28/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Wangari Maathai, premio Nobel per la pace del 2004
Wangari Maathai(Segue dalla prima parte)
Una vita spesa nella lotta per i diritti delle donne, la conservazione ambientale e la conquista della democrazia. Quasi trent’anni di sforzi, riconosciuti lo scorso ottobre con il Nobel “per il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace”. Wangari Maathai, 64 anni, è la leader del Green Belt Movement (“movimento della cintura verde”): una comunità di oltre 100mila persone che dal 1977 ha piantato più di 30 milioni di alberi sul territorio kenyano, promuovendo l’ambiente e al contempo lavorando per l’emancipazione delle donne. Dopo decenni passati all’opposizione contro il regime di Daniel Arap Moi, Wangari è stata eletta in Parlamento nel dicembre 2002. Il neopresidente democratico Mwai Kibaki l’ha nominata viceministro dell’ambiente e delle risorse naturali.
 
In un’intervista rilasciata qualche giorno dopo aver ritirato il premio dal Comitato di Oslo, Wangari racconta la sua visione del mondo a PeaceReporter. Le interminabili guerre africane, la piaga dell’Aids, i problemi della deforestazione e della desertificazione in tante aree del pianeta, l’importanza della tutela ambientale ai fini della pace: la prima donna africana a conquistare un premio Nobel spiega che, per il mondo, è arrivata l’occasione di cambiare modo di pensare. E non possiamo più permetterci di aspettare.
 
Secondo lei i Paesi africani e quelli del mondo ricco stanno facendo abbastanza per co Wangari Maathai a Oslo per ricevere il premiombattere l’epidemia di Aids in Africa?
"Penso che ora, almeno nel mio Paese e in numerose altre nazioni dell’Africa orientale, i leader politici hanno cominciato a combattere davvero l’Aids. L’hanno condannato, hanno esortato le persone a cambiare i loro comportamenti sociali e sessuali, a prendersi la responsabilità di proteggersi loro stessi e gli altri. Questo non era successo nei primi anni in cui l’Aids colpì l’Africa, quando i leader fingevano che la malattia non esisteva, nel tentativo di proteggere l’industria turistica. Ma credo anche che il mondo potrebbe fare di più, continuando la ricerca, e rendendo possibile alle aree povere come l’Africa l’accesso alle medicine che rendono un po’ più facile la vita delle persone infette".
 
Lei è stata la prima donna dell’Africa centro-orientale ad arrivare a un dottorato di laurea, ed è sempre stata una donna “avanti” con i tempi. Negli anni Ottanta suo marito chiese il divorzio sostenendo che lei era una donna troppo forte e intelligente, e che non poteva controllarla. Il giudice gli diede ragione. Potrebbe ancora succedere nel Kenya di oggi?
"Credo che l’esperienza abbia prodotto un cambiamento nel modo di pensare di molta gente in Kenya. A quel tempo la società non era abituata a vedere una donna istruita ricoprire un’alta posizione. Sa, è sempre magnifico essere il primo ad abbattere una barriera, ma anche questo ha un prezzo, perché a volte abbatti le barriere quando la gente non è ancora pronta. A quell’epoca, molte persone non erano ancora pronte per me. Oggi è molto più facile per le donne, sono sicura che non potrebbe accadere, almeno non nella stessa maniera".
 
E nel resto dell’Africa com’è la situazione delle donne? Il mondo vede che in Nigeria le adultere sono ancora condannate alla lapidazione, per esempio.
"Quando ci sono situazioni di povertà le disuguaglianze aumentano, e le donne tendono a occupare posizioni socioeconomiche molto povere. Finché non miglioriamo l’economia dei nostri Paesi è anche difficile migliorare la posizione delle donne, ma voglio dire a tutte le donne dell’Africa e del mondo che solo noi possiamo continuare a batterci per i nostri diritti, per una migliore posizione nella società, e possiamo farcela. Abbiamo dimostrato di poterlo fare in molti modi e dobbiamo continuare, in modo da avere una massa di donne che hanno abbattuto le barriere. Solo a quel punto i governi parificheranno i nostri diritti a quelli degli uomini".
 
Un momento del concerto successivo alla premiazione
Se l’anno scorso le avessero detto che quest’anno avrebbe vinto il premio Nobel, ci avrebbe creduto?
"No, nel senso che come lei sa c’è stato un grande cambiamento da parte del Comitato. La maggior parte di noi non si aspettava di essere considerata per questa ragione. Avendo lavorato per l’ambiente, per la democrazia e per la pace, abbiamo però sempre saputo che questi temi sono estremamente collegati, quindi non siamo sorpresi ma estremamente felici e incoraggiati".
 
Alcuni hanno criticato quello che lei chiama il “cambiamento” del Comitato, pensando che in un anno in cui la questione della pace è dominata dall’Iraq, il dare il Nobel a un’ambientalista è stata una scelta facile e un po’ codarda. Queste considerazioni l’hanno ferita?
"No, bisogna accettare tutte le critiche. Da quando questi premi sono stati istituiti, comunque, la tendenza è stata sempre quella di guardare al “dopo” nelle guerre: si aspettava che il conflitto esplodesse, e poi si cercavano persone che tentavano di porvi fine facendo tornare la pace. Con la scelta di quest’anno, il Comitato ha invece voluto dirci che gli uomini possono pensare in modo diverso, che possono impegnarsi prima del conflitto, che possono promuovere il dialogo prima del conflitto, che possono rispettare i diritti umani delle altre persone prima del conflitto. Perché dopo è molto più complicato, ci sono molte più ferite da curare e la pace diventa più difficile, come vediamo ora in Medio Oriente. Il Comitato ha quindi cercato di stimolare la nostra coscienza, evitando di glorificare le attività post-conflitto e glorificando invece gli sforzi che vengono prima".  
 
(2. fine)
la prima parte è stata pubblicata venerdì 24 dicembre
 
Alessandro Ursic
Pablo Trincia
 
 
Categoria: Pace, Ambiente
Luogo: africa