19/07/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Dalla minaccia di invadere l'Iraq alla lista di candidati indipendenti, i curdi sono un fattore
Da una parte potrebbero tornare a essere rappresentati in Parlamento, dall'altra sono nel mirino delle forze armate turche e rischiano nuove discriminazioni. I curdi partecipano alla campagna elettorale in due campi diversi tra loro, ma incrociati. L'inasprirsi negli scontri nel sud-est del Paese e l'invasione del nord dell'Iraq per eliminare i campi del Pkk, minacciata più volte da Ankara in queste settimane, ha radicalizzato la questione del separatismo curdo. Ma tra qualche giorno i problemi della minoranza, che costituisce almeno il 20 percento della popolazione, potrebbero trovare nuovo spazio all'Assemblea.

Un'attivista curda espone una foto di OcalanCandidati indipendenti. Il Dtp, il principale partito curdo, ha deciso nei mesi scorsi di presentare i propri candidati come indipendenti. L'escamotage consente di aggirare la soglia del 10 percento dei voti, applicabile ai partiti. Di conseguenza, si prevede che nella nuova Assemblea siederanno 30-40 deputati curdi, anche se in molti collegi elettorali curdi l'Akp darà del filo da torcere al Dtp. La strategia che gli indipendenti eletti seguiranno è tutta da vedere: difficile che si ritorni al confronto diretto di Leyla Zana e di altri deputati curdi, che nei primi anni Novanta vennero arrestati per avere parlato nella loro lingua dopo aver giurato all'Assemblea. Alcuni osservatori ipotizzano una coalizione con l'Akp, magari solo su alcune questioni, se il partito di Erdogan avesse bisogno di un sostegno esterno. Ma si prevedono anche tensioni con i nazionalisti in Parlamento, se il Dtp dovesse rivendicare maggiori diritti per la minoranza. L'establishment politico del Paese accusa il partito curdo di connivenza con il Pkk: anche se il Dtp sostiene di riconoscere l'integrità territoriale della Turchia (come del resto fanno da anni anche i ribelli), di fatto viene percepito come il braccio politico dei guerriglieri.

Il generale Yasar BuyukanitL'invasione dell'Iraq. Da inizio anno, gli scontri tra esercito e separatisti curdi hanno provocato oltre 300 morti. L'impatto sul clima politico del Paese è stato enorme: già in aprile il capo di stato maggiore turco, generale Yasar Buyukanit, ha definito “necessaria” un'operazione militare sulle montagne nel nord dell'Iraq, dove Ankara ritiene si nascondano fino a 4.000 guerriglieri. Un'invasione in grande stile, minacciata anche dal primo ministro Erdogan, non c'è ancora stata; alcuni bombardamenti minori però sì, e secondo molti analisti l'esercito turco occupa già una fascia di alcuni chilometri all'interno dell'Iraq. Repubblicani e nazionalisti hanno accusato Erdogan di essere troppo morbido con i terroristi, il premier ha fatto la voce grossa ma sa anche che un'operazione su larga scala comprometterebbe i rapporti con gli Stati Uniti. La previsione degli osservatori che un'invasione era improbabile prima delle elezioni – perché l'esercito non voleva fare un favore al governo Erdogan – si è avverata. Ma cosa succederà dopo il voto rimane un'incognita.

Ocalan. Detenuto dal 1999 nell'isola-carcere di Imrali, Abdullah Ocalan ha fatto parlare di sé anche in campagna elettorale. Il leader del Pkk sta scontando l'ergastolo, dopo che la sua condanna a morte era stata commutata sotto le pressioni internazionali, e negli ultimi anni ha esortato il Pkk a prendere posizioni più morbide. Rimane però ancora odiato da molti turchi, e nelle ultime settimane sul suo destino hanno preso posizione i maggiori partiti. Devlet Bahceli, leader dei nazionalisti del Mhp, ha promesso che Ocalan verrà giustiziato se il suo partito andrà al potere. In un vortice di accuse reciproche, Bahceli e il premier Erdogan si sono anche rimpallati la responsabilità di non aver portato il leader del Pkk alla forca. “In cinque anni al governo non l'avete fatto”, ha detto il primo. “Ma quando è stato arrestato, al governo c'eravate voi”, ha risposto il premier. Il tono della discussione sottolinea come molti, in Turchia, abbiano interpretato la commutazione della pena come l'eccessiva concessione di un governo debole.
 

Alessandro Ursic

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