23/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Poche ore prima della Diaz. Quando tutto sembrava finito. E invece
 “Genova, stazione di Genova Brignole. Treno straordinario per Brescia in partenza dal binario 4”. La sera di sabato 21 luglio i marciapiedi della stazione traboccavano di manifestanti: migliaia di persone cercavano disperatamente di tornare a casa, di fuggire dalle cariche delle forze di polizia. Brignole in quelle ore rappresentava uno spazio liberato, un luogo dove ci si poteva riparare senza l'incubo di ricevere una manganellata sulla schiena. Nonostante la presenza di giornalisti e ferrovieri, la tensione all'interno della stazione rimaneva però alta: tra i manifestanti c'era il timore che la polizia potesse fare irruzione e bloccare così la partenza dei treni. Una paura alimentata dalle esperienze vissute poche ore prima nelle strade attorno alla stazione, strade che ancora oggi richiamano alla mente i durissimi scontri di quei giorni: corso Torino, via Tolemaide, corso Sardegna. Sotto le pensiline i volontari del Genoa Social Forum e i dirigenti delle FS cercavano con i megafoni di organizzare le persone in base alle città di provenienza: raggiunta quota seicento passeggeri il convoglio poteva partire. La priorità era fare presto. Intorno alle 23,45 accadde un fatto singolare: un ragazzo del Leoncavallo di Milano entrò trafelato all'interno dell'ufficio movimento di Brignole chiedendo di far partire almeno sei treni nell'arco di un quarto d'ora.
In un primo momento i dirigenti delle FS risposero che non era possibile perché avrebbero dovuto fermare troppi convogli in transito. Il ragazzo chiese allora di fare una riunione a porte chiuse; i giornalisti furono invitati a uscire dall'ufficio. Dieci minuti dopo i ferrovieri erano già sui binari a preparare i convogli straordinari, a cercare macchinisti, vagoni e locomotive. Tutto si svolse con una rapidità incredibile. Da cosa nasceva l'urgenza di far partire il più alto numero di manifestanti nel minor tempo possibile? La risposta arrivò intorno a mezzanotte: in via Battisti, a due chilometri da Brignole, la polizia aveva fatto irruzione in una scuola dove dormivano alcune decine di manifestanti. Le notizie scarseggiavano. C'era la paura che un fatto del genere potesse provocare una reazione o, più semplicemente, creare il panico all'interno della stazione. Invece, grazie all'altissimo senso di responsabilità dei ferrovieri genovesi (e dei centri sociali del nord Italia), non accadde nulla di tutto questo: i treni partirono rapidamente e i manifestanti riuscirono così a lasciare Genova. Nel frattempo un gruppetto di cronisti si era diretto verso le scuole di via Battisti dove il Genoa Social Forum, oltre a un dormitorio, aveva anche il media center: strutture che erano state regolarmente concesse al GSF dal Comune.
La salita che portava all'ingresso delle scuole era impraticabile, le ambulanze arrivavano da tutte le parti, le camionette delle forze di polizia rendevano qualsiasi manovra un'impresa titanica: le barelle con i feriti, per uscire da quell'inferno, dovevano fare lo slalom in mezzo ai blindati. All'una di notte dal cancello della scuola continuavano a uscire i feriti: alcuni erano coperti di sangue fresco, altri avevano ematomi sul viso e sugli arti. Per la polizia quelle ferite risalivano agli scontri del pomeriggio. Parlare con i fermati era impossibile, polizia e carabinieri bloccavano sistematicamente parlamentari, medici, avvocati, giornalisti. Se tentavi di avvicinarti venivi respinto a manganellate. Cosa accadde nelle ore successive è noto: le molotov, le veline della Questura, la criminalizzazione del movimento. Sei anni fa in via Battisti un errore l'abbiamo commesso anche noi: pensavamo di essere davanti a una scuola, invece era una banale macelleria.

*Federico Bogazzi, giornalista a Radio BBS di Roma. Inviato di Popolare Network al G8 di Genova

Parole chiave: G8, Genova, Brignole, polizia, movimento, Diaz
Categoria: Tortura, Politica
Luogo: Italia