Amnesty denuncia l’iniquità del processo ai leader indigeni e ne chiede la scarcerazione
Per i fratelli Miranda uno spiraglio di speranza. Finalmente. Sia dal fronte internazionale che da quello
giudiziario.
“Leonardo e Marcelino Miranda sono prigionieri politici. Che siano liberati”. A dirlo è Amnesty International
(AI), una delle organizzazioni umanitarie più autorevoli nella difesa dei diritti
umani. E’ intervenuta proprio in questi giorni nel caso dei due dirigenti indios
del Consiglio civico delle organizzazioni indigene e popolari (Copinh)del municipio di Gracias, in Honduras, da ormai due anni in prigione con accuse
da sempre definite infondate dai loro sostenitori. Che da adesso non sono più
soli. Amnesty ha preso posizione, dedicando a questo caso un intero capitolo nel
proprio rapporto annuale sul paese centroamericano. Due i punti cardine individuati da AI nella sua denuncia
del sistema giudiziario honduregno: i capi di imputazione si basano su motivazioni
politiche ed è mancato un giusto processo.
Arresto e torture. I fratelli Miranda sono stati incarcerati nel gennaio 2003. L’accusa è di aver
ucciso Juan Reyes Gómez. Un delitto che risale al 2001 e che il Copinh ha sempre definito una montatura
a danno dei due capi indigeni: "Non hanno ucciso nessuno. Le accuse sono state
costruite dopo l'arresto. E’ chiaro che le vere ragioni di questa violazione dei diritti umani sono la
lotta dei nostri leader in difesa delle terre ancestrali e il fatto di essere
membri del nostro Consiglio". Eppure i due sono stati condannati a venticinque
anni di carcere.
Furono prelevati dalla comunità Lenca a Montaña Verde, dipartimento di Lempira,
da agenti di polizia e civili armati che hanno usato gas lacrimogeni ed esploso
colpi di arma da fuoco in aria e contro la casa di Marcelino. Secondo quanto riferito,
i familiari, compresa una ragazza, sono stati tenuti sotto la minaccia di armi
durante tutta la procedura d’arresto. Nel tempo impiegato per raggiungere la prigione
di Gracias, i due fratelli sarebbero stati ripetutamente picchiati. Leonardo è
stato ferito alla testa con un coltello. Entrambi hanno subito bruciature di sigarette
sulle orecchie. E tutti e due sarebbero stati minacciati di morte dai poliziotti.
Più tardi, Leonardo Miranda è stato tenuto ripetutamente con la testa sott’acqua.
E le violenze non si sono esaurite lì.
Ad aprile, i due fratelli sono stati di nuovo torturati da tre agenti dell’Unità
Cobra, un corpo scelto della polizia nazionale. A giugno, un poliziotto avrebbe
puntato una pistola alla tempia di Leonardo, minacciando di ucciderlo se non avesse
avallato le accuse contro di lui. Quindi gli avrebbe presentato un foglio di carta
in bianco, per costringerlo a firmare. Inutile dire che il leader indigeno si
è rifiutato, facendo appello alle poche forze rimastegli.
A settembre 2003, le accuse di tortura, abuso di potere e danni presentate contro
ventuno agenti sono state archiviate, nonostante l’esistenza di referti medici
che documentavano abusi fisici.
Il processo. Il 16 dicembre dello stesso anno i due fratelli sono stati condannati a 25 anni
di carcere. E da quel giorno sono iniziate le proteste, le denuncie, le mobilitazioni
dei sostenitori dei due capi carismatici.
E la difesa dei Miranda è ricorsa in appello, respinto però nel giugno scorso. Questo ha provocato perfino uno sciopero della fame, portato avanti per giorni dai Miranda e da molti loro compagni.
Decisi a non arrendersi, gli avvocati hanno anche presentato un secondo appello,
questa volta alla Corte suprema di giustizia. E qualcosa è cambiato. L'11 novembre
scorso, la Corte si è pronunciata a favore dei Miranda, riconoscendo le irregolarità
denunciate. E adesso Amnesty.
La denuncia di Amnesty. “Temiamo che si sia trattato di un processo iniquo”, spiegano. “Tra febbraio
e settembre, l’avvocato dei due fratelli, Marcelino Martínez Espinal è stato vittima
di atti di intimidazione. E’ una sentenza piena di irregolarità. Mancano le prove
e i testimoni non erano imparziali. Sono stati considerati soltanto quelli dell'accusa,
mentre le dichiarazioni dei testi della difesa sono state ignorate”, ha aggiunto
la ong, appoggiando quindi la posizione della comunità indigena.
"L'unico barlume di speranza alla lotta per la giustizia in questo Paese è la
decisione della Corte Suprema, che però ha
solamente annullato la condanna. Adesso è tutto da rifare. Il caso dovrà essere
considerato nuovamente dalla Corte d'Appello di Santa Rosa di Copán” spiegano
ad Amnesty. “Ribadiamo che le accuse contro Marcelino e Leonardo Miranda non derivano
da azioni criminali, bensì dal proposito di impedire le loro attività per proteggere
l'ambiente e la proprietà della terra nelle loro comunità. Gli abusi contro i
popoli indigeni dell’Honduras e i metodi delle autorità nell’investigare e nell'assicurare
i responsabili alla giustizia ci stanno preoccupando da anni. Questo caso conferma
che l'obiettivo è quello di ostacolare la lotta per il riconoscimento dei diritti
di proprietà della terra agli indios. Sono troppi e troppo forti gli interessi
economici e politici che si oppongono a lasciarla nelle mani dei Lenca”.
L'appello. “A meno che non si presentino delle prove chiare e inconfutabili a loro carico,
é ora che Leonardo e Marcelino Miranda recuperino la libertà per continuare il
loro prezioso lavoro in difesa dei diritti umani”.