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Muzaffar Avazov, 35 anni e padre di tre figli, venne arrestato nel 2002
con l’accusa di essere un sovversivo islamico. Era membro dell’Hizb
ut-Tahrir (Hut), movimento panislamico internazionale che persegue la
pacifica instaurazione dello Stato islamico in tutti i paesi del mondo
musulmano. Nonostante il suo carattere non-violento l’Hut è fuori legge
nell’Uzbekistan del dittatore Islam Karimov, che negli ultimi anni ha
scatenato una violentissima ondata di repressione dell’Islam, anche per
compiacere il suo principale alleato: gli Stati Uniti. Non occorre
essere dell’Hut per finire in carcere: basta frequentare una delle
tante moschee non riconosciute dallo Stato o semplicemente portare una
barba troppo lunga. Nelle prigioni uzbeche sono rinchiusi oltre seimila
cittadini accusati di sovversione per il semplice fatto di essere dei
ferventi musulmani. Gli appartenenti all’Hut finiscono tutti nel
famigerato centro di detenzione speciale di Jaslyk, tristemente noto
per le terribili torture inflitte ai detenuti, che spesso non ne escono
vivi.
Muzaffar venne rinchiuso lì. La sua famiglia non ricevette sue notizie
per mesi, finché, nell’agosto 2002 le autorità avvertirono i suoi cari
che Muzaffar era morto per un attacco cardiaco in seguito a una
violenta rissa con i suoi compagni di cella. Ma la sconcertante verità
venne presto a galla. Un’indagine chiesta dai parenti e dalle
associazioni umanitarie uzbeche, coordinata dal locale ufficio delle
Nazioni Unite e condotta da un’equipe di patologi dell’Università
britannica di Glasgow attestò che il detenuto Muzaffar era stato
torturato e poi ucciso in maniera barbara. L’autopsia rilevò profonde
ferite alla testa, unghie strappate dalle dita delle mani e soprattutto
ustioni tali su tutto il corpo da non lasciare dubbi: la morte era
sopravvenuta in seguito all’immersione in acqua bollente. La denuncia
di questa bestialità creò un grande imbarazzo alle autorità uzbeche,
che si giustificarono dicendo che le bruciature erano state causate da
thè gettato addosso a Muzaffar dai suoi compagni di cella durante la
rissa. Ma il reperto medico parlava chiaro.
Il regime cercò di mettere tutto a tacere. Ma la madre di Muzaffar,
Fatima Mukhadirova, una volta ripresasi dallo shock creatole dalla
vicenda, decise di battersi per ottenere giustizia. In occasione del
primo anniversario della morte del figlio iniziò una battaglia legale e
mediatica per far luce sulle responsabilità delle autorità statali. Ad
assisterla, associazioni umanitarie locali e internazionali, tra cui
Human Rights Watch e Amnesty International. La reazione del regime,
irritato dall’attenzione attirata dalla signora Mukhadirova, non si
fece attendere. Il 4 settembre la polizia fece irruzione nel suo
appartamento e l’arrestò con l’accusa di detenere libri e volantini di
propaganda fondamentalista islamica “pericolosi per l’ordine sociale
dello Stato” e di appartenere all’Hut. Fatima venne rilasciata su
cauzione dopo pochi giorni. Ma questo avvertimento non la fermò.
Continuò ad accusare il regime di aver torturato e barbaramente ucciso
suo figlio. Il 19 ottobre, mentre era al mercato centrale di Tashkent,
la polizia la prese con la forza, caricandola su cellulare.
Questa volta non era un avvertimento. Venne formalmente accusata di
“attentato all’ordine costituzionale”. Le organizzazioni umanitarie
internazionali e molti governi stranieri, non gli Stati Uniti, chiesero
al governo Uzbeko di rilasciare Fatima, quantomeno per i suoi 63 anni e
per le sue non buone condizioni di salute, incompatibili con il regime
carcerario, soprattutto con quello uzbeco. Ma Karimov non ha sentito
ragioni. Il 12 febbraio 2004 i giudici di Tashkent hanno condannato la
signora Mukhadirova a sei anni di carcere in regime di lavori forzati.
Suart Ikramov, direttore del Gruppi d’Iniziativa Indipendente, maggiore
associazione di difesa dei diritti umani in Uzbekistan non ha dubbi:
“Le autorità hanno deciso di metterla a tacere”. Vasiliya Inoyatova,
direttrice di Ezgulik, un’altra associazione di diritti umani rincara
la dose: “Il regime di Karimov ha voluto dare una lezione a chiunque
critichi il suo operato e dimostrare che può fare quello che vuole
nonostante le pressioni internazionali”. Maisy Weicheradi, responsabile
di Amnesty International per l’Asia centrale ha affermato che “il
governo uzbeco ha voluto punire Fatima Mukhadirova per aver attirato
l’attenzione internazionale sul caso di suo figlio”. Rachel Denber,
direttrice esecutiva della sezione centrasiatica di Human Right Watch
sostiene che questa vicenda “evidenzia la necessità che
l’amministrazione americana del presidente Bush, maggiore alleato di
Karimov in nome della guerra al terrorismo, deve prendere atto che
quello uzbeco è un regime che vìola sistematicamente i diritti umani
dei cittadini musulmani” e che quindi dovrebbe cessare ogni sostegno
politico ed economico al governo di Tashkent. Un’eventualità remota,
dato che grazie a Karimov Washington ha installato in Uzbekistan una
delle principali basi militari Usa nella regione, a Khanabad,
nonostante Karimov sia un dittatore spietato, non migliore di Saddam
Hussein o Slobodan Milosevic.