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Stretti all'angolo. Stando alle fonti
militari, i miliziani nel campo profughi sono costretti in uno spazio
di circa cento metri quadri, che viene bersagliato dall'artiglieria
libanese mentre loro tentano di reagire all'assedio sparando razzi
che, anche ieri, hanno ucciso quattro soldati. Perdite a parte, la
fine della battaglia durata due mesi sembra prossima. Mano a mano che
la conquista del campo procede, aumenta anche il numero delle
bandiere libanesi, messe dai soldati sui tetti degli edifici
conquistati, I militari hanno anche piazzato dei megafoni attorno all'area dove
sono assediati i miliziani per invitarli alla
resa. “Arrendetevi e avrete un giusto processo” gracchiano gli
altoparlanti tra una raffica di mitra e l'altra. Fonti rimaste
anonime dell'esercito riferiscono che i ribelli avrebbero risposto
all'invito e che attorno alla loro postazione sono state piazzate
telecamere per seguirne i movimenti. Ieri, però, il
portavoce di Fatah al Islam, Abu Salim Taha, minacciava di mandare
attentatori suicidi contro le truppe se l'esercito non avesse tolto
l'assedio. Fino ad ora i soldati libanesi che hanno perso la vita nei
combattimenti sono stati 111, mentre più incerto è il
bilancio dei guerriglieri, almeno 60, e dei civili, più di 20.
Taha, intervistato da un quotidiano locale, ha rifiutato di rivelare
se il capo del gruppo, Shaker al Absi e il suo vice, Abu Hureira,
siano ancora in vita. Dopo due mesi di bombardamenti e battaglie il
campo di Nahr el Bared è ridotto a un cumulo di macerie. 32
mila civili palestinesi che vi erano rifugiati sono dovuti fuggire e
ora non avranno più delle case in cui tornare. Lo confermano
anche le Nazioni Unite, secondo cui è urgente raccogliere
milioni di dollari per la ricostruzione e per creare strutture
provvisorie adatte a ospitare tutti quei civili, che d'ora in poi
saranno profughi due volte.
Rivelazioni. Oggi in
Libano, più che la conquista del campo palestinese vicino a
Tripoli, tengono banco le rivelazioni di uno dei miliziani di Fatah
al Islam catturato a fine maggio. L'uomo, Ahmed Merje, ha rivelato
che il gruppo sarebbe anche responsabile dell'omicidio di Pierre
Gemayel, il deputato maronita ucciso a Beirut lo scorso novembre. Non
solo, pare che Ahmed Merje abbia confessato di essere stato il
tramite tra il capo del gruppo, Shaker al Absi, e il generale dei
servizi segreti siriani Asef Shawkat, che è cognato del
presidente siriano Bashar Assad. Shawkat avrebbe fornito ai miliziani il
materiale esplosivo e le consulenze tecniche per preparare gli
attentati, alcuni dei quali sarebbero rimasti in fase di
preparazione. Queste accuse dirette alla Siria fanno certamente
piacere alla corrente cosiddetta anti-siriana, che fa capo a Saad
Hariri e al premier libanese Fouad Siniora. Oltre alla testimonianza
del miliziano, la stessa accusa contro Damasco viene mossa anche
dall'ex vicepresidente siriano -ora in esilio- Abdel Halim Khaddam,
che ha dichiarato alla stampa: “Fatah al Islam è stato
creato dal servizio di intelligence militare siriano”. Khaddam
sostiene che gli esplosivi usati dalla milizia infiltrata nel campo
palestinese provengono dagli arsenali siriani e che ”il generale
Shawkat dirige personalmente il gruppo terrorista”. Il possibile
coinvolgimento del cognato di Assad nell'omicidio di Rafiq Hariri era
già stato ipotizzato dalla commissione di inchiesta delle
Nazioni Unite e potrebbe spiegare l'opposizione del presidente
siriano all'istituzione del tribunale internazionale, voluto dalle
Nazioni Unite in Libano. Bashar Assad, infatti, ha più volte
dichiarato che “se il tribunale verrà istituito il Libano
esploderà”. Naoki Tomasini
Parole chiave: Asef Shawkat, Abdel Halim Khaddam, Ahmed Merje, Shaker al Absi