27/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Sfruttamento e abusi nei cantieri della nuova sede diplomatica Usa a Baghdad

La Green ZoneAssoldati con l'inganno. Costretti a lavorare anche per 12 ore di fila, sette giorni a settimana. Sottoposti ad abusi verbali e fisici. Sono queste - secondo la denuncia di due contractors statunitensi - le condizioni dei lavoratori che, per conto di una società kuwaitiana, stanno lavorando alla costruzione della principesca ambasciata statunitense a Baghdad. In un'audizione di fronte alla Commissione di garanzia della Camera dei Rappresentanti statunitense, John Owen, capocantiere, e Rory J. Mayberry, tecnico sanitario, hanno raccontato il deplorevole stato in cui versano i lavoratori stranieri assunti dalla First Kuwaiti General Trading & Contracting Co., la società kuwaitiana che ha vinto gli appalti per la costruzione della più grande sede diplomatica americana del mondo. Costo stimato: 600 milioni di dollari.

Le prime strutture fortificate"Vi portiamo a Dubai". E' il quotidiano Usa Washington Post a riportare i racconti dei due contractors. I dettagli dipingono un quadro in cui la manodopera, proveniente da India, Pakistan, Sri Lanka, Nepal, Filippine e Sierra Leone, è impiegata in un ambiente di lavoro che, oltre a caratterizzarsi per condizioni di sicurezza e di tutela ben al di sotto dello standard, registra gravi e palesi violazioni dei diritti dei lavoratori. E non solo. I due contractors accusano la ditta che lavora per conto del Dipartimento di Stato Usa di aver tradotto gli operai in Iraq con l'inganno, confiscando loro i passaporti una volta giunti a destinazione. Mayberry, che ha lavorato sotto contratto a termine all'ambasciata, ha testimoniato alla Commissione di essere stato incaricato di scortare 51 filippini nel volo dall'aeroporto di Kuwait City. "Invece di Baghdad, la destinazione dei nostri biglietti era Dubai - ha detto il tecnico -. Un dirigente della First Kuwaiti mi ha raccomandato di non dire ai filippini che avrebbero lavorato a Baghdad. Gli uomini erano di fatto 'sequestrati' dalla società per lavorare all'ambasciata". I loro passaporti sarebbero stati ritirati, e i lavoratori sarebbero stati condotti in autobus nella Green Zone della città, dove si trova l'enorme cantiere, clandestinamente.

Grande quanto il VaticanoAccuse "infondate". La testimonianza di Owens entra nei particolari delle condizioni sul luogo di lavoro. "Condizioni deplorevoli - spiega il capocantiere, citato dal Washington Post -. Il loro equipaggiamento era insufficiente. Vivevano stipati in roulottes. Lavoravano 12 ore, per sette giorni a settimana, per 240 dollari al mese. Erano sottoposti ad abusi verbali e fisici. Il loro stipendio era decurtato ogni qualvolta venivano commesse trascurabili infrazioni". L'ispettore generale del Dipartimento di Stato, Howard J. Krongard, ha rigettato con forza le accuse mosse dai due contractors, testimoniando alla Commissione che durante 'limitate ispezioni' non sono emersi gli abusi denunciati. "Non abbiamo notato nulla - ha detto Krongard - che possa circostanziare le accuse di traffico di esseri umani o di altri abusi verificatisi nei cantieri della nuova ambasciata". La nuova struttura avrà 600 appartamenti. Vi lavoreranno mille impiegati statunitensi. Avrà un'estensione pari a quella del Vaticano.

Luca Galassi

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