Dal Kurdistan iracheno, i ribelli partono per attaccare la Turchia. E Ankara minaccia guerra
Monte Qandil, Iraq
dal nostro inviato
Se non fosse per il cane che sembra riconoscere subito le macchine degli estranei,
al posto di blocco sulle pendici del monte Qandil la voglia di tirare dritto sarebbe
forte. I militari non si fanno vedere, come se non si aspettassero visite. Ma
l’animale ringhia, si attacca all’automobile e quasi la spinge verso la torretta
di guardia. Che, in un Kurdistan iracheno dove ogni venti chilometri c’è un check-point
dei peshmerga, stavolta è controllata da guerriglieri con la stella rossa al petto,
e un quadro di Abdullah Ocalan alle spalle. Questo è territorio del Pkk, lo sanno
tutti: i turchi, i curdi, gli americani. E’ la retrovia, il campo di addestramento,
la base da cui i ribelli partono per incursioni armate in Turchia. Fino ad oggi,
una zona franca. Ma che ora le autorità di Ankara, dopo l’attentato suicida del
22 maggio nella capitale sùbito attribuito ai separatisti curdi, sembrano sempre
più vicine a invadere.

Lo scorso aprile il capo di stato maggiore Yasar Buyukanit, un “falco” chi è
guadagnato questa fama proprio contro i curdi negli anni Novanta, ha definito
“necessaria” un’operazione militare contro i guerriglieri del Pkk nascosti nella
zona del monte Qandil, vicina all’Iran e a 100 km di distanza dalla Turchia. Dal
2004, quando una tregua durata cinque anni fu dichiarata conclusa dai guerriglieri,
nel sud-est della Turchia si sono contati almeno 700 morti tra militari, ribelli
e civili. All’esercito prudono le mani da tempo, ma finora le mani sono state
legate. Gli Stati Uniti, che lo scorso settembre hanno assegnato un generale in
pensione alla gestione del problema Pkk, vedono con orrore la possibilità che
Ankara apra un secondo fronte iracheno, con il rischio di mettere a soqquadro
l’unica zona stabile del Paese. Finora le pressioni degli Usa hanno tenuto buoni
i militari, frenati anche dal governo di Recep Tayyip Erdogan. Ma il giorno dopo
la strage di Ankara il premier ha battuto i pugni sul tavolo, dicendo che il Parlamento
avrebbe “sicuramente” approvato un’invasione se l’esercito glielo avesse chiesto,
e aggiungendo che la Turchia non avrebbe cercato il permesso di Washington, incapace
di catturare ed estradare un solo uomo nella lista di 150 ricercati del Pkk in
Iraq, fornita da Ankara due anni fa. Cosa che d'altronde non ha fatto neanche
l'Unione Europea, nonostante le continue richieste del governo turco.
Il governo federale curdo iracheno tollera la presenza del Pkk dal 1999, quando
Ocalan fu catturato in Kenya e portato in Turchia. Indebolito dalla cattura del
suo leader, tuttora tenuto in isolamento in un’isola-carcere nel Mar di Marmara,
il movimento annunciò un cessate il fuoco. Interpretando alla lettera il detto
secondo cui “gli unici amici dei curdi sono le montagne”, alcune migliaia di ribelli
ripararono nel nord dell’Iraq per riorganizzarsi. A giudicare dal campo di addestramento
visitato da PeaceReporter, non c’è dubbio che ci siano riusciti: la prima cosa che si nota, scendendo
nella conca dove sorge la base, sono i campi da calcio e da pallavolo che si sono
costruiti. Poco più in là c'è anche un cimitero con una trentina di tombe. In
accampamenti come questo, intorno al monte Qandil vivono oggi circa 4.000 ribelli
– uomini e donne – provenienti in maggioranza dalla Turchia, ma anche da Iran
e Siria. Da qui, i guerriglieri impiegano oltre un mese per arrivare in Turchia
a piedi. Combattono, piazzano mine, fanno esplodere bombe. E se sono fortunati
tornano indietro.

Una vita da partigiano, che calcio e parabola satellitare (per l'immancabile
emittente curda Roj Tv, nonché Internet) non rendono meno dura, specie quando
d’inverno la temperatura scende a meno venti gradi. Senza famiglia, senza una
casa dove tornare. Molti di loro vivono così da oltre dieci anni, maneggiando
kalashnikov e lanciarazzi russi ancora più vecchi. Hatice, un metro e sessanta
scarsi e in mano una mitragliatrice che le arriva alla spalla, dice di essersi
arruolata quando l’esercito turco ha distrutto il suo villaggio nel 1990. Lei
era un’adolescente: scappata sulle amiche montagne, non è più tornata indietro.
Altri guerriglieri vengono qui dopo aver trascorso qualche anno in Europa, spesso
nella grande comunità curda in Germania. Al continente, anche per le origini indoeuropee
del loro popolo, guardano con ammirazione. Ma anche con amarezza, per la sensazione
di essere stati abbandonati. “Non serviamo economicamente all'Unione Europea,
ci hanno dimenticati”, dice uno di loro.
Con il disgelo di primavera, la guerriglia è tornata a farsi sentire. Da marzo
a oggi si sono registrati oltre sessanta morti, in un periodo in cui un cessate
il fuoco dichiarato lo scorso settembre (ma non riconosciuto dalla Turchia) era
in teoria ancora valido. Il 18 maggio, i vertici politici del Pkk hanno però annunciato
la fine della tregua. Qualche giorno dopo, sei soldati turchi sono saltati su
una bomba azionata a distanza nella provincia di Sirnak, vicino al confine con
l’Iraq. Creare scompiglio in un periodo già delicato per la Turchia, con il Paese
spaccato tra laici e islamici in vista delle elezioni del 22 luglio, sembra essere
l’obiettivo temporaneo dei guerriglieri. Quello finale, almeno a parole, dall’inizio
degli anni Novanta non è più l’istituzione di uno stato indipendente. Benché in
carcere, Ocalan ha confermato anche recentemente che la lotta è ormai solo quella
per la concessione di maggiori diritti ai circa 20 milioni di curdi che vivono
in Turchia, dove le tattiche violente del Pkk non sono più popolari come una volta.
Con tale scopo in mente il Dtp, il principale partito curdo (accusato dai turchi
di avere legami con i terroristi), presenterà i suoi candidati alle elezioni come
indipendenti, nel tentativo di aggirare la soglia del 10 percento dei voti necessari
per entrare in Parlamento.

In questo scenario è arrivato l’attentato di Ankara. Qualche ora dopo, le autorità
turche lo avevano già attribuito – per l'esplosivo al plastico usato dal kamikaze
– alla “organizzazione terroristica”, un abituale giro di parole che sottintende
la guerriglia curda. Una rivendicazione però non è arrivata, e il Pkk ha negato
qualsiasi coinvolgimento. “Per noi è un punto d'onore non uccidere civili. Attacchiamo
solo i militari turchi”, dice Abdul Rahman Chadirci, un comandante militare del
Pkk sul monte Qandil che fa parte anche del comitato politico del Pkk. E allora
chi le mette le bombe di Ankara, di Istanbul o nelle città turistiche sul Mediterraneo,
attentati che nelle ultime due estati hanno causato oltre 20 morti? Alcuni di
questi attacchi sono stati rivendicati dai “Falconi per la liberazione del Kurdistan”
(Tak), un gruppo sconosciuto fino al 2004, che alcuni analisti considerano una
scheggia di “duri e puri” staccatasi dalla base. Le autorità turche credono che
il Tak sia solo uno dei tanti nomi utilizzati nel corso degli anni dal Pkk (il
cui ramo politico in Europa ora si chiama Kongra-Gel, che sta per “Congresso del
popolo del Kurdistan). Il movimento, guidato oggi dall'avvocato Zubeyir Aydar,
nega di avere alcun controllo sulla sua presunta scheggia di irriducibili. E i
guerriglieri girano alla Turchia le accuse di organizzare gli attentati. “Mettono
le bombe e poi danno la colpa a noi, per avere una scusa per combatterci”, dice
uno dei ribelli.
Comunque sia, i militari hanno approfittato dell'attentato per rafforzare ulteriormente
la loro presenza nel sud-est del Paese. In particolare lungo i circa 200 km di
confine con l'Iraq, dove sono stazionati oltre 50mila soldati. Per molti osservatori,
i turchi hanno di fatto già invaso l'Iraq, prendendo il possesso di una terra
di nessuno profonda una decina di chilometri. “Dal punto di vista logistico l'esercito
ha già tutto quello che serve per avanzare, gli basterebbero pochi giorni – spiega
Wolfango Piccoli, un analista dell'Eurasia Group specializzato sulla Turchia –.
Ma i militari sanno anche che un'operazione di terra non farebbe nessuna differenza
nel combattere il Pkk. Ne hanno effettuate già 25 in passato, l'ultima nel 1999.
Ogni volta i guerriglieri si disperdevano tra le montagne e poi ritornavano alle
loro basi”.

La crescente retorica di Erdogan si spiegherebbe così col bisogno di lucidare
le sue credenziali nazionaliste agli occhi dell'establishment e degli elettori
laici. Ma il generale Buyukanit difficilmente vorrà lanciare un attacco via terra
prima delle elezioni, rischiando di favorire un governo che solo un mese fa ha
velatamente minacciato di rovesciare, quando il Parlamento stava per eleggere
presidente il popolare ministro degli Esteri Abdullah Gul. “In sostanza si stanno
passando la palla – conferma Piccoli –. Nessuno osa fare il primo passo, almeno
fino al voto del 22 luglio. Un'altra possibilità è però quella di compiere limitati
raid aerei su quelle montagne. I turchi negherebbero, gli americani anche, e la
cosa finirebbe lì”.
Da parte irachena non stanno arrivando grandi aiuti. Una richiesta di azioni
contro il Pkk, inviata da Ankara a Baghdad il 9 aprile, ha ricevuto risposta solo
quaranta giorni dopo, con un vago impegno di “collaborazione”. Per l'Iraq i guerriglieri
costituiscono una carta da giocare nella partita di Kirkuk, la città al confine
del Kurdistan iracheno che galleggia sul dieci percento delle riserve di petrolio
del Paese. Il 15 novembre si dovrebbe tenere un referendum per decidere il destino
della città, contesa tra una maggioranza di curdi, arabi lì emigrati sotto Saddam
e una piccola minoranza di turcomanni. Intervenendo ufficialmente proprio per
questi ultimi, la Turchia sta cercando di far rinviare il referendum, con crescente
irritazione del governo federale curdo di Massoud Barzani. In realtà, Ankara teme
che l'oro nero sotto Kirkuk, se finirà in mani curde, fornirà una redditizia base
economica per un Kurdistan iracheno che a quel punto potrebbe diventare il catalizzatore
di un futuro stato curdo indipendente. E unito. L'obiettivo che, dichiarazioni
ufficiali a parte, rimane nel cuore anche dei guerriglieri sul monte Qandil. “Non
sappiamo neanche cosa sia la libertà – dice uno di loro –. Per questo combattiamo.
Per vedere com'è”.