È la prima volta che le vittime del conflitto colombiano si riuniscono in un
incontro nazionale. Nella capitale si sono trovati circa 3000 delegati di quasi
100 organizzazioni sociali e reti tra cui il Movimiento Nacional Víctimas de Crímenes
de Estado, le tre principali reti sindacali, la Onic (Organizzazione nazionale
degli indigeni colombaini), a Corporación Viva la Ciudadanía e a Terre des Hommes
Italia.
Tre giorni di dibattiti, scambi e racconti delle atrocità e delle nefandezze
di questo interminabile conflitto. Parole taglienti e dolorose da ascoltare, racconti
di violenze disumane difficili da immaginare, comprendere o giustificare.
Da ogni dove. Le vittime della Union Patriotica, San José De Apartadó, Curvaradó, San Onofre,
Alto de Cazucá e molti altri hanno raccontato di motoseghe che smembrano la carne,
macete che amputano ossa, persone mai più ritrovate, interi villaggi sterminati,
fiumi rosso sangue.
Ma lo scopo finale di questa riunione è quello di determinare quale tipo di meccanismi
siano necessari per prevenire e cancellare definitivamente la eliminazione fisica
di interi gruppi, comunità e organizzazioni.
A livello pratico ci si propone, tra le altre cose, di includere i crimini di
lesa umanità nel codice penale, di proibire per sempre qualunque tipo di paramilitarismo
e la creazione di politiche pubbliche di memoria e riparazione. Le conclusioni dell’incontro saranno presentate in un'udienza pubblica a rappresentanti
della Corte Costituzione, la Fiscalia, la defensoria del pueblo e la Procuradoria.
Le vittime e le loro famiglie hanno attraversato tutto il paese per riunirsi
e raccontarsi a Bogotà. Sono anche state ricevute nel parlamento. Quello stesso
parlamento che, due anni fa, era stracolmo, per ascoltare i carnefici paramilitari
Salvatore Mancuso, Ernesto Báez e Ramón Isaza, ricevuti in pompa magna in una
vergognosa giornata per la Repubblica Colombiana. Quello stesso parlamento questa volta semi deserto, dove le parole delle vittime
rimbombavano nel vuoto: “E' triste vedere che qui, dove si votano le leggi di impunità, nessuno ci ascolta”
ha dichiarato Luz Marina Hache, moglie di uno dei tanti desaparecidos.
Sulla chiva. All’incontro si sono uniti anche circa 2000 indigeni Nasa dopo un lungo tragitto
che ha portato le loro 18
chivas (bus tipici delle aree rurali colombiane) da
Cali fino a Bogotà. Il viaggio è durato 4 giorni durante i quali hanno incontrato
numerosi movimenti sociali delle città che li hanno ospitati. L’intento era quello
di creare una agenda comune minima su temi come: l’accordo umanitario tra stato
e guerriglieri per la liberazione dei sequestrati, la riforma agraria, la necessità
di una consulta popolare prima di approvare i trattai di libero commercio (Tlc)
e la risoluzione pacifica del conflitto armato.
Primi passi, secondo la comunità indigena, per tessere una Jigra (ossia la tipica borsa tessuta a mano dalle donne indigene) comune
“por el pais que quieremos”.
L’arrivo degli Indigeni Nasa è stato accolto da una Bogotà festosa e da persone
scese in strada per abbracciare “nuestras indigenas”.
Un campo in centro città. Vittime e comunità indigene confluiranno oggi nella Plaza Bolivar nel centro
della città dove si terrà una celebrazione nominata “Siembra y canto en la plaza”,
in appoggio ai Desplazados che solo nel 2007 sono già più di 15.000 e patrocinata
dalla agenzia per i rifugiati dell’Onu.
La storica piazza è stata quasi interamente coperta di terra e verranno piantati
alberi e fiori, in un atto simbolico, dai tanti desplazados.
Altre zone sono invece state lasciate sole e desolate, come la terra che i tanti
contadini hanno dovuto abbandonare per scappare dalla violenza del conflitto.
Il programma della giornata prevede anche una decina di concerti, tra cui Toto
la Momposina, icona della musica tradizionale Colombiana e i Choc Quib town.