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Assoldati con l'inganno. Costretti a lavorare anche per 12 ore di fila, sette giorni a settimana. Sottoposti
ad abusi verbali e fisici. Sono queste - secondo la denuncia di due contractors
statunitensi - le condizioni dei lavoratori che, per conto di una società kuwaitiana,
stanno lavorando alla costruzione della principesca ambasciata statunitense a
Baghdad. In un'audizione di fronte alla Commissione di garanzia della Camera dei
Rappresentanti statunitense, John Owen, capocantiere, e Rory J. Mayberry, tecnico
sanitario, hanno raccontato il deplorevole stato in cui versano i lavoratori stranieri
assunti dalla First Kuwaiti General Trading & Contracting Co., la società
kuwaitiana che ha vinto gli appalti per la costruzione della più grande sede diplomatica
americana del mondo. Costo stimato: 600 milioni di dollari.
"Vi portiamo a Dubai". E' il quotidiano Usa Washington Post a riportare i racconti dei due contractors.
I dettagli dipingono un quadro in cui la manodopera, proveniente da India, Pakistan,
Sri Lanka, Nepal, Filippine e Sierra Leone, è impiegata in un ambiente di lavoro
che, oltre a caratterizzarsi per condizioni di sicurezza e di tutela ben al di
sotto dello standard, registra gravi e palesi violazioni dei diritti dei lavoratori.
E non solo. I due contractors accusano la ditta che lavora per conto del Dipartimento
di Stato Usa di aver tradotto gli operai in Iraq con l'inganno, confiscando loro
i passaporti una volta giunti a destinazione. Mayberry, che ha lavorato sotto
contratto a termine all'ambasciata, ha testimoniato alla Commissione di essere
stato incaricato di scortare 51 filippini nel volo dall'aeroporto di Kuwait City.
"Invece di Baghdad, la destinazione dei nostri biglietti era Dubai - ha detto
il tecnico -. Un dirigente della First Kuwaiti mi ha raccomandato di non dire
ai filippini che avrebbero lavorato a Baghdad. Gli uomini erano di fatto 'sequestrati'
dalla società per lavorare all'ambasciata". I loro passaporti sarebbero stati
ritirati, e i lavoratori sarebbero stati condotti in autobus nella Green Zone
della città, dove si trova l'enorme cantiere, clandestinamente.
Accuse "infondate". La testimonianza di Owens entra nei particolari delle condizioni sul luogo di
lavoro. "Condizioni deplorevoli - spiega il capocantiere, citato dal Washington
Post -. Il loro equipaggiamento era insufficiente. Vivevano stipati in roulottes.
Lavoravano 12 ore, per sette giorni a settimana, per 240 dollari al mese. Erano
sottoposti ad abusi verbali e fisici. Il loro stipendio era decurtato ogni qualvolta
venivano commesse trascurabili infrazioni". L'ispettore generale del Dipartimento
di Stato, Howard J. Krongard, ha rigettato con forza le accuse mosse dai due contractors,
testimoniando alla Commissione che durante 'limitate ispezioni' non sono emersi
gli abusi denunciati. "Non abbiamo notato nulla - ha detto Krongard - che possa
circostanziare le accuse di traffico di esseri umani o di altri abusi verificatisi
nei cantieri della nuova ambasciata". La nuova struttura avrà 600 appartamenti.
Vi lavoreranno mille impiegati statunitensi. Avrà un'estensione pari a quella
del Vaticano.
Luca Galassi