26/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli stringer, la prima fonte di notizie sulla guerra, rischiano la vita all'ombra dei corrispiondenti stranieri
Stringer iracheno mostra un biglietto con scritto: "morte ai collaboratori dell'America"Tre a uno. Poco prima di essere rapita, nel gennaio 2005, la giornalista italiana Giuliana Sgrena raccontava che quando visitava un quartiere di Baghdad doveva stare attenta a non trattenersi oltre 10 minuti, per evitare che qualcuno, vedendola, organizzasse al volo un rapimento o un attentato. Negli ultimi due anni, il livello della sicurezza per i cronisti internazionali in Iraq è crollato, rendendo quasi impossibile il mestiere di raccontare la guerra e i suoi effetti. Per i corrispondenti stranieri, facilmente riconoscibili tra la popolazione irachena, muoversi per le strade di Baghdad fuori dalla blindatissima Zona Verde è ormai una missione suicida. Così, quasi tutte le principali testate internazionali hanno iniziato ad avvalersi della collaborazone di cronisti locali, in gergo stringer. Senza il loro lavoro oscuro non si avrebbero notizie di prima mano su quel che accade nel paese. Da quando la guerra è diventata anche un massacro settario, però, anche i giornalisti locali si sono trovati ad affrontare un pericolo cresente, sia di finire coinvolti in attentati esplosivi, sia di essere rapiti con l'accusa di collaborare con l'occidente. Secondo il Comitato Internazionale per la Protezione dei Giornalisti, le vittime tra i giornalisti iracheni che collaborano con testate internazionali sono il triplo di quelle tra i reporter stranieri con cui questi collaborano.

Immagine televisiva dell'inizio della guerraStringers. Un collaboratore della Reuters ha raccontato al magazine statunitense Mother Jones, che ogni mattina, prima di uscire dalla sua casa nella parte ovest di Baghdad, sale sul tetto e controlla che in strada non ci siano auto sospette. Poi si mette alla guida e controlla ossessivamente lo specchio retrovisore, mentre la moglie lo chiama di continuo per rassicurarsi. “Mia moglie mi ha supplicato di lasciare il lavoro e di lasciare l'Iraq -ha raccontato-, ma o le ho detto che ogni giorno decine di iracheni vengono uccisi senza motivo e, senza giornalisti, verranno dimenticati”. Le precauzioni però non bastano mai, perchè gli stringer nello scenario iracheno -non si sa di preciso quanti siano- non possono fare a meno di muoversi per i quartieri delle città in caccia di storie, interviste o immagini. Mentre i corrispondenti stranieri rimangono chiusi nella Zona Verde, i collaboratori iracheni rischiano al vita ad ogni angolo. Il fatto poi che i giornali internazionali debbano avvalersi di molti giornalisti locali fa sì che i budet delle corrispondenze salgano a dismisura: si parla di minimo un milione di euro l'anno. Gli staff di quotidiani come Washington Post o New York Times sono stati ridotti ai minimi termini, mentre altri hanno fatto le valige e lasciato il paese. Greg Veis, autore dell'inchiesta di Mother Jones sugli stringer iracheni, rivela che nove tra i maggiori quotidiani statunitensi hanno rifiutato di farlo parlare coi loro collaboratori locali. Uno di loro, un iracheno ex collaboratore di un quotidiano Usa, gli ha confessato che i superiori gli avrebbero impedito di rilasciare interviste: “Si nascondono dietro il coraggio del personale iracheno che esce e raccoglie le informazioni, mentre loro (i corrispondenti stranieri) si nascondono dietro i muri del loro compound e si prendono i meriti”.

 Sospetti. Veis scrive che gli stringer iracheni oltre alla minaccia delle milizie, devono anche affrontare la diffidenza e a volte l'ostilità dei militari internazionali. Barry Johnson, che dirige il Combined Press Information Center dell'esercito Usa a Baghdad, dice di non avere fiducia nel lavoro degli stringer: “Non è possibile per questi personaggi operare in questo ambiente senza il tacito accordo degli insorti e dei gruppi terroristi. Coprono la violenza perché è quello che vuole il nemico”. Secondo Reporter Sans Frontieres, Rsf, dall'inizio della guerra nel marzo 2003, gli operatori dei media uccisi in Iraq sono stati 197. Altri due sono scomparsi e 13 sono stati rapiti. A giugno di quest'anno Rsf ha chiesto alle autorità irachene di creare un'unità militare con il compito di proteggere i giornalisti, ma l'appello è caduto nel vuoto e, anche negli ultimi mesi, gli omicidi sono continuati. Nel 2007 gli operatori dei media uccisi sono già 39, e gran parte di loro erano poco più che ragazzi. Come Khaled W. Hassan, 23 anni, stringer per il New York Times, ucciso il 13 luglio, Namir Noor Eldeene, 22 anni, fotografo della Reuters ucciso il 12 luglio. Saif Laith Yousuf, 26 anni, tecnico del suono per la Abc, ucciso il 17 maggio. I media internazionali rivelano solo i nomi di coloro che collaboravano con testate occidentali. Per gli altri invece non c'è memoria né gratitudine.
 

Naoki Tomasini

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