Il signore della guerra afgano Hekmatyar abbandona la lotta armata e si dà alla politica
“I membri dell’Hezb-i-Islami
(Partito Islamico, n.d.r.) hanno posto termine all'uccisione dei fratelli e
alla distruzione del Paese e hanno scelto di svolgere attività politica. Gli
americani, come in passato gli inglesi e i russi, se ne andranno. Adesso
dobbiamo unirci per creare un sistema in linea con l'Islam e iniziare un
impegno politico in modo da garantire una vita tranquilla e la pace ai nostri
concittadini musulmani”.
Con questo comunicato, trasmesso da una televisione privata
afgana, il veterano della jihad
Gulbuddin Hekmatyar ha annunciato la sua definitiva rinuncia alla lotta armata
in favore dell’impegno politico.
Una svolta
annunciata. La decisione di questo potente signore della guerra – uno dei
più importanti, sanguinari e volubili protagonisti della recente storia afgana
–
era nell’aria da mesi.
Già lo scorso marzo, in un’intervista video concessa all’Associated Press, Hekmatyar aveva annunciato la sua
definitiva rottura con i talebani, la cessazione quasi totale della lotta
armata e la sua disponibilità ad aprire un dialogo con Karzai, disponibilità
condizionata alla fissazione da parte del governo di Kabul di una data
ultimativa per il ritiro delle truppe d’occupazione straniere.
Tra maggio e giugno, poi, il suo partito, già regolarmente
registrato e con una trentina di militanti eletti in Parlamento, ha iniziato
ad aprire sedi in giro per il Paese – Kabul, Jalalabd e Herat sono state le
prime – e ha ripreso la pubblicazione del suo giornale, lo Shahadat, Martirio, che ha la redazione a Peshawar, in Pakistan.
Una sfida politica ai
talebani. Hekmatyar, che ha le sue roccaforti nelle province orientali e in
quelle attorno a Kabul, ha cercato fin dal 2002 di creare un fronte unico con
i
talebani attivi nelle province meridionali attorno a Kandahar. Ma il mullah Omar
gli ha sempre risposto picche e così lui, nel 2006, ha tentato di mettersi in
competizione con gli “studenti coranici” sfruttando la carta di al Qaeda – nel
maggio 2006 annunciò di essersi messo agli ordini di Osama bin Laden – e
chiamando
il popolo afgano alla jihad. Strategia che si è rivelata fallimentare: per
le milizie di Hekmatyar era ormai impossibile rivaleggiare con la potenza
militare dei talebani.
Da qui la decisione del leader dell’ Hezb-i-Islami di portare sul piano politico la sfida al suo eterno
concorrente, il mullah Omar, lasciando che i suoi talebani portino a termine la
“liberazione” del Paese, nella speranza di potersi poi presentare come futuro
leader di un Afghanistan superislamico, ma non “talebano”.
Ma anche una
questione personale. Hekmatyar, che in quanto a integralismo e disprezzo per
i diritti umani non ha nulla da invidiare ai talebani, è in competizione con il
mullah Omar fin da quando i servizi segreti pachistani e statunitensi – che lo
avevano ampiamente foraggiato durante la jihad antisovietica negli anni ’80 –
a
metà degli anni ’90 decisero di puntare sui talebani invece che sull’
Hezb-i-Islami per assicurarsi il
controllo dell’Afghanistan. Il 14 febbraio 1995 l’esercito del mullah Omar attaccò
e sconfisse duramente le forze di Hekmatyar, che all’epoca stavano assediando
e
bombardando Kabul dalle sue roccaforti di Charasayab e Maidanshahr.
Hekmatyar fuggì in Iran, dove rimase fino al 2002, quando
fu cacciato dal governo di Teheran in quanto ospite scomodo. Un’umiliazione da
cui l’ “ingengnere” – così viene chiamato per il suoi studi universitari prima
della guerra – ha sempre voluto riscattarsi, cercando di rubare la scena al
mullah Omar. Senza però mai riuscirci.