Storia di una minorenne alle prese con i paradossi della giustizia nel Somaliland
L’organizzazione umanitaria African Rights, insieme ad Amnesty International,
sta conducendo una campagna di informazione sul caso di Zamzam Ahmed Dualeh, una
ragazzina di 16 anni accusata di essere una spia e condannata a cinque anni di
prigione dalle autorità del
Somaliland. Durante la detenzione Zamzam ha subito violenze e stupri sistematici e il suo
processo è stato una farsa che ha visto finire in carcere persino i suoi avvocati
difensori.

La girandola delle accuse. Inizialmente Zamzam era accusata di aver tentato di uccidere il presidente Ahmed
Yusuf Yassin, in seguito le imputazioni sono state ridimensionate, e lei è diventata
a sua insaputa parte di una cospirazione di spionaggio. Il suo ruolo sarebbe stato
di raccolta di informazioni sui sistemi di sicurezza alla residenza del vice presidente
del Somaliland. Secondo l’accusa sarebbe stata pagata da un uomo dell’organizzazione
al-Ittihad. Zamzam e Omar Warsame, il suo autista, vennero arrestati il 15 agosto
davanti alla casa del vice presidente, disarmati, mentre lei cercava di contattare
una ragazza che riteneva abitasse presso quella dimora.
Quando si cominciò a parlare di questo arresto, l’organizzazione African Rights,
sospettando che le accuse contro la giovane fossero create ad arte per coprire
gli abusi della polizia, decise di sostenere il caso e le fornì quattro avvocati.
A metà novembre durante una audizione, i quattro stavano protestando con la corte
per il comportamento dell’accusa quando il giudice, spazientito, decise di condannarli
a tre anni di detenzione.
Equo processo. Rakiya Omaar, rappresentante di African Rights racconta l’episodio della condanna
ai legali di Zamzam: “Come in passato, la corte era circondata di soldati e poliziotti
che avevano un atteggiamento intimidatorio nei confronti del pubblico. Il capo
dell’accusa, mentre stava interrogando un testimone e dunque dava le spalle alla
platea dell’aula, accusò qualcuno di parlare a voce alta e, indicando Mahamed
Kaar, segretario di una organizzazione in difesa dei diritti umani, chiese al
giudice di processare pure lui. I quattro legali della difesa a quel punto hanno
protestato con l’accusa e, di fronte al disinteresse del giudice, hanno espresso
la propria sfiducia suggerendogli di abbandonare il caso. A quel punto il giudice
ha emesso una condanna di tre anni e i quattro sono stati portati a forza alla
prigione centrale di Hargeisa da dove sono stati rilasciati su cauzione solo domenica
scorsa.”

Questa settimana il processo è giunto a conclusione e Zamzam, in assenza dei
suoi legali, è stata condannata a cinque anni di detenzione. Da parte dell’accusa
non sono state presentate prove che collegassero la ragazza ad alcuna spia straniera
e la corte di Hargeisa ha deciso di condannarla per aver mentito alla polizia
sulla propria identità. Le accuse di stupro e torture sollevate dai difensori
di Zamzam invece non hanno mai trovato ascolto e alla difesa non è stato consentito
di chiamare testimoni a deporre in suo favore. Al posto loro, la corte ha prodotto
testimonianze di medici governativi, mai visti dalla ragazza, che hanno testimoniato
che non fosse mai stata né stuprata né torturata. African Rights si è detta sconvolta
e rattristata, sia per le palesi ingiustizie nella conduzione del processo, sia
per la durezza della condanna.
Lo stato dei diritti nel paese. La storia di Zamzam ha avuto un’ampia eco e ha sollevato un certo clamore

in Somaliland. In particolare, da parte dei sostenitori dei diritti umani e
di alcuni esponenti dell’opposizione, questo processo viene visto come un esempio
del deterioramento degli standard di legalità nel paese. Il quotidiano indipendente
Hargeisa Daily ha inoltre evidenziato come la polizia e il potere giudiziario
siano compromessi col potere politico. La vicenda ha trovato spazio anche sulle
pubblicazioni pro governative, che hanno presentato Zamzam come una spia del Puntland,
una regione ad est che le autorità del Somaliland considerano ostile. African
Rights non è la sola organizzazione pro diritti umani operante in Somaliland,
il caso di Zamzam, Omar e dei loro quattro legali è stato seguito da tutta una
rete di organizzazioni che si riconoscono nella sigla di Coalition for Justice
and Peace in Somaliland. La coalizione raccoglie tutti gli individui e le organizzazioni
che condividono l’obbiettivo di promuovere i diritti, la giustizia, la cultura
del dialogo e le istituzioni democratiche del Somaliland. Oltre ad aver pagato
i quattro avvocati difensori per Zamzam e Omar, hanno anche fatto pressione perché
i detenuti potessero almeno ricevere cure mediche e li hanno sostenuti assistendo
a tutte le udienze.
Sebbene la vicenda di Zamzam sia un caso di gravi violazioni dei diritti della
persona, la notizia dell'arresto e della condanna degli avvocati ha suscitato
curiosità ancora maggiore per via dell’insolito comportamento tenuto dal giudice
e dalla pubblica accusa. Secondo il Somaliland Forum, il giudice avrebbe motivato
la condanna a tre anni di carcere per i quattro legali basandosi sul codice penale
italiano, del 1930.
Oggi i quattro sono stati scarcerati ma non assolti, Zamzam e il suo autista
Omar sono stati condannati e ben difficilmente potranno ricevere giustizia. In
questa paradossale vicenda però, quello che pare aver funzionato a dovere è stato
il tessuto sociale che ha accolto la storia con attiva partecipazione. Un simile
dibattito è stato possibile per il fatto che nel Somaliland ci sono alcune pubblicazioni
indipendenti e organizzazioni non governative che, pure tra mille ostacoli, riescono
ancora a lavorare all’interno del paese, per lo sviluppo della loro società verso
una democrazia non di facciata, basata sui diritti.