21/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regime del dittatore uzbeco Islam Karimov le ha torturato e ucciso il figlio

Fatima MukhadirovaMuzaffar Avazov, 35 anni e padre di tre figli, venne arrestato nel 2002 con l’accusa di essere un sovversivo islamico. Era membro dell’Hizb ut-Tahrir (Hut), movimento panislamico internazionale che persegue la pacifica instaurazione dello Stato islamico in tutti i paesi del mondo musulmano. Nonostante il suo carattere non-violento l’Hut è fuori legge nell’Uzbekistan del dittatore Islam Karimov, che negli ultimi anni ha scatenato una violentissima ondata di repressione dell’Islam, anche per compiacere il suo principale alleato: gli Stati Uniti. Non occorre essere dell’Hut per finire in carcere: basta frequentare una delle tante moschee non riconosciute dallo Stato o semplicemente portare una barba troppo lunga. Nelle prigioni uzbeche sono rinchiusi oltre seimila cittadini accusati di sovversione per il semplice fatto di essere dei ferventi musulmani. Gli appartenenti all’Hut finiscono tutti nel famigerato centro di detenzione speciale di Jaslyk, tristemente noto per le terribili torture inflitte ai detenuti, che spesso non ne escono vivi.

Muzaffar venne rinchiuso lì. La sua famiglia non ricevette sue notizie per mesi, finché, nell’agosto 2002 le autorità avvertirono i suoi cari che Muzaffar era morto per un attacco cardiaco in seguito a una violenta rissa con i suoi compagni di cella. Ma la sconcertante verità venne presto a galla. Un’indagine chiesta dai parenti e dalle associazioni umanitarie uzbeche, coordinata dal locale ufficio delle Nazioni Unite e condotta da un’equipe di patologi dell’Università britannica di Glasgow attestò che il detenuto Muzaffar era stato torturato e poi ucciso in maniera barbara. L’autopsia rilevò profonde ferite alla testa, unghie strappate dalle dita delle mani e soprattutto ustioni tali su tutto il corpo da non lasciare dubbi: la morte era sopravvenuta in seguito all’immersione in acqua bollente. La denuncia di questa bestialità creò un grande imbarazzo alle autorità uzbeche, che si giustificarono dicendo che le bruciature erano state causate da thè gettato addosso a Muzaffar dai suoi compagni di cella durante la rissa. Ma il reperto medico parlava chiaro.

Il regime cercò di mettere tutto a tacere. Ma la madre di Muzaffar, Fatima Mukhadirova, una volta ripresasi dallo shock creatole dalla vicenda, decise di battersi per ottenere giustizia. In occasione del primo anniversario della morte del figlio iniziò una battaglia legale e mediatica per far luce sulle responsabilità delle autorità statali. Ad assisterla, associazioni umanitarie locali e internazionali, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International. La reazione del regime, irritato dall’attenzione attirata dalla signora Mukhadirova, non si fece attendere. Il 4 settembre la polizia fece irruzione nel suo appartamento e l’arrestò con l’accusa di detenere libri e volantini di propaganda fondamentalista islamica “pericolosi per l’ordine sociale dello Stato” e di appartenere all’Hut. Fatima venne rilasciata su cauzione dopo pochi giorni. Ma questo avvertimento non la fermò. Continuò ad accusare il regime di aver torturato e barbaramente ucciso suo figlio. Il 19 ottobre, mentre era al mercato centrale di Tashkent, la polizia la prese con la forza, caricandola su cellulare.

Questa volta non era un avvertimento. Venne formalmente accusata di “attentato all’ordine costituzionale”. Le organizzazioni umanitarie internazionali e molti governi stranieri, non gli Stati Uniti, chiesero al governo Uzbeko di rilasciare Fatima, quantomeno per i suoi 63 anni e per le sue non buone condizioni di salute, incompatibili con il regime carcerario, soprattutto con quello uzbeco. Ma Karimov non ha sentito ragioni. Il 12 febbraio 2004 i giudici di Tashkent hanno condannato la signora Mukhadirova a sei anni di carcere in regime di lavori forzati.

Suart Ikramov, direttore del Gruppi d’Iniziativa Indipendente, maggiore associazione di difesa dei diritti umani in Uzbekistan non ha dubbi: “Le autorità hanno deciso di metterla a tacere”. Vasiliya Inoyatova, direttrice di Ezgulik, un’altra associazione di diritti umani rincara la dose: “Il regime di Karimov ha voluto dare una lezione a chiunque critichi il suo operato e dimostrare che può fare quello che vuole nonostante le pressioni internazionali”. Maisy Weicheradi, responsabile di Amnesty International per l’Asia centrale ha affermato che “il governo uzbeco ha voluto punire Fatima Mukhadirova per aver attirato l’attenzione internazionale sul caso di suo figlio”. Rachel Denber, direttrice esecutiva della sezione centrasiatica di Human Right Watch sostiene che questa vicenda “evidenzia la necessità che l’amministrazione americana del presidente Bush, maggiore alleato di Karimov in nome della guerra al terrorismo, deve prendere atto che quello uzbeco è un regime che vìola sistematicamente i diritti umani dei cittadini musulmani” e che quindi dovrebbe cessare ogni sostegno politico ed economico al governo di Tashkent. Un’eventualità remota, dato che grazie a Karimov Washington ha installato in Uzbekistan una delle principali basi militari Usa nella regione, a Khanabad, nonostante Karimov sia un dittatore spietato, non migliore di Saddam Hussein o Slobodan Milosevic.

Enrico Piovesana


 

Categoria: Tortura
Luogo: Uzbekistan