Pressato e aiutato da Washington, l'esercito pachistano passa all'offensiva nelle aree tribali
Ormai è guerra aperta nelle aree tribali pachistane. Dopo aver
subìto per giorni, da parte dei guerriglieri islamici, imboscate, attentati
suicidi e dinamitardi, attacchi a colpi di razzi e granate, l’esercito pachistano
ha iniziato a rispondere con offensive terrestri, bombardamenti d’artiglieria
e
raid aerei. Le vittime si contano già a decine: una quarantina i morti solo
lunedì. Il presidente Musharraf ha provato fino all’ultimo a riallacciare il
dialogo con i capi talebani locali, ma le fortissime pressioni di Washington –
che ha minacciato un intervento militare diretto in Pakistan – lo hanno costretto
a suonare la carica ai suoi
generali.
Il contributo Usa.
Le irritate risposte del governo di Islamabad alle minacce Usa di un attacco
contro le roccaforti di Al Qaeda e dei talebani in Pakistan – “un atto
irresponsabile che non verrà consentito”, ha tuonato il ministero degli Esteri
–
non devono trarre in inganno.
In questa nuova offensiva militare, gli Stati Uniti giocano
un ruolo poco visibile ma fondamentale. Sul terreno sono operativi commando di
forze
speciali Usa che compiono missioni di perlustrazione e combattimento; dal
vicino Afghanistan i loro missili terra-terra ‘Himars’ colpiscono obiettivi in
territorio pachistano, spesso bombardati anche con i missili ‘Hellfire’
lanciati dagli aerei telecomandati Predator o dagli elicotteri Apache; infine,
dato che la guerra non si fa solo con le armi, gli Usa forniscono al governo
pachistano milioni di dollari con cui “comprarsi” capi tribali e comandanti
talebani.
Intervistato domenica scorsa dalla Fox News, alla domanda “Perché gli Stati Uniti non inviano in Pakistan
forze speciali, aerei telecomandati da attacco?”, il consigliere di Bush per la
sicurezza nazionale, Frances Townsend, ha risposto: “Il solo fatto che non
parliamo di certe cose pubblicamente non significa che non stiamo già facendole”.
Nessuna novità. Il
coinvolgimento militare statunitense in Pakistan, infatti, non è certo una
novità di questi giorni.
I primi bombardamenti Usa sulle aree tribali pachistane risalgono
ad almeno un anno e mezzo fa. Azioni dirette contro presunti comandanti di Al
Qaeda o dei talebani, costati la vita solo a decine e decine di civili. Eccone
alcuni esempi.
Il 13 gennaio 2006, almeno diciotto civili morirono nel
bombardamento del villaggio di Damadola, nell’area tribale di Bajaur.
Il 30 ottobre 2006, nella stesa zona, ottantadue studenti, bambini
e ragazzi, sono morti nel bombardamento aereo della madrasa di Chingai.
Il 20 giugno scorso, trentaquattro civili sono morti in un attacco
missilistico contro la madrasa di Dattakhel, in Nord Waziristan.
Tre giorni dopo, un’altra ventina di civili sono morti nei bombardamenti
dei villaggi di Mangroti e Angoor Ada, rispettivamente in Nord e Sud
Waziristan.
Suona strano, oggi, sentir dire al ministero degli Esteri di
Islamabad, Tasnim Aslam: “A nessun Paese sarà consentito compiere azioni militari
all'interno del Pakistan, in un modo o nell'altro, a ogni costo”.