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Tre
a uno. Poco
prima di essere rapita, nel gennaio 2005, la
giornalista italiana Giuliana Sgrena raccontava che quando visitava
un quartiere di Baghdad doveva stare attenta a non trattenersi oltre
10 minuti, per evitare che qualcuno, vedendola, organizzasse al volo
un rapimento o un attentato. Negli ultimi due anni, il livello della
sicurezza per i cronisti internazionali in Iraq è crollato,
rendendo quasi impossibile il mestiere di raccontare la guerra e i
suoi effetti. Per i corrispondenti stranieri, facilmente
riconoscibili tra la popolazione irachena, muoversi per le strade di
Baghdad fuori dalla blindatissima Zona Verde è ormai una
missione suicida. Così, quasi tutte le principali testate
internazionali hanno iniziato ad avvalersi della collaborazone di
cronisti locali, in gergo stringer. Senza il loro lavoro oscuro non
si avrebbero notizie di prima mano su quel che accade nel paese. Da
quando la guerra è diventata anche un massacro settario, però,
anche i giornalisti locali si sono trovati ad affrontare un pericolo
cresente, sia di finire coinvolti in attentati esplosivi, sia di
essere rapiti con l'accusa di collaborare con l'occidente. Secondo il
Comitato Internazionale per la Protezione dei Giornalisti, le vittime
tra i giornalisti iracheni che collaborano con testate internazionali
sono il triplo di quelle tra i reporter stranieri con cui questi
collaborano.
Stringers.
Un collaboratore della Reuters ha raccontato al magazine statunitense
Mother Jones, che ogni mattina, prima di uscire dalla sua casa nella
parte ovest di Baghdad, sale sul tetto e controlla che in strada non
ci siano auto sospette. Poi si mette alla guida e controlla
ossessivamente lo specchio retrovisore, mentre la moglie lo chiama di
continuo per rassicurarsi. “Mia moglie mi ha supplicato di lasciare
il lavoro e di lasciare l'Iraq -ha raccontato-, ma o le ho detto che
ogni giorno decine di iracheni vengono uccisi senza motivo e, senza
giornalisti, verranno dimenticati”. Le precauzioni però non
bastano mai, perchè gli stringer nello scenario iracheno -non
si sa di preciso quanti siano- non possono fare a meno di muoversi
per i quartieri delle città in caccia di storie, interviste o
immagini. Mentre i corrispondenti stranieri rimangono chiusi nella Zona
Verde, i collaboratori iracheni rischiano al vita ad ogni
angolo. Il fatto poi che i giornali internazionali debbano avvalersi
di molti giornalisti locali fa sì che i budet delle
corrispondenze salgano a dismisura: si parla di minimo un milione di
euro l'anno. Gli staff di quotidiani come Washington Post o New York
Times
sono stati ridotti ai minimi termini, mentre altri hanno fatto le
valige e lasciato il paese. Greg Veis, autore dell'inchiesta di
Mother Jones sugli stringer iracheni, rivela che nove tra i maggiori
quotidiani statunitensi hanno rifiutato di farlo parlare coi loro
collaboratori locali. Uno di loro, un iracheno ex collaboratore di un
quotidiano Usa, gli ha confessato che i superiori gli avrebbero
impedito di rilasciare interviste: “Si nascondono dietro il
coraggio del personale iracheno che esce e raccoglie le informazioni,
mentre loro (i corrispondenti stranieri) si nascondono dietro i muri
del loro compound e si prendono i meriti”.
Sospetti.
Veis scrive che gli stringer iracheni oltre alla minaccia delle
milizie, devono anche affrontare la diffidenza e a volte l'ostilità
dei militari internazionali. Barry Johnson, che dirige il Combined
Press Information Center dell'esercito Usa a Baghdad, dice di non
avere fiducia nel lavoro degli stringer: “Non è possibile per questi personaggi
operare in questo ambiente senza il
tacito accordo degli insorti e dei gruppi terroristi. Coprono la
violenza perché è quello che vuole il nemico”.
Secondo Reporter Sans Frontieres, Rsf, dall'inizio della guerra nel
marzo 2003, gli operatori dei media uccisi in Iraq sono stati 197.
Altri due sono scomparsi e 13 sono stati rapiti. A giugno di
quest'anno Rsf ha chiesto alle autorità irachene di creare
un'unità militare con il compito di proteggere i giornalisti,
ma l'appello è caduto nel vuoto e, anche negli ultimi mesi, gli omicidi sono continuati.
Nel 2007 gli operatori dei media uccisi
sono già 39, e gran parte di loro erano poco più che
ragazzi. Come Khaled W. Hassan, 23 anni, stringer per il New York
Times, ucciso il 13 luglio, Namir Noor Eldeene, 22 anni, fotografo
della Reuters ucciso il 12 luglio. Saif Laith Yousuf, 26 anni,
tecnico del suono per la Abc, ucciso il 17 maggio. I media
internazionali rivelano solo i nomi di coloro che collaboravano con
testate occidentali. Per gli altri invece non c'è memoria né
gratitudine. Naoki Tomasini