Poche ore prima della Diaz. Quando tutto sembrava finito. E invece
“Genova, stazione di Genova Brignole. Treno straordinario per Brescia in partenza
dal binario 4”. La sera di sabato 21 luglio i marciapiedi della stazione traboccavano
di manifestanti: migliaia di persone cercavano disperatamente di tornare a casa,
di fuggire dalle cariche delle forze di polizia. Brignole in quelle ore rappresentava
uno spazio liberato, un luogo dove ci si poteva riparare senza l'incubo di ricevere
una manganellata sulla schiena. Nonostante la presenza di giornalisti e ferrovieri,
la tensione all'interno della stazione rimaneva però alta: tra i manifestanti
c'era il timore che la polizia potesse fare irruzione e bloccare così la partenza
dei treni. Una paura alimentata dalle esperienze vissute poche ore prima nelle
strade attorno alla stazione, strade che ancora oggi richiamano alla mente i durissimi
scontri di quei giorni: corso Torino, via Tolemaide, corso Sardegna. Sotto le
pensiline i volontari del Genoa Social Forum e i dirigenti delle FS cercavano
con i megafoni di organizzare le persone in base alle città di provenienza: raggiunta
quota seicento passeggeri il convoglio poteva partire. La priorità era fare presto.
Intorno alle 23,45 accadde un fatto singolare: un ragazzo del Leoncavallo di Milano
entrò trafelato all'interno dell'ufficio movimento di Brignole chiedendo di far
partire almeno sei treni nell'arco di un quarto d'ora.

In un primo momento i dirigenti delle FS risposero che non era possibile perché
avrebbero dovuto fermare troppi convogli in transito. Il ragazzo chiese allora
di fare una riunione a porte chiuse; i giornalisti furono invitati a uscire dall'ufficio.
Dieci minuti dopo i ferrovieri erano già sui binari a preparare i convogli straordinari,
a cercare macchinisti, vagoni e locomotive. Tutto si svolse con una rapidità incredibile.
Da cosa nasceva l'urgenza di far partire il più alto numero di manifestanti nel
minor tempo possibile? La risposta arrivò intorno a mezzanotte: in via Battisti,
a due chilometri da Brignole, la polizia aveva fatto irruzione in una scuola dove
dormivano alcune decine di manifestanti. Le notizie scarseggiavano. C'era la paura
che un fatto del genere potesse provocare una reazione o, più semplicemente, creare
il panico all'interno della stazione. Invece, grazie all'altissimo senso di responsabilità
dei ferrovieri genovesi (e dei centri sociali del nord Italia), non accadde nulla
di tutto questo: i treni partirono rapidamente e i manifestanti riuscirono così
a lasciare Genova. Nel frattempo un gruppetto di cronisti si era diretto verso
le scuole di via Battisti dove il Genoa Social Forum, oltre a un dormitorio, aveva
anche il media center: strutture che erano state regolarmente concesse al GSF
dal Comune.

La salita che portava all'ingresso delle scuole era impraticabile, le ambulanze
arrivavano da tutte le parti, le camionette delle forze di polizia rendevano qualsiasi
manovra un'impresa titanica: le barelle con i feriti, per uscire da quell'inferno,
dovevano fare lo slalom in mezzo ai blindati. All'una di notte dal cancello della
scuola continuavano a uscire i feriti: alcuni erano coperti di sangue fresco,
altri avevano ematomi sul viso e sugli arti. Per la polizia quelle ferite risalivano
agli scontri del pomeriggio. Parlare con i fermati era impossibile, polizia e
carabinieri bloccavano sistematicamente parlamentari, medici, avvocati, giornalisti.
Se tentavi di avvicinarti venivi respinto a manganellate. Cosa accadde nelle ore
successive è noto: le molotov, le veline della Questura, la criminalizzazione
del movimento. Sei anni fa in via Battisti un errore l'abbiamo commesso anche
noi: pensavamo di essere davanti a una scuola, invece era una banale macelleria.
*Federico Bogazzi, giornalista a Radio BBS di Roma. Inviato di Popolare Network
al G8 di Genova