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Solitamente restie a parlare della questione prima delle elezioni, le tante giovani
di Istanbul che portano il velo non hanno problemi ad ammettere, con un sorriso,
il loro inevitabile voto per l'Akp. Ma non necessariamente per motivi religiosi.
Come Arzu, fazzoletto azzurro attorno ai capelli e borsetta alla moda. “Porto
il velo e per me la religione è importante. Ma credimi, ho votato Akp per motivi
politici: gli altri partiti non hanno un programma alternativo, si posizionano
semplicemente contro Erdogan e seminano paure sui veri motivi di chi vuole vivere
rispettando la sua religione. Ti pare che io voglia una Turchia come l'Iran, una
repubblica islamica? Il laicismo per me è importante, ma per come funziona ora
non è una vera libertà. Se io chiedo il diritto di poter portare il velo all'università
non significa che voglio che lo portino tutte. Ognuno dovrebbe essere libero di
fare come vuole”.
Anche Ozlem, velo bianco e un filo di trucco sugli occhi, dice che il suo voto
per l'Akp non è stato determinato solo dalla religione. “L'economia sta andando
bene, negli ultimi cinque anni il governo ha introdotto riforme importanti, la
strada mi sembra tracciata. E ci sono tanti altri cambiamenti da fare”. Non in
senso più religioso, come potrebbe venir naturale pensare. Ozlem parla di cose
pratiche: “Il sistema dell'istruzione si basa su concetti antiquati. Io mi sono
appena laureata per diventare insegnante di inglese. Ma all'esame finale mi hanno
fatto domande di matematica, storia, lingua turca. Non una domanda per testare
la mia conoscenza dell'inglese”.
E allora avanti così, per altri cinque anni, come non poteva essere altrimenti.
Contenti i turchi, contenta l'Unione europea, contenti i mercati: lunedì la borsa
di Istanbul è schizzata in alto del cinque per cento, a conferma di come, anche
all'estero, l'Akp era visto come l'unica via possibile per la Turchia. “In fondo,
rispetto a due giorni fa non è cambiato niente. Governa Erdogan, e finora a me
non dispiace”, sorride Murat, che gestisce un ristorante nel cuore commerciale
di Istanbul. Nel suo locale si serve anche birra e raki. “Se ho paura che in futuro
non potrò più vendere alcolici? Ma non scherziamo...”. Alessandro Ursic