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Epurazione.
Le dimissioni dell'uomo forte di Fatah erano nell'aria da giorni.
Il 25 luglio il consigliere per la Sicurezza Nazionale Jibril Rajub e
il segretario di Fatah a Gaza, Ahmal Halas, avevano accusato
apertamente Dahlan per la sconfitta patita nella Striscia e ne
avevano chiesto l'arresto. Dahlan durante gli scontri era assente dalla
Striscia per motivi di salute, anche se molti pensano si trattasse di
un banale pretesto. Problemi di salute sono anche la motivazione che
l'ex capo della sicurezza di Fatah ha dato per le sue dimissioni, ma
fonti dell'Autorità Palestinese riferiscono che la richiesta
sia venuta dallo stesso presidente. Assieme a lui hanno lasciato il
posto anche il capo dell'intelligence di Fatah in Cisgiordania,
Tawfiq Tirawi, il comandante della sicurezza preventiva Abu Shabak e
una dozzina di altri ufficiali. Dopo la presa di Gaza da parte di
Hamas, Dahlan aveva sostenuto che i suoi uomini erano logorati da
anni di scontri con l'esercito israeliano, ma nelle 200 pagine del
rapporto, di cui sono stati resi pubblici solo alcuni estratti, il
quadro che viene dipinto è molto diverso. La commissione
guidata da Tayeb Abdel Rahim, segretario generale della presidenza
Anp, sostiene che la sicurezza di Fatah operava come “un sistema
feudale bastato sul nepotismo, controllato da un certo numero di
feudatari”. Gli uomini della sicurezza erano mal coordinati e non
hanno mantenuto le posizioni loro assegnate -tra cui il quartier
generale di Abu Mazen a Gaza- sia per la scarsa motivazione che per
l'infiltrazione di elementi di Hamas. Dopo aver preso visione del
documento, Abu Mazen ha promesso che applicherà i consigli
“alla lettera” e che “verrà creato un moderno sistema di
sicurezza del tutto diverso dal precedente”. Sono almeno una
sessantina gli ufficiali di Fatah che finiranno davanti alla corte
marziale per le negligenze che costarono la vita a più di
cento persone.
Dahlan.
Mohamed Dahlan è uno dei personaggi più controversi
della politica palestinese. Al comando di una forza di 20 mila
uomini, è stato a più riprese accusato di violazioni
dei diritti umani e abusi. Si ritiene inoltre che sia uno degli
uomini più ricchi della Striscia, con una fortuna accumulata
sfruttando il commercio di olio e cemento che gestiva per conto
dell'Autorità Palestinese. La sua lunga mano ha impedito
diverse volte il raggiungimento di accordi sulla nomina del ministro
dell'Interno -che avrebbe insidiato il suo potere sulle forze di
sicurezza- e si fece sentire anche lo scorso maggio, quando il
ministro dell'Interno indipendente del governo di unità
nazionale, Hani al Qawasmi, si dimise lamentandosi di non avere
“alcuna autorità”. Hamas ha commentato positivamente le
sue dimissioni sostenendo che “é iniziata la purificazione
dei quadri di Fatah”, ma ha anche sottolineato che gli ufficiali di
Fatah sembrano ansiosi di coprire le responsabilità del
presidente che, secondo Abu Zuhri “dovrebbe ammettere le sue colpe
di fronte al popolo palestinese in quanto comandante in capo dei
servizi di sicurezza”. “Abu Mazen dovrebbe essere grato a Hamas
per quello che è accaduto nella Striscia -ha dichiarato il
noto psichiatra di Gaza, Ijjad Sarraj- è stata un'azione di
pulizia, un lavoro che lui non sarebbe mai stato in grado di portare a
termine”. Il medico non esita a puntare il dito contro Fatah, che
“per anni ha gestito il potere con arroganza, nella convinzione di
averla sempre vinta. Hanno boicottato il governo di unità
nazionale, mentre i loro servizi di sicurezza erano corrotti e
agivano come bande. Tutto era in mano alle famiglie e ai clan. Hamas
aveva il diritto di agire”. Diversa è invece l'opinione del
ministro dell'Informazione dell'ex governo di unità nazionale,
Mustafa Barghouti, secondo cui la presa di Gaza non è stata
un'operazione di pulizia: “Hamas ha violato la legge e ha ripetuto
gli errori già commessi da Fatah”. Naoki Tomasini
Parole chiave: Mohamed Dahlan, Ijjad Sarraj, Mustafa Barghouti, Abu Mazen