23/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Storia di una minorenne alle prese con i paradossi della giustizia nel Somaliland
L’organizzazione umanitaria African Rights, insieme ad Amnesty International, sta conducendo una campagna di informazione sul caso di Zamzam Ahmed Dualeh, una ragazzina di 16 anni accusata di essere una spia e condannata a cinque anni di prigione dalle autorità del Somaliland. Durante la detenzione Zamzam ha subito violenze e stupri sistematici e il suo processo è stato una farsa che ha visto finire in carcere persino i suoi avvocati difensori.
 
Manifestazione per i diritti dell'uomo
La girandola delle accuse. Inizialmente Zamzam era accusata di aver tentato di uccidere il presidente Ahmed Yusuf Yassin, in seguito le imputazioni sono state ridimensionate, e lei è diventata a sua insaputa parte di una cospirazione di spionaggio. Il suo ruolo sarebbe stato di raccolta di informazioni sui sistemi di sicurezza alla residenza del vice presidente del Somaliland. Secondo l’accusa sarebbe stata pagata da un uomo dell’organizzazione al-Ittihad. Zamzam e Omar Warsame, il suo autista, vennero arrestati il 15 agosto davanti alla casa del vice presidente, disarmati, mentre lei cercava di contattare una ragazza che riteneva abitasse presso quella dimora.
Quando si cominciò a parlare di questo arresto, l’organizzazione African Rights, sospettando che le accuse contro la giovane fossero create ad arte per coprire gli abusi della polizia, decise di sostenere il caso e le fornì quattro avvocati. A metà novembre durante una audizione, i quattro stavano protestando con la corte per il comportamento dell’accusa quando il giudice, spazientito, decise di condannarli a tre anni di detenzione.
 
Equo processo. Rakiya Omaar, rappresentante di African Rights racconta l’episodio della condanna ai legali di Zamzam: “Come in passato, la corte era circondata di soldati e poliziotti che avevano un atteggiamento intimidatorio nei confronti del pubblico. Il capo dell’accusa, mentre stava interrogando un testimone e dunque dava le spalle alla platea dell’aula, accusò qualcuno di parlare a voce alta e, indicando Mahamed Kaar, segretario di una organizzazione in difesa dei diritti umani, chiese al giudice di processare pure lui. I quattro legali della difesa a quel punto hanno protestato con l’accusa e, di fronte al disinteresse del giudice, hanno espresso la propria sfiducia suggerendogli di abbandonare il caso. A quel punto il giudice ha emesso una condanna di tre anni e i quattro sono stati portati a forza alla prigione centrale di Hargeisa da dove sono stati rilasciati su cauzione solo domenica scorsa.”
 
Ministro della giustizia del SomalilandQuesta settimana il processo è giunto a conclusione e Zamzam, in assenza dei suoi legali, è stata condannata a cinque anni di detenzione. Da parte dell’accusa non sono state presentate prove che collegassero la ragazza ad alcuna spia straniera e la corte di Hargeisa ha deciso di condannarla per aver mentito alla polizia sulla propria identità. Le accuse di stupro e torture sollevate dai difensori di Zamzam invece non hanno mai trovato ascolto e alla difesa non è stato consentito di chiamare testimoni a deporre in suo favore. Al posto loro, la corte ha prodotto testimonianze di medici governativi, mai visti dalla ragazza, che hanno testimoniato che non fosse mai stata né stuprata né torturata. African Rights si è detta sconvolta e rattristata, sia per le palesi ingiustizie nella conduzione del processo, sia per la durezza della condanna.
 
 
Lo stato dei diritti nel paese. La storia di Zamzam ha avuto un’ampia eco e ha sollevato un certo clamore Somaliland in Somaliland. In particolare, da parte dei sostenitori dei diritti umani e di alcuni esponenti dell’opposizione, questo processo viene visto come un esempio del deterioramento degli standard di legalità nel paese. Il quotidiano indipendente Hargeisa Daily ha inoltre evidenziato come la polizia e il potere giudiziario siano compromessi col potere politico. La vicenda ha trovato spazio anche sulle pubblicazioni pro governative, che hanno presentato Zamzam come una spia del Puntland, una regione ad est che le autorità del Somaliland considerano ostile. African Rights non è la sola organizzazione pro diritti umani operante in Somaliland, il caso di Zamzam, Omar e dei loro quattro legali è stato seguito da tutta una rete di organizzazioni che si riconoscono nella sigla di Coalition for Justice and Peace in Somaliland. La coalizione raccoglie tutti gli individui e le organizzazioni che condividono l’obbiettivo di promuovere i diritti, la giustizia, la cultura del dialogo e le istituzioni democratiche del Somaliland. Oltre ad aver pagato i quattro avvocati difensori per Zamzam e Omar, hanno anche fatto pressione perché i detenuti potessero almeno ricevere cure mediche e li hanno sostenuti assistendo a tutte le udienze.
Sebbene la vicenda di Zamzam sia un caso di gravi violazioni dei diritti della persona, la notizia dell'arresto e della condanna degli avvocati ha suscitato curiosità ancora maggiore per via dell’insolito comportamento tenuto dal giudice e dalla pubblica accusa. Secondo il Somaliland Forum, il giudice avrebbe motivato la condanna a tre anni di carcere per i quattro legali basandosi sul codice penale italiano, del 1930.
 
Oggi i quattro sono stati scarcerati ma non assolti, Zamzam e il suo autista Omar sono stati condannati e ben difficilmente potranno ricevere giustizia. In questa paradossale vicenda però, quello che pare aver funzionato a dovere è stato il tessuto sociale che ha accolto la storia con attiva partecipazione. Un simile dibattito è stato possibile per il fatto che nel Somaliland ci sono alcune pubblicazioni indipendenti e organizzazioni non governative che, pure tra mille ostacoli, riescono ancora a lavorare all’interno del paese, per lo sviluppo della loro società verso una democrazia non di facciata, basata sui diritti. 
 
 

Naoki Tomasini

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