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Quando l'Iraq riuscirà finalmente a trovare la pace, si dirà forse che è stato il calcio a mostrare la via da seguire. Perché ora, con un Paese lacerato da quotidiane violenze settarie, la Nazionale ha regalato agli iracheni un sogno condiviso da sunniti, sciiti o curdi: la vittoria nella Coppa d'Asia, una favola conclusasi domenica pomeriggio con l’1-0 inflitto alla favoritissima Arabia Saudita.
L'impresa. Già arrivare a giocarsi la Coppa contro i sauditi, finalisti in sei delle ultime
sette edizioni, era stata un'impresa per i “Leoni di Mesopotamia”, una squadra
che mai era andata oltre i quarti di finale in questa competizione. E che ha iniziato
la spedizione trionfale in mezzo a mille difficoltà. Ritiro in Giordania, allenamenti
con solo sei giocatori perché le squadre di club li tenevano per sé, mancanza
di strutture e di equipaggiamento. Soprattutto, bagagli personali pieni di dolore
e rancore, con tanti atleti segnati dai lutti di una guerra costata decine di
migliaia di morti. Come il portiere Noor Sabri, eroe della semifinale vinta ai
rigori contro la Corea del Sud e imbattuto anche in finale: una settimana fa,
suo cognato è stato ucciso. “Non avete idea di cosa abbiamo passato”, ha detto
l'allenatore artefice del miracolo iracheno, il brasiliano Jorvan Vieira.
Specchio del Paese. La vittoria nella finale di Jakarta è il coronamento di una storia di sport e
di vita che nessuno avrebbe potuto prevedere. In Iraq il calcio è lo sport più
praticato e seguito, ma negli ultimi venti anni è stato lo specchio delle disgrazie
del Paese. Durante il regime di Saddam Hussein, il figlio Oday gestiva il calcio
come un tiranno: ordinava incarcerazioni, torture o uccisioni anche solo per una
sconfitta, un rigore sbagliato, o la semplice gelosia per un giocatore troppo
popolare. Giocatori fuggiti all'estero hanno raccontato per anni storie di atleti
frustati ai piedi, o costretti a calciare palloni di cemento. Poi, dopo l'invasione
statunitense, la struttura organizzativa del calcio è stata spazzata via. E l'amministrazione
provvisoria non ha capito il potenziale dello sport per unire un Paese allo sfascio:
simbolicamente, il prato dello stadio di Baghdad è stato usato come parcheggio
per i mezzi corazzati dell'esercito Usa. Alessandro Ursic