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Vive nell'Alto Cañabraval, villaggio di quattro anime, fra
capanne di legno e ruscelli, arrampicato nel nulla della cordigliera centrale
del Sur Bolivar. A quattro ore di strada sterrata e impervia, giù verso San
Pablo, i militari pattugliano e controllano ogni loro movimento. A quattro ore
di strada a dorso di mulo su per la cordigliera fra dirupi e pendii mozzafiato,
i guerriglieri delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia pretendono da
loro la “tassa rivoluzionaria”. “Siamo guerriglieri-contadini, lottiamo per
dare il paese al popolo, abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti”, si giustificherà
poi un alto comandante Farc.
“Questa volta scelsi un profilo più basso e passavo le
giornate nei campi con la mia mula – prosegue - Ma la gente improvvisò, col
tempo, una sorta di pellegrinaggio a casa mia. Mi pregarono di tornare fra
loro, di non arrendermi. E mi feci convincere. Accettai un lavoro simile al
primo, ma per l'amministrazione comunale. Fu così che in poco tempo
organizzammo una grande marcia di protesta contro l'arrivo di una
multinazionale intenzionata a comprare un'area molto preziosa per l'intera
comunità. Ricca di acqua e molto fertile, con vegetazione rigogliosa e il
sospetto che il sottosuolo nascondesse tesori minerari. Fu la firma della mia
condanna. Questa volta divenni obiettivo militare. Per mano di alcuni paras della zona vennero di nuovo a
minacciarmi”.
Poi ha sentito il bisogno di contatto umano. Di gente che lo
capisse. E si è spostato nell'Alto San Juan, Sur de Bolivar. Giorni di cammino
verso est. “Dopo mesi, divenni delegato della Junta Comunal. La mia attitudine
al contatto umano, alla comunicazione, era più forte della paura. Poi la mia
attività mi portò a incontrare l'Acvc di Barrancabermeja e finalmente mi sentii
di nuovo come a casa”. L'Acvc è
un'associazione che conta 25 mila campesinos della Valle del Rio Cimitarra, Magdalena Medio. Nata
dodici anni fa, si impegna a formare le società agricole, a lottare per la
difesa dei loro diritti, a difendere il lavoro nei campi e a risolvere i gravi
problemi sociali di questa gente. Sono tutti desplazados, vittime dello
Stato che sta depauperando la regione, fra le più produttive della Colombia,
svendendola alle grandi compagnie internazionali. Sono spinti con la violenza
a
lasciare tutto, a cambiare vita, una, due, otto volte. “E' un gioco infinito –
conclude Jairo, tono triste – In questa regione la terra migliore, pari a un
centinaio di milioni di ettari, è in mano al 3 percento della popolazione. E
questo a suon di sfollamenti forzati di intere famiglie. Non resta che unirci
in gruppi di resistenza pacifica, di studio, di lavoro comunitario, di
agricoltura familiare, nel tentativo di arrivare a un'autonomia
nell'alimentazione. Il nostro obiettivo è difendere i nostri diritti e
proteggere l'ambiente. Due principi che vanno a braccetto, sono inscindibili.
Noi viviamo per questo. È l'unica speranza a cui aggrapparsi”.Stella Spinelli