calciare palloni di cemento. Poi, dopo l'invasione statunitense, la struttura organizzativa del calcio è stata spazzata via. E l'amministrazione provvisoria non ha capito il potenziale dello sport per unire un Paese allo sfascio: simbolicamente, il prato dello stadio di Baghdad è stato usato come parcheggio per i mezzi corazzati dell'esercito Usa. 

Il difficile rapporto con gli Usa. Solo nell'estate del 2004, con il quarto posto ottenuto dalla Nazionale alle Olimpiadi di Atene, gli Stati Uniti hanno capito l'importanza del calcio per gli iracheni. Il presidente Bush cercò di appropriarsi di quel successo sostenendo che fosse una prova dei benefici portati dall'occupazione. Per gli Usa era periodo di campagna elettorale per le presidenziali, ma gli iracheni non gradirono comunque. Saleh Sader, un centrocampista ancora oggi colonna della squadra, parlò a nome della squadra auspicano che gli Usa se ne andassero. Lezione imparata: finora l'amministrazione Bush non ha commentato i successi iracheni in Coppa d'Asia. Perché è vero che Oday non c'è più. Ma per conquistare la Coppa d’Asia, nonostante mille spine, i Leoni hanno fatto tutto da soli.

Alessandro Ursic

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