22/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Nelle elezioni trionfa l'Akp, che potrà continuare a governare. Ma non avrà la presidenza
Un trionfo, imponente come neanche il più ottimista dei sondaggi aveva previsto. Il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) del primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha stravinto, ottenendo il voto di quasi un turco su due, cinque milioni e mezzo di preferenze in più rispetto al 2002. Ma per la particolarità della legge elettorale, l'Akp riceverà paradossalmente una decina di seggi in meno: "colpa" del buon risultato dei nazionalisti del Mhp, che entreranno in Parlamento a fare da terzo incomodo tra l'Akp e i repubblicani del Chp, confermatosi secondo partito ma grande sconfitto del voto. Nonostante il largo successo di Erdogan, il panorama politico turco cambia poco: il premier potrà governare da solo, ma non avrà la possibilità di imporre il suo candidato a presidente della repubblica.
 
Erdogan e Gul salutano i sostenitori dell'Akp dopo l'annuncio della vittoriaI numeri. Quasi il 47 percento dei voti per l'Akp (341 seggi), 20 percento abbondante per il Chp (112), oltre il 14 percento per l'Mhp (70). In più 27 candidati indipendenti in maggioranza curdi del Dtp, presentatisi in ordine sparso per aggirare la soglia di sbarramento al 10 percento, ma che ora potranno raggrupparsi. La nuova Assemblea turca sarà divisa tra questi quattro movimenti. L'Akp è il primo partito in 76 province su 85, e nell'Anatolia centro-orientale ha ottenuto risultati plebiscitari, tra il 60 e il 70 percento dei voti. Il Chp si è difeso nella Turchia occidentale, ma si è imposto solo in 7 province. A Istanbul, il partito di Erdogan ha conquistato il 45 percento. Soprattutto, l'Akp è ampiamente il primo partito anche nel sud-est curdo: in sostanza, è l'unica forza politica davvero nazionale. "Oggi la democrazia turca ha dato un esempio al mondo: la nazione ha dimostrato che siamo noi il centro della società nel Paese", ha detto Erdogan parlando alla folla di sostenitori in festa, nella notte di Ankara illuminata dai fuochi d'artificio, in un mare di bandiere bianche.
 
Un seggio elettorale a Fatih, Istanbul (foto di A. Ursic)Leader vicino alla gente. Difficile dargli torto. Parlando con gli abitanti di Istanbul alla vigilia del voto, una vittoria sonante dell'Akp sembrava inevitabile. Votano Akp non solo i più religiosi, ma in gran parte anche i disoccupati, la piccola borghesia, quelli che si interessano poco di politica: tutti affascinati dal modo di fare di Erdogan e del ministro degli esteri Abdullah Gul, considerati vicini alla gente comune. In questi anni l'Akp ha distribuito ai più poveri i fondi pubblici a sua disposizione, per esempio pagando la scuola a chi non ce la faceva. A livello di presenza sul territorio, non c'è paragone con gli altri partiti. Nella metropoli sul Bosforo, ormai le aree controllate politicamente dai repubblicani sono solo quelle della parte europea lungo lo stretto, dove vivono i più ricchi. Figuriamoci nel resto del Paese, che l'élite occidentale guarda spesso dall'alto in basso, ma che negli ultimi anni ha vissuto un boom economico con protagonista la base sociale che vota Akp.
 
La torre di Galata a Istanbul, il giorno delle elezioni (foto di A. Ursic)Il significato del voto. Per l'Akp, nato solo sei anni fa, è un risultato da record. Prima di oggi, solo una volta un partito al governo era riuscito ad aumentare i suoi consensi dopo un mandato; e una vittoria così ampia non si vedeva dalle elezioni dagli anni Sessanta. Se nel 2002 l'exploit dell'Akp era stato interpretato come una volontà di cambiamento degli elettori, stufi dei partiti che avevano portato la Turchia sull'orlo del disastro, questo trionfo premia i buoni risultati economici degli ultimi anni. La questione del terrorismo curdo – in campagna elettorale Erdogan era stato accusato di essere troppo morbido – non ha nuociuto al premier ma sta alla base del successo del Mhp, che ha sfruttato un aumento del sentimento nazionalistico nel Paese. Chi non sorride è il Chp, lo storico partito laico fondato da Ataturk, che ha sfidato l'Akp per diventare la prima forza del Paese e si ritrova con meno della metà dei voti rispetto ai rivali. Se il voto era una battaglia tra "laici e islamici" per l'anima della Turchia, come è stata presentata da molti, per i laici è stato un massacro.
 
Una turca al votoVincitori e sconfitti. Euforia da una parte, difficile accettazione della realtà dall'altra. Mentre a Istanbul e Ankara sostenitori dell'Akp festeggiavano nelle strade, tra i supporter del Chp l'umore era grigio. "Abbiamo dimostrato che quelle del Chp erano infamie: la Turchia vuole essere governata da Erdogan", esulta Ferhat, un commerciante trentenne che non ha esitato a votare Akp. "Le elezioni sono state organizzate in fretta, se la campagna fosse stata più lunga il Chp avrebbe avuto un risultato migliore", dice Sibel, una giovane repubblicana di Istanbul che teme per la graduale islamizzazione del Paese. "Sì, l'Akp ha ottenuto il 47 percento, ma se l'opposizione si mette insieme in fondo è ancora la maggioranza del Paese", ragiona uno sconsolato Emre, che tiene un blog dove l'antipatia verso Erdogan non manca.
 
Ma non sarà un dominio. "Il Paese è nostro", ha gridato lo speaker presentando Erdogan e Gul sul palco della capitale, con le rispettive mogli velate, mentre il mare di sostenitori scandiva l'urlo "Abdullah presidente!". Ma anche prendendo per fondate le paure laiche di una deriva islamica del Paese, la presa dell'Akp sul sistema politico non potrà essere totale. Erdogan governerà comodamente per altri cinque anni, ma la prima cosa che dovrà fare il nuovo Parlamento sarà eleggere il prossimo presidente della repubblica. Dato che serve il voto di due terzi dei deputati (367 su 550), l'Akp non ha i numeri per provare ad eleggere Gul, come ha cercato di fare lo scorso aprile, quando iniziò la crisi politica che ha portato al voto anticipato. Dovrà per forza emergere un presidente di compromesso, che vada bene all'opposizione. E con i poteri di custode dei valori della repubblica che ha il presidente - può porre il veto alle leggi del Parlamento e nomina gli ufficiali pubblici - il governo Akp non potrà fare quello che vuole. Sarà difficile arrivare agli scontri con l'influente esercito, che alcuni analisti profetizzavano se il partito di Erdogan avesse conquistato i due terzi dei seggi. Allora, forse con queste elezioni la democrazia turca ha davvero fatto un passo in avanti. 

Alessandro Ursic

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