Raid notturni
di Peter van Agtmael
Nelle zone calde dell’Iraq, le truppe statunitensi o irachene compiono più volte
alla settimana dei raid notturni nelle case di sospetti ribelli. I raid vengono
effettuati verso le due o le tre di notte. Gli obiettivi variano, alcuni sono
sospettati di aver costruito IED, ovvero Improvised Explosive Devices (lett. detonatori
costruiti artigianalmente), senza dubbio la causa principale delle morti di soldati
nordamericani in Iraq. Altri sono sospettati di formare piccoli gruppi, preparare
imboscate alle truppe, in genere dopo un attacco IED, e di sparire subito dopo,
grazie soprattutto all’aiuto della popolazione locale.
Quasi sempre le case colpite sono situate in quartieri residenziali. Vi entrano
con la forza, senza preavviso. Una dozzina di soldati si schiera ai due lati della
porta. Uno la butta giù con un calcio, poi irrompe nell’abitazione insieme ai
suoi commilitoni, urlando frasi in inglese e in arabo e immobilizzano subito i
sospettati. Legano loro mani e piedi con nastri di plastica, li fanno inginocchiare
e intanto perquisiscono la casa in cerca di qualche prova. Nel frattempo il comandante
della compagnia o del plotone, di solito con i gradi di capitano, controlla le
identità dei presenti e li interroga con l’aiuto di un interprete.
Ci sono vari tipi di interpreti. Pochi, molto pochi in realtà,
sono cittadini
statunitensi di origine araba, al soldo di compagnie nordamericane.
Molti altri
sono cittadini curdi di lingua araba, soprattutto giovani laureati che
odiano
gli iracheni. Il resto sono iracheni, la maggior parte sono sciiti del
luogo, ma che vivono in zone o quartieri diversi da quelli
perlustrati. In genere indossano maschere nere e occhiali da sole
oppure passamontagna,
per nascondere la propria identità.
Se i soldati trovano delle prove, o ritengono insoddisfacenti le risposte dei
fermati, li bendano e li portano via. Gli ufficiali e gli interpreti entrano nelle
stanze delle donne e dei bambini, sempre controllati a vista, e spiegano loro
che il marito, il padre, o il figlio è stato arrestato. Al sentire la notizia,
in genere, le donne si disperano, si graffiano, si afferrano la testa con le mani
e chiedono il perdono o la grazia. Gli uomini vengono caricati su un furgone e
portati in un luogo di detenzione. Se non ci sono abbastanza prove a loro carico,
in genere li rilasciano dopo un paio di giorni. Altre volte li trattengono a tempo
indeterminato nelle prigioni americane o irachene. Circa il 25% dei raid cui ho
presenziato sono finiti con l’arresto di sospetti ribelli. Il resto non è andato
a buon fine, perché i soldati hanno ricevuto informazioni sbagliate o non sono
intervenuti al momento opportuno.
traduzione di Chiara Marmugi